Scritto per noi da
Maurizio Campisi
Apatia e disinteresse: con questo stato d’animo in Costa Rica si sta vivendo
la campagna elettorale che il prossimo 5 febbraio determinerà chi sarà il prossimo
presidente. A pochi giorni dall’appuntamento, i costaricensi sono più propensi
a premiare l’astensionismo che i candidati. Colpa degli scandali che hanno coinvolto
gli ultimi tre presidenti della Repubblica, accusati di corruzione e di peculato,
ma anche di una campagna che ha avuto in Óscar Árias il vero mattatore.
Democrazia e candidati. Il lungo idillio tra i costaricensi e la loro democrazia, considerata per molto
tempo un esempio in America Latina, è terminato un anno fa quando in rapida successione
gli ex presidenti Rafael Ángel Calderón, Miguel Ángel Rodríguez e José María Figueres
sono stati trascinati in vari scandali di corruzione che hanno portato i primi
due in carcere e l’ultimo ad un forzato esilio in Svizzera. Il presidente in carica,
lo psichiatra Abel Pacheco, non é stato in grado di guidare il paese in questi
difficili momenti, limitandosi a raggiungere stancamente la fine del mandato,
preoccupato soprattutto di non farsi implicare nei grandi temi sociali. La riforma
fiscale e l’adesione al Cafta –il trattato di libero commercio con gli Usa-, che
hanno risvegliato la protesta popolare, saranno quindi responsabilità del suo
successore.
Secondo i sondaggi apparsi sui mezzi di comunicazione, l’astensionismo o il voto
nullo raggiungerebbero il 30%, influendo quindi in forma determinante sul risultato
finale. E sarebbe Óscar Árias, candidato di Liberación Nacional, il facile vincitore. L’ex premio Nobel per la pace, che fu già presidente tra
il 1986 ed il 1990, ha fatto di tutto pur di risultare il prescelto, riuscendo
addirittura a cambiare la Costituzione, che impediva la rielezione alla presidenza.
Dai modi pacati e apparentemente incolore, Árias è però un lupo camuffato da agnello.
Il vero manipolatore della politica costaricense degli ultimi anni è stato proprio
lui. Sebbene privo di cariche ufficiali ha fatto e disfatto alleanze, avvantaggiandosi
a dismisura dell’uscita di scena di personaggi come Rodríguez, Calderón e Figueres,
impegnati piú a difendersi in tribunale che a fare proselitismo.
Il nuovo che avanza. Con l’elezione a presidente, Árias intende portare la Costa Rica verso un’economia
neo liberale, aprendo il mercato interno ai settori che ancora sono protetti dallo
Stato, tra cui spiccano la sanità e le telecomunicazioni. La preoccupazione dei
sindacati è quindi che la presidenza di Árias porti allo sfacelo lo stato sociale,
che in Costa Rica è riuscito sinora a sopravvivere all’avanzata delle bordate
neoliberali.
L’ex Nobel dispone della base necessaria per vincere queste elezioni senza ricorrere
al ballottaggio. Il suo partito, Liberación Nacional, è rimasto unito e, al contrario del suo storico avversario, il Pusc, ha serrato
le fila intorno al suo leader. L’avversario più accreditato a contrastargli il
passo è Ottón Solís, che attualmente è però dato a quasi venti punti percentuali
di distanza. Solís, che nelle scorse elezioni convogliò il 25% delle preferenze
con un partito – il Pac, Partido Acción Ciudadana- formato in pochi mesi, sta cercando in tutte le maniere di spingere Árias ad
un confronto televisivo. La sua proposta politica va in senso diametralmente opposto:
rifiuto del Cafta, protezione delle imprese statali, investimenti sul sociale
sono i riferimenti principali della sua campagna.
Árias, che si ritiene già vincitore e reputa la tornata elettorale del 5 febbraio
una pura formalità, è stato perentorio nel declinare gli inviti di Solís. Intervistato
da Canal 7 ha sciolto ogni dubbio su una sua partecipazione televisiva: “I dibattiti
in televisione” ha detto “servono quando l’elettorato è indeciso, ma questo non
è il nostro caso”.
Più chiaro di così.