Le battaglie di Greenpeace contro gli interessi delle grandi imprese internazionali
Scritto per noi da
Adriano Seu
Inquinamento ambientale, impoverimento della fauna naturale, contaminazione e
distruzione di ricchi e preziosi ecosistemi, per non parlare dei problemi di salute
che investono molte comunità locali che sino a poco tempo fa vivevano in perfetta
armonia con l’ambiente circostante. E’ questo il prevedibile scenario contro cui,
ancora una volta, si sta battendo Greenpeace, impegnata a districarsi tra l’inerzia
e la superficialità delle istituzioni e gli interessi delle grandi imprese internazionali.
I fatti. Pochi giorni fa gli ambientalisti di Greenpeace, tra cui anche alcuni italiani
hanno occupato il cantiere delle imprese Botnia ed Ence, lungo le foci del Rìo
Uruguay, vicino alle località di Fray Bentos e Gualeguaychù, presso la linea di
confine con l’Argentina. Giunti a bordo di gommoni, hanno rapidamente bloccato
i lavori di costruzione del molo su cui verrà istallato un nuovo stabilimento
delle due multinazionali produttrici di carta e derivati della cellulosa. Nel
giro di pochissimo tempo le autorità hanno arrestato i dieci attivisti e due giornalisti
indipendenti al loro seguito salvo scarcerare tutti dopo qualche ora per mancanza
di accuse a loro carico. Martin Prieto, direttore esecutivo di Greenpeace, ha
dichiarato che “la rapida scarcerazione è la prova che la protesta è assolutamente
legittima e ostacolare la costruzione del molo rientra nel diritto di resistenza
all’inquinamento che il nuovo impianto industriale provocherà”.
Le ragioni della protesta. La spettacolare azione di alcuni giorni fa è, in realtà, il frutto di una lunga
serie di reclami, esposti e denunce maturate – e puntualmente disattese - dopo
scrupolosi e attendibili studi sull’impatto ambientale delle industrie che si
occupano del processo di lavorazione e produzione della carta. Nei primi giorni
di gennaio l’organizzazione ambientalista, chiedendo ai governi uruguaiano e argentino
il blocco immediato delle opere di costruzione delle cartiere Botnia ed Ence,
ha sottoposto all’attenzione di Alicia Torres, sottosegretaria uruguaiana del
Dipartimento Nazionale per l’Ambiente (Dinama), e a Jorge Taiano, membro del
ministero dell’Ambiente argentino, una relazione dettagliata in cui vengono denunciate
le tecnologie antiquate che utilizzerà la cartiera e la mancanza di parametri
industriali che assicurino l’uso dei più avanzati sistemi di “produzione pulita”. E’ stato ampiamente dimostrato che i residui e le scorie derivanti dalla lavorazione
della cellulosa e scaricati nelle acque e nell’aria provocano danni irreparabili
alla fauna e alle popolazioni che ne sono a contatto. Il Piano di Produzione Pulita
elaborato da Greenpeace prevede, principalmente, l’eliminazione totale del cloro
dalla fase di lavorazione della cellulosa, oltre che uno sfruttamento delle materie
prime più rispettoso del patrimonio naturale. Gli investimenti fatti nel settore
nel corso degli ultimi anni hanno permesso di sviluppare tecnologie che riducono
l’emissione di agenti inquinanti: il sistema di Eliminazione Totale del Cloro
(Tcf) si è rivelato di gran lunga migliore del vecchio Processo Libero del Cloro
(Ecf), perché si ridurrebbe parecchio l’emissione di diossina e si eliminerebbe
il rischio che alcuni composti organici del cloro si combinino contaminando l’acqua
e la vegetazione sottostante.
I precedenti non mancano. All’inizio del 2006 la campagna ambientalista contro la costruzione della cartiera
ha trovato nella televisione un’importante cassa di risonanza. Grazie alla collaborazione
dell’emittente uruguaiana Canal 4 Monte Carlo Televisiòn, Greenpeace ha lanciato
un’iniziativa pubblicitaria che mostra i tristi precedenti storici delle cartiere
costruite secondo gli stessi criteri di quella che sorgerà sul Rìo Uruguay. Lo
spot, della durata di 30 secondi, esorta la popolazione a “evitare con tutte le
forze questo nuovo crimine ambientale”, citando gli esempi delle cartiere costruite
in Cile, a Valdivia, e in Spagna, a Pontevedra. Oscar Soria, responsabile delle
comunicazioni di Greenpeace, a proposito dell’iniziativa pubblicitaria ha dichiarato
che “l’obiettivo è quello di mostrare esempi di contaminazione concreta. Abbiamo
scelto casi che mostrano in tutta la loro crudeltà i risultati delle attività
dell’industria della cellulosa: la distruzione di interi ecosistemi, la morte
di numerosi animali e la contaminazione ad alto impatto delle comunità locali
sono una realtà”. I test chimici eseguiti a Valdivia hanno evidenziato inconfutabilmente
che i composti del cloro rilasciati dagli impianti di lavorazione della cellulosa,
altamente cancerogeni, inquinano le acque finiscono col contaminare la vegetazione
e i pesci. Queste sostanze inquinanti, una volta entrate in contatto con l’uomo,
provocano disturbi al sistema nervoso, a quello immunitario e a quello riproduttivo.
Alcune associazioni valdiviane, come la Federazione Cilena per la Protezione degli
Animali, hanno denunciato la morte di 6 mila esemplari di cigni dal collo nero
per cause inquinanti. Altre specie animali che vivono nei dintorni dell’impianto
di cellulosa presenterebbero patologie simili a quelle riscontrate nei cigni,
e le persone dei villaggi circostanti lamentano frequenti casi di malattie respiratorie
finora sconosciute. Nella baia di Pontevedra l’equilibrio di uno dei più preziosi
ecosistemi europei è stato irrimediabilmente compromesso dagli agenti inquinanti
rilasciati, nel corso degli ultimi 50 anni, da un impianto di cellulosa della
Ence – la stessa impresa che sta contribuendo alla costruzione del molo industriale
sul Rìo Uruguay – e, proprio alla luce dei numerosi danni ambientali provocati,
è stata imposta la chiusura del suddetto stabilimento entro il 2018.
Un’alternativa è possibile. A dimostrazione della validità della proposta di Greenpeace di adottare un Piano
di Produzione Pulita basato sull’utilizzo di tecniche Tcf, è sorta da poco un’impresa
uruguaiana che rispetta le più moderne e innovative tecniche di lavorazione della
cellulosa. Si tratta della Fabrica Nacional de Papel (Fanapel). Parlando della
Fanapel Agustìn Fernandez, membro della sezione tossicologica di Greenpeace, ha
dichiarato che “l’impresa sta realizzando un processo di riconversione industriale
per diminuire l’impatto ambientale e uno dei principali cambiamenti che verranno
adottati è l’introduzione della tecnica Tcf, il che dimostra la validità della
nostra proposta”.