E’ una malattia della povertà e continua a colpire i più
vulnerabili in tutto il sud del mondo: Asia, Africa, America Latina. Nonostante
si possa curare fin dai primi anni Ottanta, esistono ancora grandi ostacoli
nella lotta al morbo di Hansen, come la
lebbra viene chiamata dallo scopritore
del suo bacillo: lo ribadiscono i medici e le organizzazioni che per oggi, 29
gennaio, hanno promosso “La 53esima giornata mondiale dei malati di lebbra*”.
Tra
loro c’è il medico Sunil Deepak, originario dello Stato Indiano dell’Uttar
Pradesh, che è presidente dell’International Leprosy Federation (Ilep) e
direttore dell’Associazione italiana amici di Raoul Follereau (Aifo), il
giornalista francese definito “l’apostolo dei lebbrosi”.
“Ancora oggi – ci spiega Deepak – non si può diagnosticare
la lebbra in modo precoce. Per curarla bisogna aspettare i sintomi, che si
manifestano dopo 8-10 anni dal contagio, un periodo lunghissimo in cui può
essere diffusa senza che ce ne possiamo accorgere”. Secondo l’Aifo, 1000 nuovi
malati di lebbra sono identificati ogni giorno, ma nessuno può dire esattamente
quante siano le persone contagiate dal bacillo. I dati che abbiamo arrivano dalle
zone in cui esistono servizi sanitari funzionanti. Ma nei paesi dove questi
sono carenti, colpiti dalla guerra e dalla miseria, non è possibile fare un
monitoraggio. Gli unici dati certi riguardano oltre 400mila nuovi casi all’anno
(fonte Organizzazione mondiale della sanità, Oms) e 14 milioni di persone che
hanno completato la cura con i farmaci anti-lebbra e delle quali molte subiscono
le conseguenze fisiche e sociali del morbo.

“Il secondo grosso ostacolo nella lotta alla lebbra –
continua il medico – è il pregiudizio sociale, ancora molto forte verso persone
magari già povere e isolate. Molti non hanno accesso facilmente alle cure, ma
anche chi ce l’avrebbe ha paura a dichiarare la malattia e rinuncia ad andare
in
ambulatorio. Una persona colpita dalla lebbra può perdere il lavoro, essere
espulsa da scuola o avere difficoltà a trovare uno sposo o una sposa. Per
questo costituisce un peso per la famiglia, che può arrivare anche a cacciarla
da casa”. La lebbra, infatti, causa disabilità, perché distruggendo i nervi
periferici e i tessuti determina insensibilità o addirittura mutilazioni.
Dai primi anni Ottanta, quando si è iniziata la cura con la
polichemioterapia, sono stati fatti molti progressi che però a volte sono stati
anche un po’ gonfiati. Deepak insiste: “Negli ultimi tempi in India si è detto
che i casi di lebbra sono diminuiti, ma è difficile verificarlo. Non ci sono
registrazioni esaustive. Alcuni funzionari del mio Paese possono aver esagerato
il dato sulla diminuzione (100mila casi in meno nel 2005) per dimostrare di
aver operato bene. Ovvero per non fare brutta figura davanti all’obiettivo di
vincere la lebbra entro il dicembre 2005”. Una cosa simile, del resto, è già
accaduta altrove: nel 1998 il governo della Tanzania disse di aver vinto il
morbo, ma in seguito fu costretto a smentire. “Qualche volta, i funzionari –
aggiunge il direttore di Aifo - non vogliono rischiare la loro carriera dicendo
cose non gradite ai vertici”. Intanto, mentre in India i rapporti ufficiali
parlano di una diminuzione di nuovi malati, in Brasile e in diversi paesi
dell'Africa il numero di nuovi infetti sarebbe stabile o in leggero aumento.

L’Oms, tuttavia, poiché è divenuta consapevole di questi
comportamenti poco etici, sta dicendo ai governi di non concentrarsi
sull’eliminazione della malattia, ma sul miglioramento dell’assistenza ai
pazienti. “L’Oms – spiega Deepak - ha capito che occorrono servizi sostenibili,
cioè servizi integrati per curare tutte le malattie di cui soffrono le persone
che vivono nelle zone dove la lebbra è endemica.
Qui, infatti, mancano strutture e programmi per garantire un servizio specifico”.
Ciò significa ricorrere a un nuovo approccio che non si limiti a curare
l’infezione per ridurre il numero di malati, ma che tenga conto di tutti i
bisogni dei pazienti, come il loro reinserimento in società. Su 14 milioni di
persone curate, oggi 4 milioni sono disabili, mentre non si hanno stime precise
su coloro che soffrono di vari disagi come aver perso il lavoro in seguito alla
malattia.