Scritto per noi da
Isabella Mancini*
Ramallah. La notte del 26 gennaio trascorre tra un bicchiere
di birra, uno di vodka e il fumo che avvolge l’ambiente, a discutere, tra la
perplessità e la sorpresa, del risultato elettorale. 76 seggi su 132 non se lo
aspettava proprio nessuno.

Molte donne sono sedute con gli amici ai tavoli dello Stones,
un locale “all’occidentale” che si affaccia sulle colline che circondano
Ramallah. “Sono molto preoccupata per quello che accadrà ora - mi dice Ghiara,
24 anni, studentessa della Birzeit University. “Vorrei venire in Italia a
completare il mio master. Sapevamo che avrebbe vinto Hamas ma nessuno pensava
che avrebbe ottenuto queste percentuali. Vorrei partire”. Jamal, 28 anni,
ricercatore universitario, rifugiato del 48 da Akko, corruga la fronte e dice:
“Abbiamo resistito a tutti questi anni di violenze e soprusi, alle torture
quotidiane degli israeliani e fuggiamo perché ha vinto Hamas?”. Ghiara non ci
sta e sente forte la pressione del risultato elettorale sul suo futuro, sul suo
divorzio che dovrebbe avvenire presto, sulle sue possibilità di lavoro, sulla
sua felicità. “Un conto è combattere contro un nemico esterno, un altro è
doverlo fare con uno interno”. A Ramallah la notte del 26 si è pure sparato:
tra al Fatah e Hamas. C’è preoccupazione anche perché le forze dell’ordine sono
in gran parte composte da sostenitori di al Fatah. Insomma questo risultato
elettorale ha lasciato tutti un po’ perplessi: adesso ci si dovrà confrontare
con qualcosa di totalmente nuovo.

Così non la pensano i molti palestinesi di Gerusalemme Est occupata, che
non si sono recati alle urne. Che ne pensi del risultato elettorale, ho chiesto
a Sami, che lavora in un ostello della città vecchia. “Prima di tutto mi devi
chiedere se ho votato?!”. Guardo la sua mano sinistra e l’indice è bianco.
Evidentemente non ha votato. “E vuoi sapere perché? Perché tanto è tutto solo
un giochino ad uso e consumo degli israeliani. Hamas l’hanno costruita e
finanziata loro, l’hanno sostenuta fino ad oggi e hanno contribuito alla
corruzione dell’Anp. Adesso hanno tutte le carte in regola per fare, di nuovo,
esattamente tutto quello che gli pare. Non mi sorprenderei se tornassero a
bombardare Nablus, Jenin, o magari Hebron.” Quello che è sicuro è che i palestinesi
non ce la fanno più. Vivono da decenni in una situazione di guerra, stretti tra
il diritto internazionale e il diritto di Israele non tanto ad esistere, ma a
completare il proprio piano sionista di costruzione di uno stato ebraico che
abbia come confini il Nilo e l’Eufrate. Vivono abbandonati al loro destino
senza che nessuno si curi di ripristinare il loro diritto di popolo ad
esistere. Sono stanchi anche della politica dell’Anp, corrotta e fatta di belle
macchine, ville di lusso, dollari e cocktail, mentre i campi profughi vomitano
fango e povertà.