Figli della Shoà: le persecuzioni naziste sono un patrimonio, per quanto doloroso
scritto per noi da
Muriel Costi*
27 gennaio, “Giornata della Memoria”. Questo è quanto
stabilito da una legge italiana del 2000, in linea con la decisione presa da
quasi tutti i Paesi europei di commemorare l’Olocausto.
Il 27 gennaio vengono organizzate numerosissime iniziative
per ricordare la brutalità del Nazismo e la macchina da esso messa in moto già
da tempo che assassinò i
nove decimi del popolo ebraico in Europa.
Questo assassinio di massa si chiama, in ebraico, Shoa'. Avvenne
durante la Seconda Guerra mondiale, nello Scorso millennio. Ma la macchina di
sterminio del popolo ebraico era già stata avviata da tempo.

L’antisemitismo
esiste sin dai primordi della civiltà greco – romana, è stato vivo in tutti i
Paesi della diaspora, incitato anche laddove gli ebrei riuscivano ad integrarsi
col popolo cristiano locale; dalla nascita dello Stato di Israele, i vari
movimenti pan-arabi hanno fatto dell’antisemitismo uno dei punti fondanti. E al
giorno d’oggi sta vivendo una nuova fase
di decollo: affermazioni scandalose di politici di rilievo sia a livello
nazionale che internazionale, calciatori che fanno il saluto romano, tifosi che
sventolano striscioni con frasi anti-ebraiche (non cito nomi né affermazioni in
quanto il mio articolo non ha scopi di invettiva). Aldilà di questi fenomeni
che toccano soprattutto la realtà mediatica, l’antisemitismo si palesa nella
realtà quotidiana: espressioni come
“sei proprio un rabbino”, “vile marrano” oppure “lurido ebreo!”, vengono
pronunciate da persone di ogni estrazione culturale. Quando sento affermazioni
del genere ormai non faccio che ridere, soprattutto per quello che sento dire
da chi le ha pronunciate, che subito dopo con inevitabile mi dice “non lo dico per cattiveria, è
semplicemente un modo di dire”. Altro che imbarazzo. Ignoranza pura (e qui mi
concedo di fare dell’invettiva).

Dunque l’antisemitismo non è nulla di nuovo, c’è sempre stato e
probabilmente non si spegnerà mai. Dopo questa breve premessa, veniamo alla
Shoa’. Lo
sterminio nazista costituisce per molti aspetti la più grande barbarie
registrata dalla nostra storia ( e con l’aggettivo “nostra” mi riferisco non
soltanto al popolo ebraico, ma all’umanità intera). La crudeltà con la quale le
vittime vennero destinate, trasportate, selezionate, torturate, costrette spesso
a farsi del male a vicenda o a collaborare con il detentore per sopravvivere
qualche giorno, nell'impossibilità di qualsiasi tentativo di fuga o di
ribellione, suscitano un orrore che la maggior parte di noi stenta a reggere.
Forse si può intuire perché, negli anni che seguirono la guerra, i
sopravvissuti non avevano voglia di parlare di tutto ciò, o gli altri non
avevano voglia di ascoltarli. E molti si sono decisi a parlare della propria
esperienza solo dopo decenni, perché da parte di qualcuno si sente dire
addirittura che tutto ciò non è vero. Ma a chiunque viene voglia di dire
"non è possibile, non può essere accaduto, non voglio crederci".
Questo è quanto apprendiamo dettagliatamente negli scritti di Primo Levi. Negli
scorsi
decenni abbiamo assistito con stupore al fenomeno del cosiddetto
"revisionismo storico", cioè dell'affermazione che lo sterminio
nazista non c’è mai stato, che le morti nei campi di concentramento furono
dovute a malattie, o che comunque i numeri dello sterminio sono stati esagerati
di molto. La reazione più logica a queste affermazioni è quella di opporre la
realtà delle inoppugnabili prove materiali, delle testimonianze, dei numeri. E’
proprio per questo che Primo Levi e la stragrande maggioranza dei sopravvissuti
incitano a commemorare quanto è successo.

C’è poi anche chi si domanda se fosse stato
possibile evitare la Shoà. Riflettendo su questo argomento trovo opportuno
citare alcune righe di Primo Levi ne
I Sommersi e i Salvati: “E’ avvenuto contro ogni previsione; è
avvenuto in Europa; incredibilmente, è avvenuto che un intero popolo civile,
appena uscito dalla fervida fioritura culturale di Weimar, seguisse un istrione
la cui figura oggi muove al riso; eppure Adolf Hitler è stato obbedito ed
osannato fino alla catastrofe. E’ avvenuto, quindi può accadere di nuovo:
questo è il nocciolo di quanto abbiamo da dire.
Può accadere, e
dappertutto”. La Shoà
è stato il culmine dell’antisemitismo, dell’odio verso un popolo, e quest’odio
si è inserito nella politica di varie nazioni europee nella prima metà del
‘900. La Shoà si doveva evitare, ma non si poteva evitare. “Può accadere, e
dappertutto”. Successivamente, però, l’uomo ha colpito ancora, ed anche più
atrocemente, come se la storia non avesse insegnato niente. È per questo che è
fondamentale
ricordare.

Le persecuzioni
naziste vengono percepite dagli ebrei della mia generazione come il più grande
orrore vissuto dal nostro popolo.
Eppure esse costituiscono anche un “patrimonio”, sia pure,
naturalmente, doloroso. Siamo tutti figli di Mosé e Abramo, ma adesso anche
tutti, indistintamente, figli della Shoà, e di quello che essa ha comportato.
La coscienza delle sofferenze patite dai nostri famigliari perseguitati è oggi
un elemento che rafforza la nostra identità. La Shoà ci ha portato a capire che
nonostante siano morti milioni di ebrei, l’annientamento dell’intero popolo
ebraico non è stato portato a termine, e se adesso o in futuro fosse nei piani
di qualcuno, non si verificherà mai. Yad Vashem – il
museo dell’Olocausto a Gerusalemme, recentemente ampliato- è una tappa
importantissima per ogni ebreo. Esso comprende numerosissimi monumenti ed alberi dedicati, oltre che alla memoria,
alla vita ed al futuro. Il popolo ebraico è un popolo che guarda avanti. E’
interessante vedere i gruppi di giovani israeliani che nel loro primo mese di
servizio militare vengono portati a Yad Vashem. Questo per ricordare che essi
sono “figli della Shoà”, e che hanno il compito di difendere l’intero popolo
ebraico. Essi devono fare in modo che la Shoà non si verifichi mai più.
L’estate
scorsa ho trascorso due mesi in un kibbutz con un gruppo di 30 giovani ebrei da
tutto il mondo (italiani, ungheresi, cechi, inglesi, olandesi, canadesi,
americani e sudamericani) .
La prima gita organizzata per noi è stata a
Gerusalemme, e la prima tappa è stata naturalmente Yad Vashem. Eravamo in
Israele da appena una settimana, ma eravamo già stati tutti, in Eretz in
generale, ma anche a Yad Vashem. Nonostante ci fosse un forte senso di
fratellanza, eravamo ancora un po’ timidi. Una volta entrati nel museo siamo
stati accolti da una guida americana e abbiamo iniziato il giro. Man mano che
procedevamo nella nostra visita, ci veniva spontaneo prenderci tutti per mano.
Tutti noi avevamo trovato riferimenti e dettagli che riguardavano la storia
delle nostre famiglie. L’ultima parte che abbiamo visitato insieme è stato il
monumento dedicato ai bambini, una grossa sala buia con innumerevoli lumini
riflessi e delle voci che bisbigliavano i nomi, l’età e la provenienza di
bambini sterminati nei campi di concentramento. Quando siamo usciti ci siamo
fermati sul giardino di fronte per una ventina di minuti perché stavamo
piangendo tutti. Ci siamo abbracciati forte, e poi siamo tornati al pullmann.
Per mano. Ci sentivamo indissolubilmente legati. Eravamo – e siamo- tutti figli
di quello che abbiamo visto, e che sei milioni tra ebrei e prigionieri politici
hanno vissuto. Oggi la nostra identità è determinata dalla nostra tradizione
religiosa e dalla varietà di culture che si intrecciano nell’ebraismo, ma è
anche arricchita da questo particolare patrimonio prodotto dalla Shoà.