Nessuna libertà di stampa in Russia, Cecenia, Asia centrale e Caucaso. Poca in Afghanistan
Russia e Cecenia. L’organizzazione Reporter Senza Frontiere ha indicato la Russia come uno dei
paesi più pericolosi al mondo dove praticare la professione del giornalista. Prima
ci sono solo 27 dittature africane ed asiatiche.
Solamente l’anno scorso sono stati uccisi otto giornalisti. Ventuno in tutto
da quando Putin, ex dirigente del Kgb, è diventato presidente della Russia (2000).
Il buco nero dell’informazione russa è certamente la Cecenia, praticamente inaccessibile
alla stampa indipendente. Ricordiamo il caso di Antonio Russo, giornalista italiano
di Radio Radicale, trovato morto in Georgia il 16 ottobre 2000 dopo aver raccolto materiale compromettente
sulle atrocità commesse dalle truppe russe nella repubblica separatista. Il sospetto
è che sia stato eliminato dai servizi segreti russi. O il caso di Ali Astamirov,
corrispondente dell’agenzia francese AFP, che dopo essere stato minacciato per molti mesi e sconsigliato di partire per
la Cecenia dal FSB, i servizi segreti russi, nel luglio 2003 è stato rapito in
Ingushezia da non meglio identificati uomini armati. E da allora non se ne sa
più nulla.
La recente tragedia di Beslan ha evidenziato i metodi con cui il Cremlino impedisce
ad alcuni giornalisti considerati scomodi di coprire vicende altrettanto scomode
o semplicemente poco pulite che possano imbarazzare o mettere in cattiva luce,
a livello internazionale, la Russia.
Anna Politkovskaya, nota corrispondente di Novaya Gazeta e dura critica della politica di Putin in Cecenia, è stata avvelenata mentre
era in volo per l’Ossezia. Andrei Babitsky, collaboratore di Radio Free Europe-Radio Liberty è stato arrestato all’aeroporto di Mosca prima con l’accusa di trasportare esplosivo,
poi con quella di teppismo per essere stato aggredito da due uomini.
Sempre durante la crisi di Beslan, le autorità russe hanno inoltre trattenuto
all’aeroporto di Mineralniye Vody, tappa obbligatoria per proseguire il viaggio
in Ossezia, il responsabile della sede di Mosca dell’emittente satellitare araba
Al-Arabiya, Amro Abdel Amid e una troupe della Tv georgiana Rustavi 2: in entrambi i casi non sono state fornite spiegazioni se non mere questioni
di visto (e tutti ne erano provvisti o in regola).
Ralf Shakirov, direttore del prestigioso quotidiano russo Izvestiya, è stato costretto a dimettersi dall’editore (vicino a Putin) per gli articoli
critici scritti sul blitz delle forze speciali russe.
Ma, questione cecena e terrorismo a parte, in tutta la Russia di oggi la libertà
di stampa è praticamente inesistente.
Con spregiudicate manovre politiche e finanziarie, il Cremlino è riuscito a mettere
in crisi e a mettere poi le mani su tutte le televisioni indipendenti per poi.
Oggi in Russia non esiste più un canale televisivo nazionale indipendente: tutte
sono strettamente controllate e censurate dalle autorità.
Ma purtroppo sono molto in voga anche metodi molto più pragmatici per far tacere
i giornalisti scomodi. Se le minacce o l’arresto non bastano, si passa all’assassinio.
Come si diceva all’inizio, ben otto giornalisti sono stati uccisi nel 2003. Di
solito perché svolgevano inchieste sulle collusioni tra crimine organizzato e
politica, come è avvenuto per Aleksey Sidorov, capo redattore del giornale indipendente
Tolyatinskoye Obozreniye, ucciso a Togliattigrad, o a Dmitry Shvets, vice direttore della tv indipendente
TV-21 di Murmansk, nel nord della Russia, ucciso a colpi di pistola proprio fuori
dalla sala di registrazione.
Repubbliche ex-sovietiche. Non migliore è la situazione nelle altre repubbliche ex sovietiche, dall’Asia
centrale al Caucaso.
Il brutale regime bielorusso di Alexander Lukashenko è ancora più in basso della
Russia nella classifica mondiale della libertà di stampa stilata da Reporter Senza
Frontiere. Per il Comitato per la Protezione dei Giornalisti è addirittura tra
i dieci posti più pericolosi del mondo.
Tutti i mezzi di informazione sono controllati dal governo. Qui la critica giornalistica
al potere è semplicemente vietata e le autorità reprimono con ogni mezzo ogni
accenno di libertà di stampa, come si è visto in occasione del referendum presidenziale
dello scorso 17 ottobre, costato la chiusura a una dozzina di giornali indipendenti.
Lo stesso dicasi per l’Ucraina di Leonid Kuchma. Le recenti elezioni, con numerosi
pestaggi di giornalisti indipendenti e la censura applicata a tutta la stampa
in campagna elettorale, hanno mostrato una volta di più l’assenza della libertà
di stampa in questo paese. Anche l’assassinio dei giornalisti è molto comune,
con vari casi registrati ogni anno.
Ma in cima alla lista mondiale dei paesi più oppressivi per la libertà di stampa
(dietro solo a Corea del Nord, Cuba e Birmania) c’è il Turkmenistan dell’eccentrico
presidente a vita Saparmurat Niazov, quello delle statue d’oro che si crede il
re sole. Qui la stampa ha solo una funzione: tessere in maniera grottesca le lodi
del “Padre dei Turkmeni” glorificandone ogni discorso e ogni atto. Ogni minima
critica significa il carcere e la tortura.
Non molto diversa la situazione nell’Uzbekistan del presidente Islam Karimov.
La condanna di un giornalista e difensore dei diritti umani a una pesante pena
detentiva per ‘omosessualità’ è un esempio significativo della brutale repressione
esercitata dal potere contro la stampa indipendente, peraltro quasi inesistente
nel paese.
In Kazakistan, il presidente Nursultan Nazarbayev ha scatenato una vera e propria
guerra contro la stampa indipendente a colpi di censura, minacce e incarcerazione
di giornalisti critici.
In Kirghizistan e Tagikistan i mezzi di comunicazione sono completamente controllati
dallo Stato, in maniera non dissimile dall’epoca sovietica. Quindi i margini della
libertà di stampa sono decisi dal governo, che non esita ad usare la censura e
le minacce.
Passando al Caucaso (della Cecenia si è già detto) l’Azerbaijan ha registrato
un forte arretramento nel campo della libertà di stampa dopo le elezioni presidenziali
dell’ottobre 2003. Nel corso dei disordini che hanno seguito lo scrutinio, sono
stati aggrediti e messi sotto inchiesta almeno cento giornalisti. Uno di loro,
che era anche leader di un partito d’opposizione, è stato condannato a cinque
anni di carcere.
In Georgia, i disordini nelle regioni indipendentiste di Ajaria e Ossezia del
Sud e Abkhazia hanno dato luogo a numerose violazioni della libertà di stampa.
Afghanistan. Sorprendentemente migliore rispetto ai paesi citati fino ad ora, secondo Reporter
Senza Frontiere, la situazione della libertà di stampa nell’Afghanistan post-talebano
governato (con qualche difficoltà) del neoeletto presidente Hamid Karzai. Dal
2002 si sono moltiplicati i giornali, le televisioni e soprattutto le radio locali.
Ma nel 2004 una legge sulla stampa ha vietato di scrivere e trasmettere messaggi
“offensivi verso la fede Islamica”, il che spesso significa verso le autorità
locali. Criticare le malefatte dei signori della guerra che ancora comandano fuori
da Kabul è sconsigliabile.