23/11/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



Nessuna libertà di stampa in Russia, Cecenia, Asia centrale e Caucaso. Poca in Afghanistan
Antonio RussoRussia e Cecenia. L’organizzazione Reporter Senza Frontiere ha indicato la Russia come uno dei paesi più pericolosi al mondo dove praticare la professione del giornalista. Prima ci sono solo 27 dittature africane ed asiatiche.
Solamente l’anno scorso sono stati uccisi otto giornalisti. Ventuno in tutto da quando Putin, ex dirigente del Kgb, è diventato presidente della Russia (2000).
Il buco nero dell’informazione russa è certamente la Cecenia, praticamente inaccessibile alla stampa indipendente. Ricordiamo il caso di Antonio Russo, giornalista italiano di Radio Radicale, trovato morto in Georgia il 16 ottobre 2000 dopo aver raccolto materiale compromettente sulle atrocità commesse dalle truppe russe nella repubblica separatista. Il sospetto è che sia stato eliminato dai servizi segreti russi. O il caso di Ali Astamirov, corrispondente dell’agenzia francese AFP, che dopo essere stato minacciato per molti mesi e sconsigliato di partire per la Cecenia dal FSB, i servizi segreti russi, nel luglio 2003 è stato rapito in Ingushezia da non meglio identificati uomini armati. E da allora non se ne sa più nulla.
La recente tragedia di Beslan ha evidenziato i metodi con cui il Cremlino impedisce ad alcuni giornalisti considerati scomodi di coprire vicende altrettanto scomode o semplicemente poco pulite che possano imbarazzare o mettere in cattiva luce, a livello internazionale, la Russia.  
Anna Politkovskaya, nota corrispondente di Novaya Gazeta e dura critica della politica di Putin in Cecenia, è stata avvelenata mentre era in volo per l’Ossezia.  Andrei Babitsky, collaboratore di Radio Free Europe-Radio Liberty è stato arrestato all’aeroporto di Mosca prima con l’accusa di trasportare esplosivo, poi con quella di teppismo per essere stato aggredito da due uomini.
Anna PolitovskayaSempre durante la crisi di Beslan, le autorità russe hanno inoltre trattenuto all’aeroporto di Mineralniye Vody, tappa obbligatoria per proseguire il viaggio in Ossezia, il responsabile della sede di Mosca dell’emittente satellitare araba Al-Arabiya, Amro Abdel Amid e una troupe della Tv georgiana Rustavi 2: in entrambi i casi non sono state fornite spiegazioni se non mere questioni di visto (e tutti ne erano provvisti o in regola).
Ralf Shakirov, direttore del prestigioso quotidiano russo Izvestiya, è stato costretto a dimettersi dall’editore (vicino a Putin) per gli articoli critici scritti sul blitz delle forze speciali russe.
Ma, questione cecena e terrorismo a parte, in tutta la Russia di oggi la libertà di stampa è praticamente inesistente.
Con spregiudicate manovre politiche e finanziarie, il Cremlino è riuscito a mettere in crisi e a mettere poi le mani su tutte le televisioni indipendenti per poi. Oggi in Russia non esiste più un canale televisivo nazionale indipendente: tutte sono strettamente controllate e censurate dalle autorità.
Ma purtroppo sono molto in voga anche metodi molto più pragmatici per far tacere i giornalisti scomodi. Se le minacce o l’arresto non bastano, si passa all’assassinio. Come si diceva all’inizio, ben otto giornalisti sono stati uccisi nel 2003. Di solito perché svolgevano inchieste sulle collusioni tra crimine organizzato e politica, come è avvenuto per Aleksey Sidorov, capo redattore del giornale indipendente Tolyatinskoye Obozreniye, ucciso a Togliattigrad, o a Dmitry Shvets, vice direttore della tv indipendente TV-21 di Murmansk, nel nord della Russia, ucciso a colpi di pistola proprio fuori dalla sala di registrazione.
 
Repubbliche ex-sovietiche. Non migliore è la situazione nelle altre repubbliche ex sovietiche, dall’Asia centrale al Caucaso.
Il brutale regime bielorusso di Alexander Lukashenko è ancora più in basso della Russia nella classifica mondiale della libertà di stampa stilata da Reporter Senza Frontiere. Per il Comitato per la Protezione dei Giornalisti è addirittura tra i dieci posti più pericolosi del mondo.
Aleksey SidorovTutti i mezzi di informazione sono controllati dal governo. Qui la critica giornalistica al potere è semplicemente vietata e le autorità reprimono con ogni mezzo ogni accenno di libertà di stampa, come si è visto in occasione del referendum presidenziale dello scorso 17 ottobre, costato la chiusura a una dozzina di giornali indipendenti.
Lo stesso dicasi per l’Ucraina di Leonid Kuchma. Le recenti elezioni, con numerosi pestaggi di giornalisti indipendenti e la censura applicata a tutta la stampa in campagna elettorale, hanno mostrato una volta di più l’assenza della libertà di stampa in questo paese. Anche l’assassinio dei giornalisti è molto comune, con vari casi registrati ogni anno.
Ma in cima alla lista mondiale dei paesi più oppressivi per la libertà di stampa (dietro solo a Corea del Nord, Cuba e Birmania) c’è il Turkmenistan dell’eccentrico presidente a vita Saparmurat Niazov, quello delle statue d’oro che si crede il re sole. Qui la stampa ha solo una funzione: tessere in maniera grottesca le lodi del “Padre dei Turkmeni” glorificandone ogni discorso e ogni atto. Ogni minima critica significa il carcere e la tortura.
Non molto diversa la situazione nell’Uzbekistan del presidente Islam Karimov. La condanna di un giornalista e difensore dei diritti umani a una pesante pena detentiva per ‘omosessualità’ è un esempio significativo della brutale repressione esercitata dal potere contro la stampa indipendente, peraltro quasi inesistente nel paese.
In Kazakistan, il presidente Nursultan Nazarbayev ha scatenato una vera e propria guerra contro la stampa indipendente a colpi di censura, minacce e incarcerazione di giornalisti critici.
In Kirghizistan e Tagikistan i mezzi di comunicazione sono completamente controllati dallo Stato, in maniera non dissimile dall’epoca sovietica. Quindi i margini della libertà di stampa sono decisi dal governo, che non esita ad usare la censura e le minacce.
Passando al Caucaso (della Cecenia si è già detto) l’Azerbaijan ha registrato un forte arretramento nel campo della libertà di stampa dopo le elezioni presidenziali dell’ottobre 2003. Nel corso dei disordini che hanno seguito lo scrutinio, sono stati aggrediti e messi sotto inchiesta almeno cento giornalisti. Uno di loro, che era anche leader di un partito d’opposizione, è stato condannato a cinque anni di carcere.
In Georgia, i disordini nelle regioni indipendentiste di Ajaria e Ossezia del Sud e Abkhazia hanno dato luogo a numerose violazioni della libertà di stampa.
 
Afghanistan. Sorprendentemente migliore rispetto ai paesi citati fino ad ora, secondo Reporter Senza Frontiere, la situazione della libertà di stampa nell’Afghanistan post-talebano governato (con qualche difficoltà) del neoeletto presidente Hamid Karzai. Dal 2002 si sono moltiplicati i giornali, le televisioni e soprattutto le radio locali. Ma nel 2004 una legge sulla stampa ha vietato di scrivere e trasmettere messaggi “offensivi verso la fede Islamica”, il che spesso significa verso le autorità locali. Criticare le malefatte dei signori della guerra che ancora comandano fuori da Kabul è sconsigliabile.

Enrico Piovesana

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