Violenza e corruzione: il Bangladesh è pericoloso, per chi lavora nella informazione
Un rapporto del Comitato per Proteggere i Giornalisti (Cpj), con sede a New York,
denuncia una situazione drammatica: “Aggressioni fisiche e intimidazioni ai reporter
sono un fatto comune in Bangladesh, soprattutto nelle aree rurali. Qui i giornalisti
vengono minacciati, picchiati o addirittura uccisi per aver fatto il loro lavoro”,
dice Ann Cooper, direttrice del gruppo di ricerca del Cpj nel Paese. Ann ha condotto
le sue indagini insieme al collega Abi Wright e a due giornalisti asiatici: Iqbal
Athas del Sunday Times (Sri Lanka) e Andreas Harsono del Pantau magazine (Indonesia).
Agenti segreti bengalesi li hanno accompagnati in ogni movimento.
Dal 1997 a oggi in Bangladesh sette giornalisti sono stati assassinati e decine
hanno subito aggressioni e intimidazioni. L’ultima vittima è Harunur Rashid. Girava
in moto nel distretto di Khulna, come d’abitudine, alla ricerca di notizie. Un
uomo gli ha sparato uccidendolo il 2 marzo scorso. E’ sopravvissuto, invece, Humayun
Azad, professore e scrittore, pugnalato da ignoti il 27 febbraio 2003. L’attacco
all’intellettuale ha innescato una spirale di violenze. Sempre il 2 marzo, giorno
dell’assassinio di Rashid, centinaia di studenti hanno manifestato contro le violenze
e in nome del loro insegnante Azad, intorno all’Università della capitale Dhaka.
Ma i giovani del Bangladesh Nationalist Party, il partito al potere del premier
Khaleda Zia, hanno iniziato ad attaccare i dimostranti. Secondo alcuni giornalisti
locali, la polizia avrebbe cercato di disperdere la folla con bastonate e gettando
gas lacrimogeni. Più di cento ragazzi sarebbero rimasti feriti. Azad potrebbe
essere stato aggredito per aver scritto un libro sul fondamentalismo islamico.
Nel Paese i musulmani rappresentano il 90 per cento della popolazione, mentre
il resto degli abitanti sono hindù. Un altro caso, per cui il Cpj ha chiesto un’indagine,
è quello di Tipu Sultan. Nel 2001 era corrispondente dal distretto di Feni, quando
venne picchiato da una banda armata. Sarebbe stato un politico della zona a commissionare
l’agguato a un gruppo di suoi seguaci.
Attualmente Sultan lavora in un giornale di Dhaka, mentre il mandante del crimine
e membro del principale partito d’opposizione, l’Awami League, ha lasciato il
Paese. L’impunità è uno dei principali problemi denunciati dal Cpj e dall’organizzazione
Reporters Sans Frontieres. Vincent Brossel, operatore di Rsf che in Bangladesh
ha condotto un’inchiesta, spiega: “La situazione di questo Paese è riconducibile
alla violenza politica che interessa tutta la società. Una violenza ripetuta che
colpisce giornalisti, politici, attivisti per i diritti civili, membri delle minoranze
religiose. La polizia è incapace di condurre le indagini. I criminali godono a
volte di protezione politica e i giudici spesso sono corrotti". Secondo l’organizzazione
Transparency International, il Bangladesh è il Paese più corrotto al mondo. Qui
anche i giornalisti sono molto politicizzati. Nel piccolo Stato sul Golfo del
Bengala e con una delle più alte densità demografiche, esistono due partiti principali:
il Bangladesh National Party (Bnp) conservatore e vicino ai fondamentalisti islamici
e l’Awami League (Al), fautore della lotta per l’indipendenza del Bangladesh dal
Pakistan nel 1971. “Militanti di entrambi le parti – dice Brossel – sono ostili
ai giornalisti che non li sostengono”.
Il referente per l’Asia e il Pacifico di Rsf prosegue nelle sue considerazioni:
“Il Bangladesh è nato nella violenza, con la guerra di indipendenza di inizio
anni ‘70. Allora l’esercito pakistano, appoggiato dai musulmani radicali, massacrò
200mila persone in poche settimane. Il Paese non ha ancora dimenticato questo
momento della sua storia. Il conflitto continua nella divisione tra chi è filo-pakistano
e chi è favorevole all’autonomia dell’antico Pakistan Orientale, come veniva chiamato
il Bangladesh prima del ’71. Un giornalista è stato arrestato perché aveva denunciato
un vecchio comandante pakistano. E una donna è stata ferita e ha perso una gamba,
dopo che aveva scritto un articolo su un collaboratore dell’esercito di Islamabad”.
Il pluralismo presente nei mezzi di comunicazione bengalesi è di facciata: “Gli
operatori dei media sono talmente sottoposti a pressioni che arrivano ad autocensurarsi”,
aggiunge Brossel.
Le famiglie dei giornalisti perseguitati hanno perso ogni speranza nella giustizia.
La situazione appare più grave nelle province al confine con l’India. Qui sono
maggiormente attive le bande armate ed è più forte la corruzione di poliziotti
e autorità. Il disordine politico e sociale in Bangladesh è cresciuto a partire
dal 2002, tanto da spingere il primo ministro Khaleda Zia ad avviare una massiccia
e discutibile campagna anti-crimine: l’esercito è stato chiamato in aiuto delle
forze di sicurezza. Diecimila persone sono state arrestate da ottobre a fine dicembre
del 2002 e 44 di queste sono morte in seguito alle torture subite durante la detenzione.
In tutto sono stati impiegati 46mila soldati, “come se fosse stata dichiarata
la legge marziale”, ha detto la leader dell’opposizione Sheikh Hasina. Rimane
in vigore, inoltre, lo Speedy Trial Act, una procedura di “giudizio rapido” che
consente di tenere un indiziato in stato di detenzione senza mandato d’arresto
fino al verdetto del tribunale.
Riguardo alle tensioni tra gruppi religiosi, diversi giornalisti hindù hanno
ricevuto minacce di morte. Nell’agosto 2001, per esempio, un gruppo armato di
asce e macete ha aggredito un reporter per i suoi scritti a favore di un’espressione
libera. La delegazione del Comitato per Proteggere i Giornalisti ha incontrato
esponenti della stampa locale ma anche alcuni ministri.
Il primo ministro Zia, però, ha negato udienza. Il Cpj ha lasciato Dhaka chiedendo
libertà di manifestare, indagini e processi per coloro che si sono macchiati di
crimini, fine delle carcerazioni sommarie e riapertura della televisione Etv bandita
nel 2002. Si trattava della Ekushey Television, l'unica emittente televisiva indipendente
non satellitare che il Paese avesse avuto. Lanciata nell'aprile 2000, sarebbe
stata chiusa per un problema tecnico: una licenza di trasmissione irregolare.
Di fatto il Bnp di Zia aveva spesso accusato l'Etv di essere troppo schierata
con la rivale Awami League. Tra le decine di aggressioni a danno dei giornalisti,
si ricorda anche l'uccisione, il 15 gennaio scorso, di Manik Saha, corrispondente
della Bbc.
Francesca Lancini