E’ abbastanza forte il rumore delle onde dell’oceano che si infrangono contro
gli scogli a protezione del Malecon, il famosissimo lungomare dell’Havana. Tanto
forte da riuscire a coprire il rumore delle ruspe e dei martelli pneumatici posizionati
di fronte all’ambasciata Usa, a Cuba, sede degli affari statunitensi.
Da qualche giorno si sta combattendo un conflitto strano, che risulta fastidioso
per i cubani, indispensabile per gli Usa e probabilmente ridicolo per il resto
del mondo che sta a guardare.
I fatti. La storia non è nuovissima. Da qualche tempo la rappresentanza Usa all’Havana
ha deciso esporre, posizionandolo fra il secondo e il terzo piano dell’ambasciata,
un’enorme lavagna luminosa con scritte in rosso inneggianti ai diritti umani (e
con frasi tratte da citazioni di Martin Luther King, di cui ricorre in questi
giorni il compleanno) e con pesanti giudizi sull’operato di Castro.
Non è la prima volta che accade. Già durante le festività natalizie del dicembre 2004, gli Usa avevano “ricordato” a tutti i cittadini cubani che settantacinque oppositori
politici, loro connazionali, erano rinchiusi nelle carceri del lider maximo. Gigante fu in quell’occasione il cartello esposto dalla diplomazia Usa, con
un numero 75 ben visibile anche a diverse centinaia di metri di distanza. Allora
la reazione cubana non si fece attendere e Castro ordinò ai suoi uomini di far
esporre dei manifesti che ricordassero a tutti le nefandezze dei soldati di Bush
lungo le sponde del Tigri e dell’Eufrate.
Le scritte erano più che mai comprensibili: con la parola “fascisti”, una serie
di immagini delle torture perpetrate ai danni dei detenuti nelle carceri Usa ad
Abu Ghraib. Ad oggi la guerra dei cartelli non si è ancora placata.
Dai pulpiti dai quali gli Usa predicano la democrazia, a colpi di fosforo bianco
come in Iraq, da qualche giorno i nuovi tabelloni luminosi raccontano ai cittadini
cubani “dell’esistenza dei diritti umani”.
Anche questa volta Castro non ha lasciato correre. Se nella passata occasione,
decine di migliaia di figli della rivoluzione erano scesi per le strade della
capitale a gridare tutto il loro disappunto, in questa occasione Castro ha voluto
riaffermare la sovranità nazionale sul territorio facendo iniziare i lavori per
la costruzione di una "sorpresa", che non dovrebbe essere un muro, e che avrà
molto probsbilmente il compito di coprire la visuale sull’ambasciata o ricordare
agli Usa, e così al mondo intero, qualche fatto. Ma è una sorpresa e staremo a
vedere.
Botta e risposta. Fidel Castro ce la sta mettendo tutta per far capire agli Usa di non essere
un terrorista, di non far parte di quella lista di Stati definiti “canaglia” da
Washington, di essere contro le guerre e per la dignità umana. Ma pare che i suoi
tentativi cadano nel vuoto. Come è accaduto qualche giorno fa allorché il lider maximo ha proposto di curare i cittadini statunitensi con malattie alla vista (branca
della medicina in cui Cuba è all'avanguardia), soprattutto quelli più poveri.
“Vi mando un aereo, facciamo salire gli ammalati, li portiamo a Cuba, li curiamo
e gli diamo tutto il sostegno possibile, senza voler nulla in cambio” ha detto
Castro ai giornalisti statunitensi presenti all’Havana.
Attualmente ci sono circa 25mila medici cubani che, gratuitamente, curano persone
malate in 68 paesi del mondo. Per ultimo un accordo fra Castro e Chavez, presidente
del Venezuela, ha fatto in modo che 14mila medici cubani arrivassero nella terra
bolivariana per aiutare a sconfiggere alcune malattie nei quartieri più poveri
delle città, in cambio di sconti sul petrolio esportato a Cuba.