27/01/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



Il voto in Palestina raccontato da un'osservatrice internazionale
scritto per noi da
Milena Nebbia*
 
 
Ancor prima che fossero resi noti i primi exit poll delle elezioni parlamentari di mercoledì scorso, è stato chiaro che dopo quasi quarant’anni al-Fatah era vicino alla fine del suo monopolio nella conduzione politica dell’Autorità Nazionale Palestinese.
 
i festeggiamenti di hamas per le stradeIl tifo da stadio tra i sostenitori di Hamas è cominciato sin dal mattino presto il giorno delle votazioni: migliaia di giovani e giovanissimi sono scesi per le strade con bandiere, berretti, striscioni verdi, distribuendo santini elettorali vicino alle sedi dei seggi, mentre caroselli di auto percorrevano le strade polverose lanciando a tutto volume il refrain del movimento islamico. Ma la realtà è andata al di là della speranza e del sogno, Hamas ha raccolto il frutto del lavoro sociale svolto nelle zone più povere, specie nella Striscia di Gaza, e del malcontento di coloro che nel partito fondato da Arafat hanno visto crescere nel tempo corruzione e nepotismo invece di una politica a favore del popolo. Hamas ha guadagnato la maggioranza assoluta dei 132 seggi del parlamento, con l’onore e l’onere adesso di costruire il prossimo governo palestinese.
 
un seggio elettoralePer Fatah non ci sono alibi: l’astensionismo non è stato significativo, si è recato al voto il 75 per cento dei registrati, le operazioni di voto si sono svolte senza particolari difficoltà, non sono a tutt’ora stati resi noti brogli o impedimenti particolari che possano aver scoraggiato gli elettori dell’una e dell’altra parte, tra i sostenitori dei due partiti non ci sono stati scontri, solo piccole scaramucce che da queste parti non vengono nemmeno notate. Le previsioni pessimistiche circa le condizioni metereologiche si sono rivelate infondate, la giornata è stata mite e soleggiata. Gli osservatori internazionali, ben 900, tra i quali una significativa presenza di italiani, hanno svolto il loro compito senza incontrare difficoltà. Proprio in alcuni dei seggi nella zona a est di Gerusalemme, in terra di Betania, dove erano presenti gli osservatori italiani, si è assistito all’arrivo scenografico da film americano dell’ex presidente Jimmy Carter, preceduto da una folla di fotografi e cameraman, nonché guardie del corpo dalla mascella squadrata e dall’immancabile segretaria tuttofare inappuntabile. Minuto e un po’ frastornato, Carter ha fatto il giro dei seggi a testimoniare l’impegno delle associazioni da lui fondate, la Fondazione Carter e l’Istituto Nazionale Democratico, a favore dello sviluppo dei processi democratici nelle zone calde del globo. Anche la Jihad islamica, che aveva deciso di non partecipare alle elezioni, pur suggerendo ai suoi sostenitori di non andare a votare, non ha creato problemi nel corso della giornata di voto. La  macchina elettorale palestinese, coordinata dal Comitato Elettorale Centrale, ha funzionato discretamente, se si pensa che è soltanto la terza volta che viene messa in piedi: apertura dei seggi alle 7, chiusura più o meno per tutti alle 19.00, efficienza e organizzazione da parte degli scrutatori, dei segretari e dei presidenti di seggio, per lo più donne.
 
sostenitori con le bandiere dei partiti Naturalmente, ora che i risultati definitivi e ufficiali confermano il successo di Hamas, tutto il mondo che guarda con interesse a questo terremoto politico in Medio Oriente si chiede cosa accadrà: sarà possibile un’alleanza tra Fatah e Hamas? Oppure Hamas deciderà di guidare da solo il governo dell’Autorità Nazionale Palestinese? Un dato è certo: la vittoria di Hamas deve essere vista come l’espressione legittima e libera di un popolo e come tale va rispettata. Gli Stati Uniti naturalmente hanno dichiarato che non riconosceranno come possibile interlocutore Hamas, se il movimento non rinuncerà ufficialmente al desiderio di distruggere Israele. E verosimilmente Hamas potrebbe anche fare la scelta di rinunciare a portare avanti l’ideologia terroristica. E’ però anche vero che, parlando all’arrivo al seggio elettorale a Gaza, il candidato numero uno di Hamas, Ismail Haniya, ha dichiarato: “Gli americani e gli europei ci hanno messo di fronte alla scelta di entrare nel consiglio legislativo deponendo le armi, le due cose non sono in contraddizione”. Circa le possibilità di avviare negoziati con Israele, anche su questo punto da Hamas giungono segnali contraddittori. Da parte sua  il governo israeliano per ora non ha fatto commenti sul voto palestinese, ma il giorno prima delle elezioni Olmert parlava di questa occasione come il punto di partenza per poter riavviare i negoziati basati sulla cosiddetta “road map”, invitando però i palestinesi per il loro bene a rinunciare agli estremismi. Quale sia il bene per il popolo palestinese è forse però più chiaro dalle semplici parole di una ragazza che raccoglieva gli exit poll fuori da un seggio elettorale nella periferia di Gerusalemme: “Io vorrei soltanto che ci fosse più libertà di movimento, la possibilità di andare a lavorare e studiare senza doversi sottoporre all’umiliazione e allo stress psicologico e fisico delle attese ai check point”.  
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