scritto per noi da
Milena Nebbia*
Ancor prima che fossero resi noti i primi exit poll delle
elezioni parlamentari di mercoledì scorso, è stato chiaro che dopo quasi
quarant’anni al-Fatah era vicino alla fine del suo monopolio nella
conduzione politica dell’Autorità Nazionale Palestinese.

Il tifo da stadio tra i sostenitori di Hamas è cominciato
sin dal mattino presto il giorno delle votazioni: migliaia di giovani e
giovanissimi sono scesi per le strade con bandiere, berretti, striscioni verdi,
distribuendo santini elettorali vicino alle sedi dei seggi, mentre caroselli di
auto percorrevano le strade polverose lanciando a tutto volume il refrain del
movimento islamico. Ma la realtà è andata al di là della speranza e del sogno,
Hamas ha raccolto il frutto del lavoro sociale svolto nelle zone più povere,
specie nella Striscia di Gaza, e del malcontento di coloro che nel partito
fondato da Arafat hanno visto crescere nel tempo corruzione e nepotismo invece
di una politica a favore del popolo. Hamas ha guadagnato la maggioranza
assoluta dei 132 seggi del parlamento, con l’onore e l’onere adesso di
costruire il prossimo governo palestinese.

Per Fatah non ci sono alibi: l’astensionismo non è stato
significativo, si è recato al voto il 75 per cento dei registrati, le
operazioni di voto si sono svolte senza particolari difficoltà, non sono a
tutt’ora stati resi noti brogli o impedimenti particolari che possano aver
scoraggiato gli elettori dell’una e dell’altra parte, tra i sostenitori dei due
partiti non ci sono stati scontri, solo piccole scaramucce che da queste parti
non vengono nemmeno notate. Le previsioni pessimistiche circa le condizioni
metereologiche si sono rivelate infondate, la giornata è stata mite e
soleggiata. Gli osservatori internazionali, ben 900, tra i quali una
significativa presenza di italiani, hanno svolto il loro compito senza
incontrare difficoltà. Proprio in alcuni dei seggi nella zona a est di
Gerusalemme, in terra di Betania, dove erano presenti gli osservatori italiani,
si è assistito all’arrivo scenografico da film americano dell’ex presidente
Jimmy Carter, preceduto da una folla di fotografi e cameraman, nonché guardie
del corpo dalla mascella squadrata e dall’immancabile segretaria tuttofare
inappuntabile. Minuto e un po’ frastornato, Carter ha fatto il giro dei seggi
a
testimoniare l’impegno delle associazioni da lui fondate, la Fondazione Carter
e l’Istituto Nazionale Democratico, a favore dello sviluppo dei processi
democratici nelle zone calde del globo. Anche la Jihad islamica, che aveva deciso
di non partecipare
alle elezioni, pur suggerendo ai suoi sostenitori di non andare a votare, non
ha
creato problemi nel corso della giornata di voto. La macchina
elettorale palestinese, coordinata dal Comitato Elettorale Centrale, ha
funzionato discretamente, se si pensa che è soltanto la terza volta che viene
messa in piedi: apertura dei seggi alle 7, chiusura più o meno per tutti alle
19.00, efficienza e organizzazione da parte degli scrutatori, dei segretari e
dei presidenti di seggio, per lo più donne.

Naturalmente, ora che i risultati definitivi e ufficiali confermano il
successo di Hamas, tutto il mondo che guarda con interesse a questo terremoto
politico in Medio Oriente si chiede cosa accadrà: sarà possibile un’alleanza
tra Fatah e Hamas? Oppure Hamas deciderà di guidare da solo il governo
dell’Autorità Nazionale Palestinese? Un dato è certo: la vittoria di Hamas deve
essere vista come l’espressione legittima e libera di un popolo e come tale va
rispettata. Gli Stati Uniti naturalmente hanno dichiarato che non
riconosceranno come possibile interlocutore Hamas, se il movimento non
rinuncerà ufficialmente al desiderio di distruggere Israele. E verosimilmente
Hamas potrebbe anche fare la scelta di rinunciare a portare avanti l’ideologia
terroristica. E’ però anche vero che, parlando all’arrivo al seggio elettorale
a Gaza, il candidato numero uno di Hamas, Ismail Haniya, ha dichiarato: “Gli
americani e gli europei ci hanno messo di fronte alla scelta di entrare nel
consiglio legislativo deponendo le armi, le due cose non sono in contraddizione”.
Circa le possibilità di avviare negoziati con Israele, anche su questo punto da
Hamas giungono segnali contraddittori. Da parte sua il governo israeliano per ora non ha fatto commenti sul voto
palestinese, ma il giorno prima delle elezioni Olmert parlava di questa
occasione come il punto di partenza per poter riavviare i negoziati basati
sulla cosiddetta “road map”, invitando però i palestinesi per il loro bene a
rinunciare agli estremismi. Quale sia il bene per il popolo palestinese è forse
però più chiaro dalle semplici parole di una ragazza che raccoglieva gli exit
poll fuori da un seggio elettorale nella periferia di Gerusalemme: “Io vorrei
soltanto che ci fosse più libertà di movimento, la possibilità di andare a
lavorare e studiare senza doversi sottoporre all’umiliazione e allo stress
psicologico e fisico delle attese ai check point”.