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La Clemenceau dovrà però attendere il 13 febbraio, quando la Corte Suprema indiana
deciderà se far entrare o meno la nave nelle sue acque territoriali, previo accertamento
da parte della Commissione indiana sui rifiuti tossici che la portaerei è 'pulita'.
Ma la Clemenceau non è pulita, e non lo è proprio perché, come tutte le altre
navi, porta con sè un vasto campionario di sostanze nocive: vernici a base di
piombo, altri metalli pesanti come il cadmio e l'arsenico, componenti elettrici
ed equipaggiamenti contenenti bifenile policlorinato (Pcb), un composto altamente
tossico utilizzato come refrigerante nei trasformatori e, soprattutto, ben 24
tonnellate di amianto. Le autorità egiziane hanno bloccato per tre giorni la portaerei
di fronte al canale di Suez, dove gli attivisti di Greenpeace hanno compiuto un'azione
dimostrativa per suscitare l'attenzione internazionale e impedire il transito
attraverso il Canale. Ma non è servito: dopo il via libera del Cairo, la Clemenceau
sta navigando col suo carico d'amianto attraverso il Mar Rosso, il golfo di Aden,
lo Yemen, e punta dritta la sua prua verso Alang.
La sicurezza è il nostro motto. E' questa la scritta beffarda che campeggia all'ingresso del porto di Alang,
vero e proprio 'incubo ecologico'. Secondo il Gujarat Maritime Board, i suoi 183
cantieri di shipbreaking (letteralmente 'fare a pezzi le navi') cannibalizzano ogni anno oltre 200 navi,
masticano e digeriscono 3 milioni di tonnellate di acciaio e svariate tonnellate
di altri materiali. Ciò che risulta indigesto al suolo, al mare e ai 20mila uomini
che vi lavorano ogni giorno, sono le montagne di rifiuti tossici prodotti dallo
smembramento delle navi, in prevalenza provenienti dal ricco Occidente. Dopo che
centinaia di operai, fagocitati dai natanti come da immensi termitai, ne hanno
scarnificato le carcasse metalliche con potenti fiamme ossidriche, le scorie sputate
dai relitti vanno a formare sulla costa e nei bassi fondali lunghe strisce di
rifiuti tossici di ogni genere. Olii esausti, metalli pesanti, Pcb, per citare
i più pericolosi, penetrano in mare e inquinano l'intera catena alimentare fino
all'utente finale, l'uomo. Poi c'è la nafta, che non viene svuotata dalle cisterne
delle navi e spesso provoca incidenti mortali. Il 22 aprile 1997, 16 operai sono
morti dopo che un incendio si è sprigionato a bordo di una petroliera. In un altro
incidente, l'esplosione delle bombole del gas per le fiamme ossidriche, introdotte
a decine nelle pance delle navi, ha provocato due morti e 22 feriti.
In barba a tutte le leggi. La Capitaneria di porto indiana non ha risorse sufficienti per controllare se
i relitti che vanno a morire ad Alang contengano o meno sostanze tossiche. L'India
ha bandito nel '97 l'importazione di navi che contengono tali sostanze, in conformità con
la Convenzione di Basilea. Questa stabilisce che le navi dei Paesi membri dell'Ocse
(Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico) devono essere smantellate negli
stessi Paesi aderenti all'organizzazione, e non altrove. Tali proibizioni vengono
però sistematicamente ignorate, rendendo il lucroso commercio delle navi un affare illegale,
oltre che immorale. A seconda della stazza, ogni singola nave frutta agli acquirenti milioni
di euro. Gli operai guadagnano meno di 2 euro al giorno. E muoiono di malattie
la cui diffusione è agevolata dalle terribili condizioni di lavoro nell'area dei
cantieri: tra queste lebbra, malaria, colera, problemi respiratori, dissenteria
e tubercolosi. E' perché la vita di un indiano vale meno di quella di un francese,
o di un italiano, che la Clemenceau continua indisturbata a solcare le acque internazionali,
facendo rotta verso l'inferno di Alang.
Luca Galassi