Si potrebbe dire, non senza qualche
ragione, che il governo israeliano ha lavorato per anni a questo
risultato elettorale. Sia il Likud che i laburisti non
hanno mai voluto fino in fondo compiere l’unico atto che avrebbe
consolidato la dirigenza del Fatah, e cioè riconoscere il
sacrosanto diritto all’esistenza di uno stato palestinese.
Anzi, il governo israeliano ha
costruito questo risultato elettorale rendendo sempre più
aspro lo scontro militare. La differenza tra la prima e la seconda
intifada nel numero dei morti e dei feriti è impressionante.
Rendendo sempre più difficile la vita civile dei palestinesi,
impedendo agli studenti di andare a scuola, impedendo ai feriti,
ai malati, e alle donne partorienti di arrivare vivi in ospedale,
sostenendo fino a pochi mesi fa la politica della colonizzazione dei
Territori.
Prima il governo israeliano ha
massacrato la classe dirigente palestinese. Lo ha fatto mettendo
sotto assedio militare Arafat, chiudendo in carcere, sepolti di
ergastoli, i principali e più amati (e più vicini alla
linea del dialogo) dirigenti politici della Autorità nazionale
palestinese.
Poi, dopo essersi assicurati la tabula
rasa, hanno abbandonato in modo unilaterale la Striscia di Gaza costruendo una
delle più impressionanti operazioni mediatiche della storia
recente, subito strumentalizzata come grande vittoria da Hamas. Quasi
che ci fosse un accordo.
Hanno scacciato i coloni, e hanno
lasciato ai palestinesi l'onere e l'onore di gestire i “loro”
lembi di terra. Ma solo dopo essersi assicurati che il futuro Stato
palestinese non avesse più gerarchie civili o militari che
potessero realmente tenere sotto controllo la situazione.
Il risultato è questa specie di
plebiscito. Non tanto per i 70 seggi su 132, che pure sono
un’enormità, ma perché la vittoria di Hamas è
il simbolo della fine di un’era. Quella dei ‘vecchi leoni’,
quella della vecchia politica del Fatah e della Palestina laica.
“Non
riconosceremo Israele”, tuonano i vertici del partito islamista
appena è stata annunciata la loro vittoria, come se il ‘nuovo’
potesse essere rappresentato da qualcuno che si rifiuta di vedere la
realtà e di prendere atto di una situazione ormai
immodificabile.
Ma se questo è accaduto, se una società
laica, cosmopolita e progressista vota in massa un’organizzazione
che manda le ronde sulle spiagge di Gaza per bastonare i giovani che
fanno il bagno se non sono abbastanza coperti, dei colpevoli ci sono.
Sono colpevoli i governi israeliani, ma sono colpevoli anche gli
stessi dirigenti di Fatah.
Fino
a quando è stato vivo Arafat
nessuno ha osato protestare contro il vecchio padre un po’ burbero,
ma quando il rais è morto la pazienza dei palestinesi era
allo stremo, dopo decenni di promesse non mantenute e dopo una seconda
intifada che ha massacrato le anime e i corpi di un popolo.
Fatah non l’ha capito, e basta passeggiare per i quartieri
residenziali di Ramallah, guardare le ville dei dirigenti di Fatah,
per cogliere l’errore politico (e forse anche penale) di una classe
dirigente che non ha saputo utilizzare il sostegno internazionale per
fare scuole e ospedali.
Coma invece ha fatto Hamas.
E oggi
ognuno raccoglie quello che ha seminato.
Christian Elia
Maso Notarianni