La guerra di oggi, al sorgere del nuovo
Impero,
è il solito mattatoio,
[1]
ma è organizzato con le regole dell'
azienda globale. E’ fatto di
imprenditori, manager, consulenti, cooperative, interinali e lavoratori a
termine, tutti con un contratto da onorare che giustifica la loro presenza: “
lavorano“
tutti.
L’Impero
Che cos’è la guerra ai tempi del nuovo Impero?
E soprattutto che cos’è l’Impero?
Dopo la caduta del Muro di Berlino, una sola potenza
è al vertice del potere mondiale, e il suo governo intende stabilire la sua
sicurezza e occuparsi del problema dell’ordine.
Il cosiddetto “Nuovo ordine mondiale” non è poi così
nuovo e somiglia a strumenti di gestione del potere ampiamente visti e
sperimentati. Per quanto la globalizzazione
possa aver rivestito di “novità” i concetti, di fatto il meccanismo imperiale
è
quello classico dell’antica Roma, e nonostante se ne conoscano tutti gli
aspetti, qualcuno - di cultura approssimativa e
pesantemente influenzata da miti - si ritiene in diritto di
utilizzarlo per dichiarare concluse le forme di democrazia partecipativa e
partecipata che la società mondiale ha sperimentato nell’ultimo scorcio del
‘900. In ogni campo la tentazione di
supremazia, l’attrazione dell’Impero incontrastato, è forte, e la
presenza di fattori che ne agevolano il consolidamento, tra cui i quindici anni
di assenza di un valido antagonista politico, militare e più in generale “di
sistema”, insieme con la facilità con la quale i mezzi di comunicazione di
massa riescono a entrare nella vita dei singoli e delle opinioni pubbliche, fa
sì che qualcuno si senta nelle condizioni di esercitare il diritto positivo di
sottomissione.
Gli Stati Uniti, unica
potenza globale e multisettoriale rimasta,
possono -
anzi, tra la
leadership attualmente al comando in quel
paese,
qualcuno addirittura pensa che
debbano -
ergersi a ruolo di sovrano globale. In
realtà il fenomeno è infinitamente più complesso, poiché una chiara scelta di
tipo imperiale onnicomprensivo e onnipresente costerebbe troppo sul piano
dell’immagine e quindi della tenuta della seppur non più fondamentale opinione
pubblica statunitense. In ogni caso,
chi intenda sviluppare negli USA una qualsiasi supremazia plurisettoriale,
o più semplicemente un monopolio globale, trova le basi ben consolidate. È una
operazione che parte da lontano e coinvolge i
singoli settori con tempi e modi diversi: la supremazia economica trae origine
dall’adattamento, nemmeno troppo radicale, del consolidato sistema di Bretton
Woods
[2],
nato con scopi sicuramente più meritori.
L’altra supremazia onnipresente, quella dell’informazione, è una
semplice involuzione oligopolistica operata dallo spregiudicato drappello di
imprenditori pescecani che ha aggredito questo florido mercato un po’ come
Nelson
Rockefeller e soci presero d’assalto la promettente industria del
petrolio.
[3]
La percezione di questo cambiamento, per quanto
avvertita epidermicamente da molti, è comunque sfumata;
certamente si intuisce che qualcosa si sta organizzando sopra le nostre
teste, e qualcuno ha anche cercato di far capire al grande pubblico di che cosa
si tratta, ma le invettive di Michael Moore
[4]
o - nel nostro domestico - l’arguzia di Giulietto Chiesa
[5]
sono rimaste ai margini di qualsiasi dibattito.
Per trasformarsi in supremazie imperiali, i singoli
monopoli - pur avendo ben delineate le loro élites che si riconoscono e
si frequentano in incontri come quello di Davos - hanno bisogno di controllare
direttamente vere e proprie strutture statuali, perché solo le nazioni posso
dar loro la forza militare di cui hanno ormai bisogno. Sono i famigerati poteri senza volto che
hanno smesso di agire nell’ombra, e che hanno in fine scelto - come diceva
Enrico Mattei parlando dei partiti politici italiani - il loro taxi. Non è una convivenza pacifica e ordinata,
lo dice l’osservazione della realtà, ma su una cosa tutti sono d’accordo: l’Impero
deve vincere, a tutti i costi.
In questo momento sembra proprio che siano gli Stati
Uniti l’
Impero (o la somma di supremazie) più grosso, visibile e
chiassoso. Non si devono sottovalutare
gli attriti con gli interessi concorrenti, spesso sovranazionali - come quello
della malavita - o nazionali - come quello del gigantesco stato cinese - famosi
per la loro coesione, ma per ora siamo in una fase di gestazione e lo scontro
è
(solo) rinviato. Questa logica senza
regole non può che far precipitare il mondo, al tempo dell’
Impero
contemporaneo, in un vortice di instabilità.
Non è un semplice scontro di civiltà, magari lo fosse: sarebbe una cosa
chiara e al limite risolvibile. È una
competizione di interessi in un ring senza arbitro, vince il più sleale e la
guerra - bilanciata o asimmetrica che sia - è l’opzione più semplice per
misurare le forze
[6].
Quello che il bagno di sangue delle due guerre
mondiali e la rinascita democratica del periodo post-bomba atomica avevano
cercato di relegare ai margini, ricompare oggi come strumento condiviso da
tutti, o meglio da tutti coloro che hanno la loro piccola supremazia da
difendere e ingrandire. Del resto la
mentalità della guerra - che prescinde da
tutte le regole - è presente in molte attività complesse: hanno cominciato le
grandi imprese multinazionali, affiancando il pensiero strategico di chi aveva
studiato in accademie militari alla semplice e scontata spregiudicatezza
commerciale. Poi il travaso di
conoscenze è stato nei due sensi e oggi si fa la guerra “militare” con metodi
“economici” e viceversa. Che
differenza c’è nell’arrecare danno a un competitore - per esempio del Sud-est
asiatico - con un bombardamento, con un attentato in una località turistica o
con una raffinata speculazione contro la sua valuta nazionale? Nessuna: tutte
le metodiche sono sul tappeto, tutte sono sfruttabili e sono alla portata di
più soggetti di quanti si possa immaginare.
[7]
In questa ottica scompaiono le barriere tra terrorismo
e guerra: il terrorismo smette di essere un fenomeno a se stante - come vorrebbero
che l’opinione pubblica lo percepisse - per riprendere il solito posto tra le
opzioni di guerra, del resto da quando c’è la guerra il terrore è uno degli
strumenti “naturali”, al pari dell’incendio, dell’omicidio e cosi via.
Gli
uomini: una evoluzione del soldato
Chi fa la guerra decisa dall’Impero?
Per quanto riguarda la guerra sul campo, quella che si
combatte nelle vallate dell’Afganistan o nei sobborghi di Baghdad,
quali sono
gli strumenti e chi sono gli agenti di questa parte dello scontro tra
imperi? Chi è oggi il soldato e quanti “tipi” di
soldato esistono?
La tecnologia degli ultimi cento anni ha dato tanto alla guerra, ha permesso
di
mettere in pratica le idee e i deliri di Giulio Douhet
[8]
e degli altri teorici della distruzione di massa, al punto che oggi non c’è
nessun rapporto tra la guerra “ideale scontro cavalleresco”
[9]
e la realtà fatta di percentuali altissime di vittime civili e di aggressione
alle nazioni più che scontro tra eserciti.
Fino alla fine della guerra fredda la tecnologia aveva sostanzialmente
snobbato
il soldato, lo scontro tra “super potenze” avveniva tra sistemi d’arma sempre
più complessi di portata globale, e i soldati dovevano solo “far massa” dietro
i corazzati dopo che le bombe -anche nucleari- avessero “ammorbidito” il territorio
da conquistare. Bastava un elmetto, un
fucile non tanto pesante e poco altro.
Oggi le cose sono cambiate, il singolo combattente è elemento di un
sistema “network-centrico”, opera nell’ambito tattico, ma è in diretto contatto
con i vertici e solo per questo si ritrova una capacità offensiva
ingentissima. La tuta lo protegge dal
caldo e dal freddo, gli occhiali dal laser, sulla manica un Gps
[10],
sulle spalle una radio satellitare, in braccio un fucile multicalibro… un
superuomo? No, è lo stesso fantaccino
della Grande Guerra con l’elmetto di latta ed il fucile ’91, solo che un
ragazzo di oggi non potrebbe mai adattarsi a quello che deve fare senza essere
psicologicamente protetto. La “protezione” viene dalla tecnologia, che almeno
per i giovani occidentali è l’unico vero mito che funzioni.
La motivazione resta la cosa più importante per
riuscire a mandare delle persone a uccidere e a farsi ammazzare, perché la
guerra dell’
Impero è visibilmente strumentale e - ad una analisi
giuridica - sempre illegale. Non basta imbottire il cervello con miti
nazionalistici, “vittorie mutilate”, supremazia della razza ed altre simili
fandonie, si deve far leva su qualcos’altro, per esempio sull’esaltazione
dell’invulnerabilità: un superuomo che uccide senza essere ucciso. Del resto cosa dice il carrista americano
nel suo carro M1 Abrams
[11]
quando incomincia a sparare sugli iracheni in fuga: «…let’s rock ‘n roll!»
[12].
È un
gioco dove ti hanno convinto che vincerai sempre, ti pagano per farlo e ti
fanno giocare finché vuoi… Ma non è sempre così, la guerra dell’Impero
ha bisogno di molti più soldati di quanti si possano convincerne con
l’attrazione del vinci-sempre, bisogna attrarre mano d’opera, le legioni
mandate a combattere nelle zone più lontane sul limes
dell’impero romano erano composte di barbari e schiavi, quelle di oggi spedite
dove l’Impero
si confronta, da chi sono formate?
La figura più rappresentativa, almeno nelle forze
armate dei paesi ricchi, è quella che il generale Fabio
Mini etichetta come “tecno-burocrate”
[13].
Il soldato-seduto raccontato da Mini è particolarmente funzionale alla
tipologia di armi tecnologiche che si sono affermate negli eserciti
occidentali. Si tratta di esperti, espertissimi del loro ristretto campo di
lavoro,
che conoscono ogni aspetto del “loro” apparato o del “loro” pezzo di procedura,
ma che volutamente ignorano ciò che sta a monte e soprattutto le conseguenze di
ciò che contribuiscono a fare. Non si
sentiranno mai colpevoli, né delle vittime che
le loro “procedure” provocheranno, né delle
eventuali
défaillances tecniche, se non direttamente imputabili al loro
minuscolo pezzettino di responsabilità.
La loro attenzione è focalizzata sull’ottenimento della vittoria, sul
raggiungimento del loro obiettivo.
Questa gente si permette di essere meno
intelligente delle armi
che usa, anzi di credere fermamente nella propria imbecillità. Arrivare a Baghdad ed occuparla, questo è
l’obiettivo da raggiungere, poco importa se dopo qualcun altro la devasta,
stupra, ruba e uccide, sono effetti collaterali. L’assoluta mancanza di pianificazione post-bellica dimostrata in
Afghanistan, e soprattutto in Iraq, è un’ulteriore prova della assenza di
visione complessiva. Regge solo la
personificazione della responsabilità, che è l’unico modo di pensare condiviso,
poiché assicura la garanzia di non avere problemi quando si torna a casa in famiglia.
Chi lancia il missile è responsabile come colui che lo attacca alle ali
dell’aereo, o come chi sceglie il bersaglio o programma la traiettoria nella
memoria del computer… è una responsabilità polverizzata, che è fatta apposta
per non pesare sulla coscienza di nessuno. I
tecnoburocrati sono tutti
dotati del loro bell’alibi: «ho eseguito gli ordini»; c’era qualcosa di magico
nella difesa dei seguaci dello sterminatore Eichmann che non poteva rimanere
inascoltato
[14].
Anche i
tecnoburocrati hanno però un limite, un
limite difficile da superare per qualsiasi comandante in capo: hanno paura di
morire, o semplicemente vogliono continuare a star bene; appena la percezione
del rischio personale supera una certa soglia si ritirano, si nascondono dietro
alla loro superspecializzazione, e mettono i comandanti e i presidenti di
fronte al dubbio: dopo tutto quel che è stato speso per addestrarli e
prepararli a questa o quella tecnologia, è concepibile sacrificarli in un
rastrellamento notturno in un sobborgo di Kandahar? Con un occhio ai bilanci, il comandante cercherà altrove e
chiederà al presidente altra gente - meno costosa - da sacrificare
[15]. Questo spiega la presenza, accanto ai
tecnoburocrati
di ogni grado, anche di una gran quantità di coloro che potremmo definire “spendibili”.
Gli
spendibili sono la carne da cannone che c’è
sempre stata, e ancora oggi si dividono in due categorie: “tagliagole” e
“poveracci”. I
tagliagole sono il raccolto della normale devianza
psicologica presente in ogni società che viene coagulata intorno
all’istituzione e “ottimizzata” per gli scopi della guerra, sono sabotatori,
Omon[16],
Spetsnaz[17], i
corpi “speciali” cui affidare il rischio e l’omicidio certi. La tecnologia e le
conoscenze nel campo della psicologia applicata hanno permesso di selezionare
grandi quantità di “specialisti”.
Anche i
poveracci sono un altro frutto della
tecnologia, sono quelli che “ci sono cascati” o che proprio non avevano altra
scelta, disperati che vedono nel servizio all’
Impero la possibilità di
portare a casa qualche soldo: l’unico modo di sopravvivere ad un sistema
produttivo che ha già cacciato i loro padri e ora non ha certo bisogno delle
loro braccia. Nell’esercito americano,
odierno paradigma di esercito dell’
Impero, a differenza di quanto
accadeva ai tempi della guerra del Vietnam, è
sempre più facile trovare soldati bianchi in prima linea: sono i
redneck
i contadini disoccupati degli stati depressi del Sud, oppure i figli degli
operai licenziati delle megalopoli industriali del Nordest.
[18]
Accanto a loro è altrettanto facile trovare neo-immigrati che con
l’arruolamento sperano di poter ottenere la cittadinanza per loro e la famiglia,
un’opportunità – la sola legale – per giovani portoricani, filippini e
messicani.
Poi ci sono i “soldati della
domenica”; negli Stati Uniti - e in qualche misura anche in Gran
Bretagna - il Corpo della Riserva e la Guardia
Nazionale rappresentano un ottimo bacino per mobilitare uomini e mezzi nelle guerre
dell’
Impero. A una condizione: il presidente deve diventare “presidente di
guerra”, solo allora potrà sottrarre il controllo di questi veri e propri
eserciti
locali dalle mani dei governatori dei singoli stati, e
usarli come massa. Una volta si
trattava di soldati di
serie B[19];
della domenica appunto, gente che dava la sua disponibilità allo difesa
nazionale in cambio di poco impegno e pochissimi rischi.
[20] Poi c’è stata la prima guerra dell’
Impero,
la Guerra del Golfo nel 1991, e la Guardia
Nazionale fu richiamata nel deserto del Kuwait. Ci vuole carne, ci vogliono i soldati che nessuno sforzo di
propaganda è in grado di reclutare, e quindi si impiega in prima linea anche
questa gente.
[21] Ma i “cittadini-soldati”, tanto cari alla
vecchia tradizione isolazionista americana, non sono altro che quel corpo
raccogliticcio che ci si aspetta che siano, perciò è logico affidare loro
mansioni tra le più basse. Sempre sottintendendo l’accordo che difficilmente il
loro hobby della violenza verrà passato al vaglio. Chissà che cosa avrà pensato
l’aguzzina (in divisa) e consulente finanziaria (da borghese) Janis Karpinski,
quando le sono andati a curiosare nel carcere di Abu Ghraib? Anche qui la
lezione nazista fa scuola, nella guerra dell’
Impero si rispolverano
vecchi successi: i risultati migliori nella “soluzione finale” vennero da
formazioni come il famigerato Battaglione di Polizia 101 fatto di poliziotti in
pensione
[22].
Gli
stati
Quale il ruolo degli stati?
Quello che vale per un esercito, con le sue componenti
di tecnoburocrati, spendibili e perfino di soldati della
domenica, può essere applicato a intere coalizioni: al posto dei singoli ci
saranno le nazioni, ognuna col suo compito assegnato. Le coalizioni ad hoc, che si escogitano oggi per
fare una guerra, prescindono anche dal semplice avallo delle organizzazioni
sovranazionali ONU, NATO ecc. Soggiacere a un qualsiasi benestare può
essere troppo penalizzante, meglio ricorrere a vassalli che in cambio del loro
sangue aspettano speranzosi di “sedersi sotto alla tavola a raccattare qualche
avanzo”. La fantasiosa “coalizione di intenti”
segreta o palese che ha accompagnato l’invasione dell’Iraq è emblematica. Che cosa sperano di fare i governi polacco,
rumeno o perfino quello albanese o il re di Tonga? Vogliono petrolio e
visibilità, e come Gran Bretagna, Australia e Italia sono pronti a dare l’unica
cosa che alla guida della coalizione scarseggia: vite umane. Le nazioni barbare hanno sempre
difeso i confini dell’Impero, qualsiasi esso fosse, anche se poi sono
quelle che ne hanno minato la tenuta.
Come il singolo soldato, questi stati
“remora”, proprio come i pescetti che nuotano intorno ai grandi
predatori, si barcamenano alla ricerca di un benessere che la scarsità di
risorse rende sempre meno alla loro portata. In ogni caso essi devono essere
continuamente blanditi, visto che la loro fedeltà, in particolare dopo alcune
importanti defezioni dalla coalizione, è tutt’altro che fermamente acquisita.
L’outsourcing
La guerra in appalto?
Per chi ha in mano la guerra odierna, in una ipotetica
classifica di qualità morale, dopo le proprie truppe scorrono - in rigoroso
ordine di convenienza politica - quelle delle nazioni remora, che a loro volta
impiegano tecnoburocrati, e spendibili di minore “qualità” e così
via. Ma quando anche il fondo del
barile è raggiunto, quando le azioni da effettuare farebbero ribrezzo o
metterebbero in imbarazzo chiunque, ecco spuntare la vera anima della società
contemporanea:
l’outsourcing. L’appalto
militare alle compagnie private è comodo, relativamente poco costoso e facile
da gestire sul piano dell’immagine. Di
solito si ricorre alle Private Military Companies quando le leggi o
l’opinione pubblica impediscono di agire in un certo modo, quando cioè si
ritiene necessario violare la legge e non c’è abbastanza sfrontatezza per farlo
in prima persona.
Chi avesse messo due soldi nelle imprese belliche
all’indomani del tremendo 11 settembre, ora porterebbe a casa grandi guadagni;
ma non si tratta solo di investimenti nei giganteschi conglomerati del
complesso militare-industriale, ci sono anche altre ditte che sanno fare
cassetta. Le chiamano eufemisticamente
“compagnie militari private”, una bella etichetta per non pronunciare la parola
fatidica: mercenari
[23]. Sul mercato ci
sono più di ottanta compagnie di mercenari, con tanto di sede, consiglio di
amministrazione, sito internet ecc. Queste, a seconda delle dimensioni, possono
fornire servizi vari dalla sicurezza di personale e installazioni a “veri
pacchetti” completi - cioè prendere in appalto una guerra, anche di discrete
dimensioni - oppure fornire consulenze specifiche nel campo dell’addestramento,
della logistica, nella copertura aerea o nell’
intelligence.
In questo momento le compagnie private hanno numerose
richieste. Accanto ai settori classici
ed ai ben conosciuti territori dei mercenari (la solita Africa, che vede
“operatori” impegnati dalla Liberia alla Costa d’Avorio, dalla Sierra Leone al
Congo, e così via), si sono affacciate compagnie appaltatrici “globali”. Queste
sottoscrivono un contratto con l’amministrazione di una transnazionale, o - più
spesso - con il governo e prendono in mano la
gestione di un conflitto.
Indubbiamente è stato il governo statunitense, dopo
l’ondata di moralizzazione imposta dalla presidenza Carter e dal susseguirsi
degli scandali come Iran-Contras
[24],
a dare inizio alla moda delle
compagnie; non a caso la maggior parte di
queste ha sede negli Usa
[25]. Il loro intervento è stato richiesto per
coordinare le forze bosniache e croate contro i serbi, e poi per assistere
militarmente le nascenti forze armate della Bosnia-Erzegovina, per addestrare
l’esercito saudita, per garantire l’incolumità del presidente afgano Karzai ed
ora per gestire le “fonti informative” in Iraq e Afghanistan.
Sul campo le compagnie si possono dividere
secondo due principali metodi operativi.
Ci sono quelle che si limitano a consigliare:
in altre parole ad ottimizzare le risorse, accedere alle informazioni e fornire
ciò che manca sul piano dell’organizzazione o della formazione alle forze
locali. E poi ci sono quelle che “mettono le mani in pasta”: questi
gruppi sono generalmente composti da ex-appartenenti ai corpi speciali, con un’aristocrazia
di ex-berretti verdi americani e commandos
inglesi o sudafricani a capo di una manovalanza fatta di ex-legionari francesi
e di ex-spetznaz russi e di tutto l’Est europeo. Non si tratta di grossi
eserciti, perché anche questi “specialisti” si guardano bene dall’andare in
prima linea; il loro compito è quello di indirizzare nel modo giusto la “forza
lavoro” locale, si tratti di lavorare con altri militari o - come in Africa -
con bambini soldato; l’importante è stare al riparo.
C’è poi tutto un settore dell’
humint, cioè il reperimento delle informazioni
da fonti “umane”, fatto con metodi considerati molto efficaci, ma che non si
possono certo far rientrare nei compiti istituzionali, al quale le
compagnie
sono naturalmente destinate.
Dall’unione delle “professionalità” tra
outsourcing e
soldati
della domenica è nato il “sistema” Abu Ghraib, ma chissà a Guantanamo Bay o
nei campi di detenzione afgani, quanti operatori
privati operano nella ricerca
di informazioni da fonti “sudate”. Una compagnia di sicurezza, la Caci
[26],
ha reclutato i torturatori da inviare in Iraq attraverso un annuncio sul suo sito
Internet,
proponendo «eccitanti opportunità di
intelligence per individui disposti
a condurre per uno o due anni interrogatori strategici e tattici»
[27].
Un sottufficiale delle principali Pmc
normalmente percepisce uno “stipendio” di 6-7.000 dollari al mese, più le
assicurazioni (sono quasi le stesse dei turisti: morte, invalidità, cure
mediche in patria e rientro della salma); non è poco, e i vantaggi sono
notevoli.
Le forze armate della guerra
globalizzata
appaltano in
outsourcing un gran numero di altre attività
[28].
Fin dai tempi di Reagan e della Thatcher, accanto alle truppe circola una
galassia di società che si occupano di trasportare, vestire, nutrire, curare il
soldato, mentre altre si occupano della manutenzione delle armi, della gestione
contabile, della vigilanza esterna alle basi non operative e perfino del
rifornimento in volo degli aerei d’attacco. I primi grossi appalti hanno
riguardato la logistica militare; la guerra dell’
Impero ha bisogno di
spostare rapidamente uomini e mezzi da una parte all’atra del mondo, e le sole
forze militari non sono in grado di farlo velocemente. Per questa ragione si ricorre alla grandi
compagnie internazionali di logistica, questi LSP (
logistics service
providers), costano generalmente meno delle strutture interne alle forze
armate, sono più veloci ed efficienti.
Basta non stupirsi di nulla: aerei russi che trasportano armi americane
verso il Golfo, compagnie di navigazione, con tanto di approvazione e contratto
in esclusiva del governo americano, che passano sotto il controllo azionario
straniero, e così via; l’importante è trasportare. Il mercato rappresenta
da solo 46 miliardi di dollari
l’anno, e fa gola a tanti
[29].
Il sistema degli appalti è incredibile, una giungla
nella quale si scontrano tutte le
lobby economiche
e di potere, il caso forse più emblematico è quello del conglomerato
Halliburton, ex datore di lavoro del vicepresidente
USA Dick Cheney, che approvvigiona di
combustibile la forza di invasione in Iraq, comprando i carburanti in Kuwait e
rivendendoli all’esercito a prezzi esorbitanti, oppure che, tramite la Kellog
Brown & Root, gestisce i pasti caldi e il “casermaggio” per le truppe
stesse. Fornendo loro - quando sono in
libera uscita - gli stessi pasti, ma a pagamento.
[30]
L’Italia
Un paese povero?
In tutto questo complicatissimo gioco di arricchimento
e morte, qual’è la situazione del nostro paese? Noi siamo una normale “nazione-remora”, ci comportiamo come tale
e non c’è possibilità che il governo si distacchi da questa condizione
[31]. Siamo stati pronti ad inviare le nostre
“truppe barbare” sui confini dell’
Impero e oggi - dopo la
defezione
spagnola - siamo addirittura portati ad esempio di virtù e fedeltà dal
presidente Bush. Del resto non c’è
settore dove il nostro paese non sia dipendente dall’
amico fraterno
statunitense, e anche la sua partecipazione all’Unione Europea, uno dei
possibili contendenti allo strapotere americano, è depressa al punto da farci
rappresentare, non tanto celatamente, il vero ventre molle dell’Unione. I semplici calcoli da bottegaio di qualche
uomo politico vedono, come ancora di salvataggio per l’economia nazionale, la
possibilità di emungere a 4-5 dollari al barile il petrolio del deserto
iracheno, e di incamerare la differenza con gli altissimi livelli oggi
raggiunti sul mercato
[32];
del resto il rilancio della nostra industria non c’è stato, e la tanto
decantata piccola imprenditoria ha già preso il largo andando a produrre il
“made in Italy” sempre più verso oriente. E allora? E allora per mantenere la
pace sociale, per garantirsi la sopravvivenza politica, non resta altro che
accettare la propria postazione di voga nella galea dell’
Impero,
sperando che la bontà dell’imperatore arrida a chi ha scelto di non
contrariarlo troppo.
I “nostri ragazzi” al servizio della guerra dell’
Impero
sono uguali a tutti gli altri
[33]:
ci sono i
tecnoburocrati delle quattro accademie militari, i
tagliagole
reclutati nelle palestre e gli altri
spendibili. I nostri
redneck
vengono dalla Campania e da tutto il Mezzogiorno. Hanno una famiglia da mantenere,
o almeno vorrebbero metterla su, e per questo
dopo il servizio volontario sperano in un impiego pubblico, da poliziotto o da
bidello, poco importa. Infatti, fin dalla sua istituzione all’inizio
degli anni ’90 la ferma volontaria ha previsto una “linea privilegiata” per il
collocamento dopo il servizio
[34]. Mentre di recente progetti interni alle
forze armate o coordinati con gli enti locali - ai primi di novembre 2004 è
stato il caso della Sardegna - si adoperano per il collocamento dopo la ferma
attraverso la formazione professionale, o aiuti all’auto-imprenditoria. Ma non
cambia niente, neanche le facce sono così
diverse. Per ora non siamo ancora
all’arruolamento di stranieri, anche se il ministro in carica ha dichiarato di
essere favorevole ad “assumere” Albanesi, nel nostro esercito
[35].
Come la cronaca ci ha raccontato anche qui si allevano
combattenti “privati”; non è più il tempo di fanatici o agenti provocatori come
Stefano Delle Chiaie o Pierluigi Concutelli, che andavano a farsi le ossa in
Africa, per poi agire nella sovversione nostrana; è il tempo dei buttafuori da
discoteca: “bravi ragazzi, che dopo aver vestito la divisa d'ordinanza del
mercenario moderno - occhialoni Oakey metallizzati inforcati sul cipiglio
palestrato e Mp5 luccicante pronta a fare fuoco -, avranno modo, tornati a
casa, di accendere un mutuo per la villetta e, perché no?, di convolare a
giuste nozze”
[36].
Conclusioni
Sicuramente la guerra al tempo dell’
Impero è un
affare, anzi in tempi di recessione nei quali il concetto di “rottamazione” è
considerato come una spinta fondamentale delle economie “mature”, la guerra
diventa l’
Affare per tutti. Come
tutto ciò che sta in cielo e in terra, i cicli economici non possono essere
sempre crescenti. L’economia occidentale ha raggiunto da tempo il limite di
saturazione, e - dopo aver riempito la sua popolazione di ogni bene - l’ha
convinta a disfarsene imperniando sul concetto di obsolescenza gran parte della
sua crescita recente
[37]. Tanto vale, per chi non ha alcuno scrupolo,
rottamare intere nazioni. Se
uno stato non applica gli standard della globalizzazione, se si trattiene dallo
sposare appieno il volere dell’
Impero e non intende porsi nella
posizione che già da tempo gli è stata attribuita, allora ecco che diventa una
canaglia. Una canaglia da convertire con la forza alla
propria posizione e quindi da radere più o meno al suolo per poi ricostruire
secondo i “più avanzati standard” - si dice sempre così - attraverso imprese
che hanno sorretto direttamente l’
Impero stesso.
I pacifisti sono irrisi dai
guerrafondai, da quella cultura che vuole essere realista e pragmatica senza
lasciare speranza di salvezza al genere umano. Ma il cammino della pace è tracciato da guide alte, da San
Francesco ed Erasmo da Rotterdam, Mournier,
Maritain, La Pira, Capitini, don Mazzolari, don Milani e Padre Balducci.
[38]
Senza scomodare le “guide alte”, chiunque conosca la
realtà -soprattutto chi come e perché fa la guerra dell’Impero- può
essere altrettanto realista e pragmatico, ma esattamente nel senso opposto a
chi la guerra la vuole.
[1] Il 18
novembre 1922, il giornale
London Observer riportava: «Si calcola che lo
scorso anno oltre un milione di casse di ossa umane e non umane siano state
spedite dal continente europeo fino a porto di Hull. I dintorni di Lipsia,
Austerlitz, Waterloo, e di tutti i luoghi dove, nell’ultimo sanguinoso
conflitto, furono combattute le maggiori battaglie, sono stati parimenti
ripuliti sia delle ossa degli eroi, sia di quelle dei cavalli che essi
montarono. Così, raccolte da ogni dove, sono state spedite nel porto di Hull,
e
da là inoltrate alle macine di ossa
dello Yorkshire, che hanno montato
motori a vapore e macchinari possenti allo scopo di ridurle in granuli:
In questo stato vengono vendute agli agricoltori per concimare la loro terra».
Citato da C. Hedges
Il fascino oscuro della guerra, trad. M. G. Cavallo,
Laterza, Roma-Bari, 2004, p. 32.
[2] Con
i quali si è creato il sistema monetario internazionale, che stabilizza i cambi
e interviene sulle economie con la Banca Mondiale ed il Fondo Monetario
Internazionale, organismi con sede negli Stati Uniti.
[3]
Benito Li Vigni
Le
guerre del petrolio, Editori Riuniti, Roma 2004
[4]
Michael Moore autore televisivo e cinematografico con “Roger and me”, la serie
The
awful truth e i documentari “
Bowling for Columbine” e “
Farenheit
9/11” ha cercato di evidenziare -a modo suo- lo strapotere di
élites,
cartelli e clan politici.
[5]
In
La guerra infinita, Feltrinelli, Milano 2001, Giulietto Chiesa ha
descritto al grande pubblico il contorno della nebulosa del governo del mondo,
fatto di gruppi di potere e di cartelli di interessi.
[6]
Il SIPRI, il centro studi svedese più autorevole in materia di studi di pace,
ha calcolato che senza le ultime guerre in Afghanistan e in Iraq, l'aumento
delle spese militari nel 2003 sarebbe stato del 4%, anziché dell'11% come
avvenuto effettivamente. In vetta alle classifiche di spesa ci sono gli USA,
con 417,5 miliardi di dollari (con 1.419 dollari di spesa pro-capite) ed il 47%
sul totale. Tutti gli altri stanno su cifre molto più basse: 5% per il
Giappone, 4% per Gran Bretagna, Francia e Cina, 3% per la Germania, 2% per
l'Italia (www.sipri.se).
[7]
Qiao Liang Wang Xiangsui “Guerra senza limiti”, LEG, Gorizia 2001.
[8]
Le opere di Douhet sono stare recente raccolte, a cura dell’Ufficio Storico
dell’Aeronautica nel volume Giulio Dohuet “Il Dominio dell’Aria e altri
scritti”, Roma, 2002.
[9]
John Keegan “La grande storia delle guerra”, Mondadori, Milano, 1999.
[10]
Il sofisticato sistema satellitare di posizionamento geografico.
[11]Il
principale mezzo corazzato delle forze statunitensi, oltre 60 tonnellate,
corazza multistrato in acciaio/uranio impoverito, cannone da 120mm ad anima
liscia in grado di sparare proiettili di uranio impoverito.
[12]
Michael Moore, “Farenheit 9/11”, film documentario, 2004, http://www.bimfilm.com.
[13]
Fabio Mini “La guerra dopo la guerra”, Einaudi, Torino, 2003.
[14]
L’essersi limitati ad eseguire gli ordini ricevuti dall’alto è stata l’unica
giustificazione per tutti gli imputati dei processi di Norimberga.
[15]
In questa ottica si può comprendere la decisione giudiziaria che si profila nei
confronti degli elicotteristi italiani che si sono rifiutarono di volare nei
cieli dell’Iraq con mezzi sprovvisti di specifica protezione. Dopo che la politica li ha bollati come
ammutinati e codardi, giusto il tempo per parlarne un po’ sui giornali, ecco
che la Procura militare potrebbe accertare la legittimità del loro comportamento.
[16] Gli
Omon
sono le truppe speciali del Ministero dell’Interno Russo, famosi per il
reclutamento facile di violenti e veri e propri criminali in uniforme.
[17]
.
Spetsnaz
Spetsial’noye Naznacheniye (letteralmente “truppe d’impiego speciale”)
rappresenta la “comunità” degli appartenenti ai reparti
commando
delle varie forze armate sovietiche ed ex-sovietiche.
[18]
Michael Moore nel suo “Farenheit 9/11”
è stato sicuramente chiarissimo; comunque si può leggere anche l’articolo di
Gregorio Piccin sul bilancio della difesa USA (
http://www.intermarx.com/ossinter/bilancio%202001.html). Ha destato scalpore inoltre la forte
diffusione di un videogioco “reclutante” distribuito gratuitamente tra gli
adolescenti proprio dall’US Army.
[19]
La Riserva e molte Guardie Nazionali statali erano un caso di filantropia con
le stellette: in cambio
dell’arruolamento e di quattro anni di servizio ogni otto, ti pagavano perfino
gli studi universitari, un affare!
[20]
Non dimentichiamo che il giovane Bush ha evitato la guerra in Vietnam, proprio
arruolandosi volontariamente nella Guardia Nazionale Aerea.
[21]
Nel settembre 2003 il Pentagono ha deciso di prorogare l’impiego di riservisti
e Guardia Nazionale in Iraq e Afghanistan; oggi questi soldati-cittadini rappresentano
il 40% delle truppe occupanti i due paesi.
[22]
Daniel Jonah Goldhagen
I volenterosi carnefici di Hitler, Mondadori,
Milano, 1997.
[23]
L'articolo 47 del Protocollo addizionale alle Convenzioni di Ginevra definisce
mercenario colui che: è specificamente reclutato, localmente o all'estero, per
combattere un conflitto armato; prende parte diretta alle ostilità; la sua motivazione
al combattimento consiste solo in un possibile ricavo di profitto personale;
non è cittadino né residente di una delle comunità territoriali parte del
conflitto; non è membro di forze armate regolari impegnate nei combattimenti;
non ha l'avallo ufficiale di nessuno Stato per partecipare al conflitto. Il
problema, per Francesco Vignarca, sta nel fatto che «per essere individuati
come mercenari occorre possedere tutte le caratteristiche sopra citate»
contemporaneamente. Ma la natura stessa delle
Pmc, per la complessità
della loro struttura, permette «di trovare sempre un modo di far cadere una
delle condizioni necessarie espresse nell'articolo 47». Francesco Vignarca
Li
chiamano ancora mercenari: la privatizzazione degli eserciti nell'era della
guerra globale, Altreconomia, Milano 2004.
[24]
Lo scandalo della vendita di armi all’Iran nemico degli Stati Uniti, e comunque
sotto embargo internazionale, nel quale un influente membro delle forze armate
statunitensi - il colonnello Oliver North - finì per coinvolgere i più alti
vertici politici di quel paese.
[25]
Dopo il tramonto delle bande “europee” di mercenari - scomparsi i mostri (non
proprio) sacri come Bob Denard e Jean Schramme -, e viste le limitazioni
politiche cui hanno dovuto sottoporsi - almeno apparentemente - i sudafricani
della società mercenaria Executive Outcomes, ora le maggiori
Pmc
compresa la famosa compagnia inglese DSL, sono spcità transnazionali a capitale
prevalentemente statunitense. MRPI, DynCorp, Vinnell, Saic sono le più
conosciute; basta fare una ricerca su Internet, ed appariranno i loro siti con
tanto di proposte di lavoro. Vedi Antonino Adamo
I nuovi mercenari,
Medusa, Milano
2003.
[26]
Nota alla cronaca anche per essere l’appaltatore -insieme alla Titan Corp.-
delle operazioni proprio nel carcere di Abu Ghraib e il presunto “datore di
lavoro” dei quattro
operatori italiani rapiti all’inizio del 2004.
[27]
Mauro Bulgarelli, Alberto Zona, altremappe.org “Mercenari - Il business della
guerra”, NdA Press, Rimini, 2004.
[28]
Il bilancio della Difesa degli Stati Uniti, secondo stime relative al 2003,
destinava ai contratti con i privati l'8% delle risorse complessive, per un
importo pari a 30 miliardi di dollari. Francesco Vignarca “Li chiamano ancora
mercenari: la privatizzazione degli eserciti nell'era della guerra globale”, cit.
[29]
Sergio Finardi, Carlo Tombola
Le strade delle armi, Jaca Book, Milano,
2002.
[31]
La spesa italiana per la difesa del 2004 si attesterà a fine 2004 a 14.148,9
milioni di Euro. Per il 2005 - comprendendo anche il normale “assestamento” di
metà anno, è prevista sui 15.208,4 milioni. [da “il Manifesto” 13 ottobre
2004]. Queste cifre sono da intendersi
come del tutto indicative, visto che si tratta di voci al netto delle leggi di
rifinanziamento per le missioni all’estero, e degli interventi a favore della
Difesa fatti dagli altri ministeri. Il Ministero per le Attività Produttive,
per esempio, acquista mezzi ed equipaggiamenti militari come forma di sostegno
all’industria.
[32]
Benito Li Vigni
Le guerre del petrolio, cit.
[33]
La spesa per il personale militare per il 2005 è stata fissata in 8.028 milioni
di Euro, con un incremento del 6,5% rispetto all'anno in corso. Ovviamente, con
l’esaurimento della leva a partire da gennaio, sono in netta crescita i soldi
da destinare al personale in “ferma prefissata”: si passa da 807 milioni di
Euro a 994 milioni. Il salto è notevole, perché siamo a un più 23,1%. Sempre al
netto delle maggiori spese per le missioni all’estero. Con l'esercito
professionale le spese cresceranno. [Da “il Manifesto”,
cit].
[34]
Per quanto riguarda l’impiego negli altri corpi armati, nei Vigili del Fuoco e
nelle amministrazioni dello Stato, ci sono comunque forti resistenze da parte
del sindacato e dalle amministrazioni stesse, che temono di non poter più
selezionare il personale in autonomia.
[35]
Intervista al quotidiano britannico «Daily Telegraph» del Ministro
della Difesa Antonio Martino, riportata dal Corriere
della Sera il 21 febbraio 2002.
[36]
Mauro Bulgarelli, Alberto Zona, altremappe.org “Mercenari - Il business della
guerra”, cit.
[37]
Del resto il complesso militare-industriale ci ha campato per tutti gli ultimi
cinquant’anni, mandando in pensione aerei prodotti in centinaia di esemplari
che non riuscivano nemmeno a volare, o disarmando sottomarini appena pochi mesi
dopo l’entrata in servizio. Chi non ricorda il Convair B36H o - di recente - i
sottomarini britannici classe
Upholder [cfr RID Rivista Italiana Difesa n.11/2004].
[38]
Francesco Paolo Casavola, ex presidente della Corte Costituzionale, da
L’Unità,7 ottobre 2004.