14/02/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



L'evoluzione del combattente, ovvero della guerra di oggi
La guerra di oggi, al sorgere del nuovo Impero, è il solito mattatoio,[1] ma è organizzato con le regole dell'azienda globale. E’ fatto di imprenditori, manager, consulenti, cooperative, interinali e lavoratori a termine, tutti con un contratto da onorare che giustifica la loro presenza: “lavorano“ tutti.
 
L’Impero
Che cos’è la guerra ai tempi del nuovo Impero? E soprattutto che cos’è l’Impero?
Dopo la caduta del Muro di Berlino, una sola potenza è al vertice del potere mondiale, e il suo governo intende stabilire la sua sicurezza e occuparsi del problema dell’ordine.
Il cosiddetto “Nuovo ordine mondiale” non è poi così nuovo e somiglia a strumenti di gestione del potere ampiamente visti e sperimentati.   Per quanto la globalizzazione possa aver rivestito di “novità” i concetti, di fatto il meccanismo imperiale è quello classico dell’antica Roma, e nonostante se ne conoscano tutti gli aspetti, qualcuno - di cultura approssimativa e pesantemente influenzata da miti - si ritiene in diritto di utilizzarlo per dichiarare concluse le forme di democrazia partecipativa e partecipata che la società mondiale ha sperimentato nell’ultimo scorcio del ‘900.   In ogni campo la tentazione di supremazia, l’attrazione dell’Impero incontrastato, è forte, e la presenza di fattori che ne agevolano il consolidamento, tra cui i quindici anni di assenza di un valido antagonista politico, militare e più in generale “di sistema”, insieme con la facilità con la quale i mezzi di comunicazione di massa riescono a entrare nella vita dei singoli e delle opinioni pubbliche, fa sì che qualcuno si senta nelle condizioni di esercitare il diritto positivo di sottomissione.
Gli Stati Uniti, unica potenza globale e multisettoriale rimasta, possono - anzi, tra la leadership attualmente al comando in quel paese, qualcuno addirittura pensa che debbano - ergersi a ruolo di sovrano globale.   In realtà il fenomeno è infinitamente più complesso, poiché una chiara scelta di tipo imperiale onnicomprensivo e onnipresente costerebbe troppo sul piano dell’immagine e quindi della tenuta della seppur non più fondamentale opinione pubblica statunitense.  In ogni caso, chi intenda sviluppare negli USA una qualsiasi supremazia plurisettoriale, o più semplicemente un monopolio globale, trova le basi ben consolidate. È una operazione che parte da lontano e coinvolge i singoli settori con tempi e modi diversi: la supremazia economica trae origine dall’adattamento, nemmeno troppo radicale, del consolidato sistema di Bretton Woods[2], nato con scopi sicuramente più meritori.  L’altra supremazia onnipresente, quella dell’informazione, è una semplice involuzione oligopolistica operata dallo spregiudicato drappello di imprenditori pescecani che ha aggredito questo florido mercato un po’ come Nelson Rockefeller e soci presero d’assalto la promettente industria del petrolio. [3]
La percezione di questo cambiamento, per quanto avvertita epidermicamente da molti, è comunque sfumata; certamente si intuisce che qualcosa si sta organizzando sopra le nostre teste, e qualcuno ha anche cercato di far capire al grande pubblico di che cosa si tratta, ma le invettive di Michael Moore[4] o - nel nostro domestico - l’arguzia di Giulietto Chiesa[5] sono rimaste ai margini di qualsiasi dibattito.
Per trasformarsi in supremazie imperiali, i singoli monopoli - pur avendo ben delineate le loro élites che si riconoscono e si frequentano in incontri come quello di Davos - hanno bisogno di controllare direttamente vere e proprie strutture statuali, perché solo le nazioni posso dar loro la forza militare di cui hanno ormai bisogno.  Sono i famigerati poteri senza volto che hanno smesso di agire nell’ombra, e che hanno in fine scelto - come diceva Enrico Mattei parlando dei partiti politici italiani - il loro taxi.   Non è una convivenza pacifica e ordinata, lo dice l’osservazione della realtà, ma su una cosa tutti sono d’accordo: l’Impero deve vincere, a tutti i costi.
In questo momento sembra proprio che siano gli Stati Uniti l’Impero (o la somma di supremazie) più grosso, visibile e chiassoso.   Non si devono sottovalutare gli attriti con gli interessi concorrenti, spesso sovranazionali - come quello della malavita - o nazionali - come quello del gigantesco stato cinese - famosi per la loro coesione, ma per ora siamo in una fase di gestazione e lo scontro è (solo) rinviato.   Questa logica senza regole non può che far precipitare il mondo, al tempo dell’Impero contemporaneo, in un vortice di instabilità.   Non è un semplice scontro di civiltà, magari lo fosse: sarebbe una cosa chiara e al limite risolvibile. È una competizione di interessi in un ring senza arbitro, vince il più sleale e la guerra - bilanciata o asimmetrica che sia - è l’opzione più semplice per misurare le forze[6].
Quello che il bagno di sangue delle due guerre mondiali e la rinascita democratica del periodo post-bomba atomica avevano cercato di relegare ai margini, ricompare oggi come strumento condiviso da tutti, o meglio da tutti coloro che hanno la loro piccola supremazia da difendere e ingrandire.   Del resto la mentalità della guerra - che prescinde da tutte le regole - è presente in molte attività complesse: hanno cominciato le grandi imprese multinazionali, affiancando il pensiero strategico di chi aveva studiato in accademie militari alla semplice e scontata spregiudicatezza commerciale.   Poi il travaso di conoscenze è stato nei due sensi e oggi si fa la guerra “militare” con metodi “economici” e viceversa.   Che differenza c’è nell’arrecare danno a un competitore - per esempio del Sud-est asiatico - con un bombardamento, con un attentato in una località turistica o con una raffinata speculazione contro la sua valuta nazionale?  Nessuna: tutte le metodiche sono sul tappeto, tutte sono sfruttabili e sono alla portata di più soggetti di quanti si possa immaginare.[7]
In questa ottica scompaiono le barriere tra terrorismo e guerra: il terrorismo smette di essere un fenomeno a se stante - come vorrebbero che l’opinione pubblica lo percepisse - per riprendere il solito posto tra le opzioni di guerra, del resto da quando c’è la guerra il terrore è uno degli strumenti “naturali”, al pari dell’incendio, dell’omicidio e cosi via.
 

Gli uomini: una evoluzione del soldato

 
Chi fa la guerra decisa dall’Impero?
Per quanto riguarda la guerra sul campo, quella che si combatte nelle vallate dell’Afganistan o nei sobborghi di Baghdad, quali sono gli strumenti e chi sono gli agenti di questa parte dello scontro tra imperi?   Chi è oggi il soldato e quanti “tipi” di soldato esistono?
La tecnologia degli ultimi cento anni ha dato tanto alla guerra, ha permesso di mettere in pratica le idee e i deliri di Giulio Douhet[8] e degli altri teorici della distruzione di massa, al punto che oggi non c’è nessun rapporto tra la guerra “ideale scontro cavalleresco”[9] e la realtà fatta di percentuali altissime di vittime civili e di aggressione alle nazioni più che scontro tra eserciti.   Fino alla fine della guerra fredda la tecnologia aveva sostanzialmente snobbato il soldato, lo scontro tra “super potenze” avveniva tra sistemi d’arma sempre più complessi di portata globale, e i soldati dovevano solo “far massa” dietro i corazzati dopo che le bombe -anche nucleari- avessero “ammorbidito” il territorio da conquistare.   Bastava un elmetto, un fucile non tanto pesante e poco altro.   Oggi le cose sono cambiate, il singolo combattente è elemento di un sistema “network-centrico”, opera nell’ambito tattico, ma è in diretto contatto con i vertici e solo per questo si ritrova una capacità offensiva ingentissima.   La tuta lo protegge dal caldo e dal freddo, gli occhiali dal laser, sulla manica un Gps[10], sulle spalle una radio satellitare, in braccio un fucile multicalibro… un superuomo?   No, è lo stesso fantaccino della Grande Guerra con l’elmetto di latta ed il fucile ’91, solo che un ragazzo di oggi non potrebbe mai adattarsi a quello che deve fare senza essere psicologicamente protetto. La “protezione” viene dalla tecnologia, che almeno per i giovani occidentali è l’unico vero mito che funzioni.
La motivazione resta la cosa più importante per riuscire a mandare delle persone a uccidere e a farsi ammazzare, perché la guerra dell’Impero è visibilmente strumentale e - ad una analisi giuridica - sempre illegale. Non basta imbottire il cervello con miti nazionalistici, “vittorie mutilate”, supremazia della razza ed altre simili fandonie, si deve far leva su qualcos’altro, per esempio sull’esaltazione dell’invulnerabilità: un superuomo che uccide senza essere ucciso.   Del resto cosa dice il carrista americano nel suo carro M1 Abrams[11] quando incomincia a sparare sugli iracheni in fuga: «…let’s rock ‘n roll!»[12].
È un gioco dove ti hanno convinto che vincerai sempre, ti pagano per farlo e ti fanno giocare finché vuoi… Ma non è sempre così, la guerra dell’Impero ha bisogno di molti più soldati di quanti si possano convincerne con l’attrazione del vinci-sempre, bisogna attrarre mano d’opera, le legioni mandate a combattere nelle zone più lontane sul limes dell’impero romano erano composte di barbari e schiavi, quelle di oggi spedite dove l’Impero si confronta, da chi sono formate?
La figura più rappresentativa, almeno nelle forze armate dei paesi ricchi, è quella che il generale Fabio Mini etichetta come “tecno-burocrate”[13]. Il soldato-seduto raccontato da Mini è particolarmente funzionale alla tipologia di armi tecnologiche che si sono affermate negli eserciti occidentali. Si tratta di esperti, espertissimi del loro ristretto campo di lavoro, che conoscono ogni aspetto del “loro” apparato o del “loro” pezzo di procedura, ma che volutamente ignorano ciò che sta a monte e soprattutto le conseguenze di ciò che contribuiscono a fare.   Non si sentiranno mai colpevoli, né delle vittime che le loro “procedure” provocheranno, né delle eventuali défaillances tecniche, se non direttamente imputabili al loro minuscolo pezzettino di responsabilità.   La loro attenzione è focalizzata sull’ottenimento della vittoria, sul raggiungimento del loro obiettivo.   Questa gente si permette di essere meno intelligente delle armi che usa, anzi di credere fermamente nella propria imbecillità.   Arrivare a Baghdad ed occuparla, questo è l’obiettivo da raggiungere, poco importa se dopo qualcun altro la devasta, stupra, ruba e uccide, sono effetti collaterali.   L’assoluta mancanza di pianificazione post-bellica dimostrata in Afghanistan, e soprattutto in Iraq, è un’ulteriore prova della assenza di visione complessiva.   Regge solo la personificazione della responsabilità, che è l’unico modo di pensare condiviso, poiché assicura la garanzia di non avere problemi quando si torna a casa in famiglia.   Chi lancia il missile è responsabile come colui che lo attacca alle ali dell’aereo, o come chi sceglie il bersaglio o programma la traiettoria nella memoria del computer… è una responsabilità polverizzata, che è fatta apposta per non pesare sulla coscienza di nessuno. I tecnoburocrati sono tutti dotati del loro bell’alibi: «ho eseguito gli ordini»; c’era qualcosa di magico nella difesa dei seguaci dello sterminatore Eichmann che non poteva rimanere inascoltato[14].
Anche i tecnoburocrati hanno però un limite, un limite difficile da superare per qualsiasi comandante in capo: hanno paura di morire, o semplicemente vogliono continuare a star bene; appena la percezione del rischio personale supera una certa soglia si ritirano, si nascondono dietro alla loro superspecializzazione, e mettono i comandanti e i presidenti di fronte al dubbio: dopo tutto quel che è stato speso per addestrarli e prepararli a questa o quella tecnologia, è concepibile sacrificarli in un rastrellamento notturno in un sobborgo di Kandahar?   Con un occhio ai bilanci, il comandante cercherà altrove e chiederà al presidente altra gente - meno costosa - da sacrificare[15].   Questo spiega la presenza, accanto ai tecnoburocrati di ogni grado, anche di una gran quantità di coloro che potremmo definire “spendibili”.
Gli spendibili sono la carne da cannone che c’è sempre stata, e ancora oggi si dividono in due categorie: “tagliagole” e “poveracci”. I tagliagole sono il raccolto della normale devianza psicologica presente in ogni società che viene coagulata intorno all’istituzione e “ottimizzata” per gli scopi della guerra, sono sabotatori, Omon[16], Spetsnaz[17], i corpi “speciali” cui affidare il rischio e l’omicidio certi. La tecnologia e le conoscenze nel campo della psicologia applicata hanno permesso di selezionare grandi quantità di “specialisti”.
Anche i poveracci sono un altro frutto della tecnologia, sono quelli che “ci sono cascati” o che proprio non avevano altra scelta, disperati che vedono nel servizio all’Impero la possibilità di portare a casa qualche soldo: l’unico modo di sopravvivere ad un sistema produttivo che ha già cacciato i loro padri e ora non ha certo bisogno delle loro braccia.   Nell’esercito americano, odierno paradigma di esercito dell’Impero, a differenza di quanto accadeva ai tempi della guerra del Vietnam, è sempre più facile trovare soldati bianchi in prima linea: sono i redneck i contadini disoccupati degli stati depressi del Sud, oppure i figli degli operai licenziati delle megalopoli industriali del Nordest.[18] Accanto a loro è altrettanto facile trovare neo-immigrati che con l’arruolamento sperano di poter ottenere la cittadinanza per loro e la famiglia, un’opportunità – la sola legale – per giovani portoricani, filippini e messicani.
Poi ci sono i “soldati della domenica”; negli Stati Uniti - e in qualche misura anche in Gran Bretagna - il Corpo della Riserva e la Guardia Nazionale rappresentano un ottimo bacino per mobilitare uomini e mezzi nelle guerre dell’Impero.   A una condizione: il presidente deve diventare “presidente di guerra”, solo allora potrà sottrarre il controllo di questi veri e propri eserciti locali dalle mani dei governatori dei singoli stati, e usarli come massa.   Una volta si trattava di soldati di serie B[19]; della domenica appunto, gente che dava la sua disponibilità allo difesa nazionale in cambio di poco impegno e pochissimi rischi.[20]   Poi c’è stata la prima guerra dell’Impero, la Guerra del Golfo nel 1991, e la Guardia Nazionale fu richiamata nel deserto del Kuwait.   Ci vuole carne, ci vogliono i soldati che nessuno sforzo di propaganda è in grado di reclutare, e quindi si impiega in prima linea anche questa gente.[21]  Ma i “cittadini-soldati”, tanto cari alla vecchia tradizione isolazionista americana, non sono altro che quel corpo raccogliticcio che ci si aspetta che siano, perciò è logico affidare loro mansioni tra le più basse. Sempre sottintendendo l’accordo che difficilmente il loro hobby della violenza verrà passato al vaglio. Chissà che cosa avrà pensato l’aguzzina (in divisa) e consulente finanziaria (da borghese) Janis Karpinski, quando le sono andati a curiosare nel carcere di Abu Ghraib? Anche qui la lezione nazista fa scuola, nella guerra dell’Impero si rispolverano vecchi successi: i risultati migliori nella “soluzione finale” vennero da formazioni come il famigerato Battaglione di Polizia 101 fatto di poliziotti in pensione[22].
 

Gli stati

 
Quale il ruolo degli stati?
Quello che vale per un esercito, con le sue componenti di tecnoburocrati, spendibili e perfino di soldati della domenica, può essere applicato a intere coalizioni: al posto dei singoli ci saranno le nazioni, ognuna col suo compito assegnato.   Le coalizioni ad hoc, che si escogitano oggi per fare una guerra, prescindono anche dal semplice avallo delle organizzazioni sovranazionali ONU, NATO ecc. Soggiacere a un qualsiasi benestare può essere troppo penalizzante, meglio ricorrere a vassalli che in cambio del loro sangue aspettano speranzosi di “sedersi sotto alla tavola a raccattare qualche avanzo”. La fantasiosa “coalizione di intenti” segreta o palese che ha accompagnato l’invasione dell’Iraq è emblematica.  Che cosa sperano di fare i governi polacco, rumeno o perfino quello albanese o il re di Tonga? Vogliono petrolio e visibilità, e come Gran Bretagna, Australia e Italia sono pronti a dare l’unica cosa che alla guida della coalizione scarseggia: vite umane.   Le nazioni barbare hanno sempre difeso i confini dell’Impero, qualsiasi esso fosse, anche se poi sono quelle che ne hanno minato la tenuta.   Come il singolo soldato, questi stati “remora”, proprio come i pescetti che nuotano intorno ai grandi predatori, si barcamenano alla ricerca di un benessere che la scarsità di risorse rende sempre meno alla loro portata. In ogni caso essi devono essere continuamente blanditi, visto che la loro fedeltà, in particolare dopo alcune importanti defezioni dalla coalizione, è tutt’altro che fermamente acquisita.
 
L’outsourcing
 

La guerra in appalto?

Per chi ha in mano la guerra odierna, in una ipotetica classifica di qualità morale, dopo le proprie truppe scorrono - in rigoroso ordine di convenienza politica - quelle delle nazioni remora, che a loro volta impiegano tecnoburocrati, e spendibili di minore “qualità” e così via.   Ma quando anche il fondo del barile è raggiunto, quando le azioni da effettuare farebbero ribrezzo o metterebbero in imbarazzo chiunque, ecco spuntare la vera anima della società contemporanea: l’outsourcing.    L’appalto militare alle compagnie private è comodo, relativamente poco costoso e facile da gestire sul piano dell’immagine.  Di solito si ricorre alle Private Military Companies quando le leggi o l’opinione pubblica impediscono di agire in un certo modo, quando cioè si ritiene necessario violare la legge e non c’è abbastanza sfrontatezza per farlo in prima persona.
Chi avesse messo due soldi nelle imprese belliche all’indomani del tremendo 11 settembre, ora porterebbe a casa grandi guadagni; ma non si tratta solo di investimenti nei giganteschi conglomerati del complesso militare-industriale, ci sono anche altre ditte che sanno fare cassetta.   Le chiamano eufemisticamente “compagnie militari private”, una bella etichetta per non pronunciare la parola fatidica: mercenari[23].   Sul mercato ci sono più di ottanta compagnie di mercenari, con tanto di sede, consiglio di amministrazione, sito internet ecc. Queste, a seconda delle dimensioni, possono fornire servizi vari dalla sicurezza di personale e installazioni a “veri pacchetti” completi - cioè prendere in appalto una guerra, anche di discrete dimensioni - oppure fornire consulenze specifiche nel campo dell’addestramento, della logistica, nella copertura aerea o nell’intelligence.
In questo momento le compagnie private hanno numerose richieste.   Accanto ai settori classici ed ai ben conosciuti territori dei mercenari (la solita Africa, che vede “operatori” impegnati dalla Liberia alla Costa d’Avorio, dalla Sierra Leone al Congo, e così via), si sono affacciate compagnie appaltatrici “globali”. Queste sottoscrivono un contratto con l’amministrazione di una transnazionale, o - più spesso - con il governo e prendono in mano la gestione di un conflitto.
Indubbiamente è stato il governo statunitense, dopo l’ondata di moralizzazione imposta dalla presidenza Carter e dal susseguirsi degli scandali come Iran-Contras[24], a dare inizio alla moda delle compagnie; non a caso la maggior parte di queste ha sede negli Usa[25].   Il loro intervento è stato richiesto per coordinare le forze bosniache e croate contro i serbi, e poi per assistere militarmente le nascenti forze armate della Bosnia-Erzegovina, per addestrare l’esercito saudita, per garantire l’incolumità del presidente afgano Karzai ed ora per gestire le “fonti informative” in Iraq e Afghanistan.
Sul campo le compagnie si possono dividere secondo due principali metodi operativi.   Ci sono quelle che si limitano a consigliare: in altre parole ad ottimizzare le risorse, accedere alle informazioni e fornire ciò che manca sul piano dell’organizzazione o della formazione alle forze locali.   E poi ci sono quelle che “mettono le mani in pasta”: questi gruppi sono generalmente composti da ex-appartenenti ai corpi speciali, con un’aristocrazia di ex-berretti verdi americani e commandos inglesi o sudafricani a capo di una manovalanza fatta di ex-legionari francesi e di ex-spetznaz russi e di tutto l’Est europeo. Non si tratta di grossi eserciti, perché anche questi “specialisti” si guardano bene dall’andare in prima linea; il loro compito è quello di indirizzare nel modo giusto la “forza lavoro” locale, si tratti di lavorare con altri militari o - come in Africa - con bambini soldato; l’importante è stare al riparo.
C’è poi tutto un settore dell’humint, cioè il reperimento delle informazioni da fonti “umane”, fatto con metodi considerati molto efficaci, ma che non si possono certo far rientrare nei compiti istituzionali, al quale le compagnie sono naturalmente destinate.  Dall’unione delle “professionalità” tra outsourcing e soldati della domenica è nato il “sistema” Abu Ghraib, ma chissà a Guantanamo Bay o nei campi di detenzione afgani, quanti operatori privati operano nella ricerca di informazioni da fonti “sudate”.  Una compagnia di sicurezza, la Caci[26], ha reclutato i torturatori da inviare in Iraq attraverso un annuncio sul suo sito Internet, proponendo «eccitanti opportunità di intelligence per individui disposti a condurre per uno o due anni interrogatori strategici e tattici»[27].
Un sottufficiale delle principali Pmc normalmente percepisce uno “stipendio” di 6-7.000 dollari al mese, più le assicurazioni (sono quasi le stesse dei turisti: morte, invalidità, cure mediche in patria e rientro della salma); non è poco, e i vantaggi sono notevoli.
Le forze armate della guerra globalizzata appaltano in outsourcing un gran numero di altre attività[28]. Fin dai tempi di Reagan e della Thatcher, accanto alle truppe circola una galassia di società che si occupano di trasportare, vestire, nutrire, curare il soldato, mentre altre si occupano della manutenzione delle armi, della gestione contabile, della vigilanza esterna alle basi non operative e perfino del rifornimento in volo degli aerei d’attacco. I primi grossi appalti hanno riguardato la logistica militare; la guerra dell’Impero ha bisogno di spostare rapidamente uomini e mezzi da una parte all’atra del mondo, e le sole forze militari non sono in grado di farlo velocemente.  Per questa ragione si ricorre alla grandi compagnie internazionali di logistica, questi LSP (logistics service providers), costano generalmente meno delle strutture interne alle forze armate, sono più veloci ed efficienti.   Basta non stupirsi di nulla: aerei russi che trasportano armi americane verso il Golfo, compagnie di navigazione, con tanto di approvazione e contratto in esclusiva del governo americano, che passano sotto il controllo azionario straniero, e così via; l’importante è trasportare.  Il mercato rappresenta da solo 46 miliardi di dollari l’anno, e fa gola a tanti[29]. Il sistema degli appalti è incredibile, una giungla nella quale si scontrano tutte le lobby economiche e di potere, il caso forse più emblematico è quello del conglomerato Halliburton, ex datore di lavoro del vicepresidente USA Dick Cheney, che approvvigiona di combustibile la forza di invasione in Iraq, comprando i carburanti in Kuwait e rivendendoli all’esercito a prezzi esorbitanti, oppure che, tramite la Kellog Brown & Root, gestisce i pasti caldi e il “casermaggio” per le truppe stesse.  Fornendo loro - quando sono in libera uscita - gli stessi pasti, ma a pagamento.[30]
 
L’Italia
Un paese povero?
In tutto questo complicatissimo gioco di arricchimento e morte, qual’è la situazione del nostro paese?   Noi siamo una normale “nazione-remora”, ci comportiamo come tale e non c’è possibilità che il governo si distacchi da questa condizione[31].   Siamo stati pronti ad inviare le nostre “truppe barbare” sui confini dell’Impero e oggi - dopo la defezione spagnola - siamo addirittura portati ad esempio di virtù e fedeltà dal presidente Bush.   Del resto non c’è settore dove il nostro paese non sia dipendente dall’amico fraterno statunitense, e anche la sua partecipazione all’Unione Europea, uno dei possibili contendenti allo strapotere americano, è depressa al punto da farci rappresentare, non tanto celatamente, il vero ventre molle dell’Unione.   I semplici calcoli da bottegaio di qualche uomo politico vedono, come ancora di salvataggio per l’economia nazionale, la possibilità di emungere a 4-5 dollari al barile il petrolio del deserto iracheno, e di incamerare la differenza con gli altissimi livelli oggi raggiunti sul mercato[32]; del resto il rilancio della nostra industria non c’è stato, e la tanto decantata piccola imprenditoria ha già preso il largo andando a produrre il “made in Italy” sempre più verso oriente. E allora? E allora per mantenere la pace sociale, per garantirsi la sopravvivenza politica, non resta altro che accettare la propria postazione di voga nella galea dell’Impero, sperando che la bontà dell’imperatore arrida a chi ha scelto di non contrariarlo troppo.
I “nostri ragazzi” al servizio della guerra dell’Impero sono uguali a tutti gli altri[33]: ci sono i tecnoburocrati delle quattro accademie militari, i tagliagole reclutati nelle palestre e gli altri spendibili. I nostri redneck vengono dalla Campania e da tutto il Mezzogiorno. Hanno una famiglia da mantenere, o almeno vorrebbero metterla su, e per questo dopo il servizio volontario sperano in un impiego pubblico, da poliziotto o da bidello, poco importa. Infatti, fin dalla sua istituzione all’inizio degli anni ’90 la ferma volontaria ha previsto una “linea privilegiata” per il collocamento dopo il servizio[34].  Mentre di recente progetti interni alle forze armate o coordinati con gli enti locali - ai primi di novembre 2004 è stato il caso della Sardegna - si adoperano per il collocamento dopo la ferma attraverso la formazione professionale, o aiuti all’auto-imprenditoria. Ma non cambia niente, neanche le facce sono così diverse.  Per ora non siamo ancora all’arruolamento di stranieri, anche se il ministro in carica ha dichiarato di essere favorevole ad “assumere” Albanesi, nel nostro esercito[35].
Come la cronaca ci ha raccontato anche qui si allevano combattenti “privati”; non è più il tempo di fanatici o agenti provocatori come Stefano Delle Chiaie o Pierluigi Concutelli, che andavano a farsi le ossa in Africa, per poi agire nella sovversione nostrana; è il tempo dei buttafuori da discoteca: “bravi ragazzi, che dopo aver vestito la divisa d'ordinanza del mercenario moderno - occhialoni Oakey metallizzati inforcati sul cipiglio palestrato e Mp5 luccicante pronta a fare fuoco -, avranno modo, tornati a casa, di accendere un mutuo per la villetta e, perché no?, di convolare a giuste nozze”[36].
 

Conclusioni

Sicuramente la guerra al tempo dell’Impero è un affare, anzi in tempi di recessione nei quali il concetto di “rottamazione” è considerato come una spinta fondamentale delle economie “mature”, la guerra diventa l’Affare per tutti.  Come tutto ciò che sta in cielo e in terra, i cicli economici non possono essere sempre crescenti. L’economia occidentale ha raggiunto da tempo il limite di saturazione, e - dopo aver riempito la sua popolazione di ogni bene - l’ha convinta a disfarsene imperniando sul concetto di obsolescenza gran parte della sua crescita recente[37].   Tanto vale, per chi non ha alcuno scrupolo, rottamare intere nazioni.   Se uno stato non applica gli standard della globalizzazione, se si trattiene dallo sposare appieno il volere dell’Impero e non intende porsi nella posizione che già da tempo gli è stata attribuita, allora ecco che diventa una canaglia.  Una canaglia da convertire con la forza alla propria posizione e quindi da radere più o meno al suolo per poi ricostruire secondo i “più avanzati standard” - si dice sempre così - attraverso imprese che hanno sorretto direttamente l’Impero stesso.
 
I pacifisti sono irrisi dai guerrafondai, da quella cultura che vuole essere realista e pragmatica senza lasciare speranza di salvezza al genere umano.   Ma il cammino della pace è tracciato da guide alte, da San Francesco ed Erasmo da Rotterdam, Mournier, Maritain, La Pira, Capitini, don Mazzolari, don Milani e Padre Balducci.[38]
 
Senza scomodare le “guide alte”, chiunque conosca la realtà -soprattutto chi come e perché fa la guerra dell’Impero- può essere altrettanto realista e pragmatico, ma esattamente nel senso opposto a chi la guerra la vuole.


[1] Il 18 novembre 1922, il giornale London Observer riportava: «Si calcola che lo scorso anno oltre un milione di casse di ossa umane e non umane siano state spedite dal continente europeo fino a porto di Hull. I dintorni di Lipsia, Austerlitz, Waterloo, e di tutti i luoghi dove, nell’ultimo sanguinoso conflitto, furono combattute le maggiori battaglie, sono stati parimenti ripuliti sia delle ossa degli eroi, sia di quelle dei cavalli che essi montarono. Così, raccolte da ogni dove, sono state spedite nel porto di Hull, e da là inoltrate alle macine di ossa  dello Yorkshire, che hanno montato  motori a vapore e macchinari possenti allo scopo di ridurle in granuli: In questo stato vengono vendute agli agricoltori per concimare la loro terra». Citato da C. Hedges Il fascino oscuro della guerra, trad. M. G. Cavallo, Laterza, Roma-Bari, 2004, p. 32.
[2] Con i quali si è creato il sistema monetario internazionale, che stabilizza i cambi e interviene sulle economie con la Banca Mondiale ed il Fondo Monetario Internazionale, organismi con sede negli Stati Uniti.
[3] Benito Li Vigni Le guerre del petrolio, Editori Riuniti, Roma 2004
[4] Michael Moore autore televisivo e cinematografico con “Roger and me”, la serie The awful truth e i documentari “Bowling for Columbine” e “Farenheit 9/11” ha cercato di evidenziare -a modo suo- lo strapotere di élites, cartelli e clan politici.
[5] In La guerra infinita, Feltrinelli, Milano 2001, Giulietto Chiesa ha descritto al grande pubblico il contorno della nebulosa del governo del mondo, fatto di gruppi di potere e di cartelli di interessi.
[6] Il SIPRI, il centro studi svedese più autorevole in materia di studi di pace, ha calcolato che senza le ultime guerre in Afghanistan e in Iraq, l'aumento delle spese militari nel 2003 sarebbe stato del 4%, anziché dell'11% come avvenuto effettivamente. In vetta alle classifiche di spesa ci sono gli USA, con 417,5 miliardi di dollari (con 1.419 dollari di spesa pro-capite) ed il 47% sul totale. Tutti gli altri stanno su cifre molto più basse: 5% per il Giappone, 4% per Gran Bretagna, Francia e Cina, 3% per la Germania, 2% per l'Italia (www.sipri.se).
[7] Qiao Liang Wang Xiangsui “Guerra senza limiti”, LEG, Gorizia 2001.
[8] Le opere di Douhet sono stare recente raccolte, a cura dell’Ufficio Storico dell’Aeronautica nel volume Giulio Dohuet “Il Dominio dell’Aria e altri scritti”, Roma, 2002.
[9] John Keegan “La grande storia delle guerra”, Mondadori, Milano, 1999.
[10] Il sofisticato sistema satellitare di posizionamento geografico.
[11]Il principale mezzo corazzato delle forze statunitensi, oltre 60 tonnellate, corazza multistrato in acciaio/uranio impoverito, cannone da 120mm ad anima liscia in grado di sparare proiettili di uranio impoverito.
[12] Michael Moore, “Farenheit 9/11”, film documentario, 2004, http://www.bimfilm.com.
[13] Fabio Mini “La guerra dopo la guerra”, Einaudi, Torino, 2003.
[14] L’essersi limitati ad eseguire gli ordini ricevuti dall’alto è stata l’unica giustificazione per tutti gli imputati dei processi di Norimberga.
[15] In questa ottica si può comprendere la decisione giudiziaria che si profila nei confronti degli elicotteristi italiani che si sono rifiutarono di volare nei cieli dell’Iraq con mezzi sprovvisti di specifica protezione.   Dopo che la politica li ha bollati come ammutinati e codardi, giusto il tempo per parlarne un po’ sui giornali, ecco che la Procura militare potrebbe accertare la legittimità del loro comportamento.
[16] Gli Omon sono le truppe speciali del Ministero dell’Interno Russo, famosi per il reclutamento facile di violenti e veri e propri criminali in uniforme.
[17] .Spetsnaz Spetsial’noye Naznacheniye (letteralmente “truppe d’impiego speciale”) rappresenta la “comunità” degli appartenenti ai reparti commando delle varie forze armate sovietiche ed ex-sovietiche.
[18] Michael Moore nel suo  “Farenheit 9/11” è stato sicuramente chiarissimo; comunque si può leggere anche l’articolo di Gregorio Piccin sul bilancio della difesa USA (http://www.intermarx.com/ossinter/bilancio%202001.html).   Ha destato scalpore inoltre la forte diffusione di un videogioco “reclutante” distribuito gratuitamente tra gli adolescenti proprio dall’US Army.
[19] La Riserva e molte Guardie Nazionali statali erano un caso di filantropia con le stellette: in cambio dell’arruolamento e di quattro anni di servizio ogni otto, ti pagavano perfino gli studi universitari, un affare!
[20] Non dimentichiamo che il giovane Bush ha evitato la guerra in Vietnam, proprio arruolandosi volontariamente nella Guardia Nazionale Aerea.
[21] Nel settembre 2003 il Pentagono ha deciso di prorogare l’impiego di riservisti e Guardia Nazionale in Iraq e Afghanistan; oggi questi soldati-cittadini rappresentano il 40% delle truppe occupanti i due paesi.
[22] Daniel Jonah Goldhagen I volenterosi carnefici di Hitler, Mondadori, Milano, 1997.
[23] L'articolo 47 del Protocollo addizionale alle Convenzioni di Ginevra definisce mercenario colui che: è specificamente reclutato, localmente o all'estero, per combattere un conflitto armato; prende parte diretta alle ostilità; la sua motivazione al combattimento consiste solo in un possibile ricavo di profitto personale; non è cittadino né residente di una delle comunità territoriali parte del conflitto; non è membro di forze armate regolari impegnate nei combattimenti; non ha l'avallo ufficiale di nessuno Stato per partecipare al conflitto. Il problema, per Francesco Vignarca, sta nel fatto che «per essere individuati come mercenari occorre possedere tutte le caratteristiche sopra citate» contemporaneamente. Ma la natura stessa delle Pmc, per la complessità della loro struttura, permette «di trovare sempre un modo di far cadere una delle condizioni necessarie espresse nell'articolo 47». Francesco Vignarca Li chiamano ancora mercenari: la privatizzazione degli eserciti nell'era della guerra globale, Altreconomia, Milano 2004.
[24] Lo scandalo della vendita di armi all’Iran nemico degli Stati Uniti, e comunque sotto embargo internazionale, nel quale un influente membro delle forze armate statunitensi - il colonnello Oliver North - finì per coinvolgere i più alti vertici politici di quel paese.
[25] Dopo il tramonto delle bande “europee” di mercenari - scomparsi i mostri (non proprio) sacri come Bob Denard e Jean Schramme -, e viste le limitazioni politiche cui hanno dovuto sottoporsi - almeno apparentemente - i sudafricani della società mercenaria Executive Outcomes, ora le maggiori Pmc compresa la famosa compagnia inglese DSL, sono spcità transnazionali a capitale prevalentemente statunitense. MRPI, DynCorp, Vinnell, Saic sono le più conosciute; basta fare una ricerca su Internet, ed appariranno i loro siti con tanto di proposte di lavoro. Vedi Antonino Adamo I nuovi mercenari, Medusa, Milano 2003.
[26] Nota alla cronaca anche per essere l’appaltatore -insieme alla Titan Corp.- delle operazioni proprio nel carcere di Abu Ghraib e il presunto “datore di lavoro” dei quattro operatori italiani rapiti all’inizio del 2004.
[27] Mauro Bulgarelli, Alberto Zona, altremappe.org “Mercenari - Il business della guerra”, NdA Press, Rimini, 2004.
[28] Il bilancio della Difesa degli Stati Uniti, secondo stime relative al 2003, destinava ai contratti con i privati l'8% delle risorse complessive, per un importo pari a 30 miliardi di dollari. Francesco Vignarca “Li chiamano ancora mercenari: la privatizzazione degli eserciti nell'era della guerra globale”, cit.
[29] Sergio Finardi, Carlo Tombola Le strade delle armi, Jaca Book, Milano, 2002.
 
[31] La spesa italiana per la difesa del 2004 si attesterà a fine 2004 a 14.148,9 milioni di Euro. Per il 2005 - comprendendo anche il normale “assestamento” di metà anno, è prevista sui 15.208,4 milioni. [da “il Manifesto” 13 ottobre 2004].   Queste cifre sono da intendersi come del tutto indicative, visto che si tratta di voci al netto delle leggi di rifinanziamento per le missioni all’estero, e degli interventi a favore della Difesa fatti dagli altri ministeri. Il Ministero per le Attività Produttive, per esempio, acquista mezzi ed equipaggiamenti militari come forma di sostegno all’industria.
[32] Benito Li Vigni Le guerre del petrolio, cit.
[33] La spesa per il personale militare per il 2005 è stata fissata in 8.028 milioni di Euro, con un incremento del 6,5% rispetto all'anno in corso. Ovviamente, con l’esaurimento della leva a partire da gennaio, sono in netta crescita i soldi da destinare al personale in “ferma prefissata”: si passa da 807 milioni di Euro a 994 milioni. Il salto è notevole, perché siamo a un più 23,1%. Sempre al netto delle maggiori spese per le missioni all’estero. Con l'esercito professionale le spese cresceranno. [Da “il Manifesto”, cit].
[34] Per quanto riguarda l’impiego negli altri corpi armati, nei Vigili del Fuoco e nelle amministrazioni dello Stato, ci sono comunque forti resistenze da parte del sindacato e dalle amministrazioni stesse, che temono di non poter più selezionare il personale in autonomia.
[35] Intervista al quotidiano britannico «Daily Telegraph» del Ministro della Difesa Antonio Martino, riportata dal Corriere della Sera il 21 febbraio 2002.
[36] Mauro Bulgarelli, Alberto Zona, altremappe.org “Mercenari - Il business della guerra”, cit.
[37] Del resto il complesso militare-industriale ci ha campato per tutti gli ultimi cinquant’anni, mandando in pensione aerei prodotti in centinaia di esemplari che non riuscivano nemmeno a volare, o disarmando sottomarini appena pochi mesi dopo l’entrata in servizio. Chi non ricorda il Convair B36H o - di recente - i sottomarini britannici classe Upholder [cfr  RID Rivista Italiana Difesa n.11/2004].
[38] Francesco Paolo Casavola, ex presidente della Corte Costituzionale, da L’Unità,7 ottobre 2004. 
Categoria: Guerra, Economia