26/01/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



La tragica fine di un soldato come tanti, rovinato dalla guerra in Iraq
Douglas BarberSette mesi di Iraq l’avevano piegato, ma non sconfitto. E’ stato il ritorno in patria a peggiorare la situazione. Quella che doveva essere la vita normale di un uomo di 35 anni non era più tale. L’insonnia, gli incubi, il divorzio dalla moglie dopo 11 anni. I lavori persi perché non riusciva più a stare in mezzo alla gente, i debiti da pagare. E soprattutto la sensazione di essere stato dimenticato dallo stesso Stato che gli aveva rovinato la vita mandandolo in guerra. Douglas Barber, un riservista dell’Alabama, a un certo punto ha capito che non ce la faceva più. Ha mandato le ultime e-mail ai suoi amici, ha avvertito la polizia delle sue intenzioni e ha registrato un messaggio d’addio nella segreteria telefonica: “Se state cercando Doug, sappiate che lascio questo mondo. Ci vediamo dall’altra parte”. E dopo mezz’ora di inutili tentativi di dissuaderlo da parte degli agenti accorsi a casa sua, clic. Douglas Barber si è sparato un colpo di fucile alla testa.
 
Soldati americani scherzano con due bambini iracheniLa malattia. Ovviamente, non si tratta del primo veterano americano che si toglie la vita. Quelli suicidatisi dopo il Vietnam si contano a decine di migliaia, per quanto riguarda l’Iraq la macabra cifra si aggira al momento sulle 100 unità. E la sua storia sembra quella di tanti altri soldati della “guerra al terrorismo”. Ci vanno entusiasti, convinti di difendere la patria, ma a poco a poco l’idea che si fanno di questa guerra è un’altra. Ma a differenza di tanti casi simili, quando chi sta male tende a tenere tutto dentro di sè, i problemi di Doug erano conosciuti da molti. Lui ne parlava apertamente a chiunque. Partecipava ai forum dei veterani, si faceva intervistare volentieri, non si vergognava delle sue ansie. “Se sono in pubblico mi innervosisco subito”, aveva detto in un recente sfogo. “Non sopporto stare al chiuso con altra gente, e non mi piace neanche all’aperto. Sono sempre all’erta, se vedo un movimento improvviso in una folla mi insospettisco”. Sintomi tipici del PTSD, il disordine post-traumatico da stress. La depressione che colpisce almeno il 20 per cento dei soldati di ritorno dall’Iraq e dall’Afghanistan, cioè decine di migliaia di persone
 
L’esperienza in Iraq. Barber, un camionista riservista della Guardia Nazionale, fu richiamato in servizio attivo nella primavera 2003, allo scoppio della guerra in Iraq. Dopo due mesi di addestramento fu mandato di stanza nel cosiddetto “triangolo sunnita”, l’area più colpita dagli attacchi dei guerriglieri. Portava rifornimenti dalla base all’aeroporto di Baghdad, di conseguenza ogni giorno sapeva che il suo veicolo sarebbe potuto saltare su una mina, o essere centrato da un colpo di mortaio. Alcuni iracheni che facevano piccoli lavoretti alla base americana venivano uccisi dagli insorti. “Il ragazzo da cui compravi sigarette la mattina poteva essere quello che sparava contro di te alla sera. Era impossibile capire di chi fidarsi e di chi no. Cercavo di aiutare molti di loro, ma a volte mi domandavo: questo è un uomo con una famiglia da mantenere o un ribelle che vorrebbe uccidermi? E’ un mio amico o un feddayn?”, aveva raccontato in un’intervista. Dettagli che potevano costare la vita a tutti i soldati. “Ma molti dei miei compagni non si confrontavano con gli altri. Imbottigliavano i loro sentimenti, per paura di sembrare deboli. Uno dei motti dei militari è ‘Fuck it, drive on’. ‘Fanculo tutto, bisogna andare avanti’. Lo si scriveva anche sui muri della base: F.I.D.O.”.
 
La delusione del ritorno. Ritornato a casa, nel gennaio 2004, Douglas aveva cercato l’aiuto psicologico nelle strutture mediche per veterani. Ma la risposta era stata deludente: gli fu concessa una seduta ogni cinque mesi, uno psichiatra gli prescrisse otto diversi anti-depressivi di cui imbottirsi. “Mi sento così solo e abbandonato”, confessò a un giornalista. “Avrebbero dovuto prendersi cura di me al mio ritorno. Bush aveva addirittura detto che nessun soldato sarebbe stato lasciato indietro, una volta tornato a casa. E’ la bugia più grande che abbia mai sentito”. Alla fine, dopo tante battaglie, aveva ottenuto l’invalidità del 50 per cento, che sarebbe diventata del 100 per cento in breve tempo. I suoi amici pensavano fosse in ripresa. Ma i demoni dentro di lui c’erano ancora. “Quando abbiamo lasciato gli Usa eravamo...innocenti. Quello che abbiamo visto in Iraq ci ha tolto l’innocenza”. A lui, anche la voglia di vivere. Fanculo tutto. Ma di andare avanti, non ne aveva più la forza.

Alessandro Ursic

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