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Sette mesi di Iraq l’avevano piegato, ma non sconfitto. E’ stato il ritorno in
patria a peggiorare la situazione. Quella che doveva essere la vita normale di
un uomo di 35 anni non era più tale. L’insonnia, gli incubi, il divorzio dalla
moglie dopo 11 anni. I lavori persi perché non riusciva più a stare in mezzo alla
gente, i debiti da pagare. E soprattutto la sensazione di essere stato dimenticato
dallo stesso Stato che gli aveva rovinato la vita mandandolo in guerra. Douglas
Barber, un riservista dell’Alabama, a un certo punto ha capito che non ce la faceva
più. Ha mandato le ultime e-mail ai suoi amici, ha avvertito la polizia delle
sue intenzioni e ha registrato un messaggio d’addio nella segreteria telefonica:
“Se state cercando Doug, sappiate che lascio questo mondo. Ci vediamo dall’altra
parte”. E dopo mezz’ora di inutili tentativi di dissuaderlo da parte degli agenti
accorsi a casa sua, clic. Douglas Barber si è sparato un colpo di fucile alla
testa.
La malattia. Ovviamente, non si tratta del primo veterano americano che si toglie la vita.
Quelli suicidatisi dopo il Vietnam si contano a decine di migliaia, per quanto
riguarda l’Iraq la macabra cifra si aggira al momento sulle 100 unità. E la sua
storia sembra quella di tanti altri soldati della “guerra al terrorismo”. Ci vanno
entusiasti, convinti di difendere la patria, ma a poco a poco l’idea che si fanno
di questa guerra è un’altra. Ma a differenza di tanti casi simili, quando chi
sta male tende a tenere tutto dentro di sè, i problemi di Doug erano conosciuti
da molti. Lui ne parlava apertamente a chiunque. Partecipava ai forum dei veterani,
si faceva intervistare volentieri, non si vergognava delle sue ansie. “Se sono
in pubblico mi innervosisco subito”, aveva detto in un recente sfogo. “Non sopporto
stare al chiuso con altra gente, e non mi piace neanche all’aperto. Sono sempre
all’erta, se vedo un movimento improvviso in una folla mi insospettisco”. Sintomi
tipici del PTSD, il disordine post-traumatico da stress. La depressione che colpisce
almeno il 20 per cento dei soldati di ritorno dall’Iraq e dall’Afghanistan, cioè
decine di migliaia di persone
L’esperienza in Iraq. Barber, un camionista riservista della Guardia Nazionale, fu richiamato in servizio
attivo nella primavera 2003, allo scoppio della guerra in Iraq. Dopo due mesi
di addestramento fu mandato di stanza nel cosiddetto “triangolo sunnita”, l’area
più colpita dagli attacchi dei guerriglieri. Portava rifornimenti dalla base all’aeroporto
di Baghdad, di conseguenza ogni giorno sapeva che il suo veicolo sarebbe potuto
saltare su una mina, o essere centrato da un colpo di mortaio. Alcuni iracheni
che facevano piccoli lavoretti alla base americana venivano uccisi dagli insorti.
“Il ragazzo da cui compravi sigarette la mattina poteva essere quello che sparava
contro di te alla sera. Era impossibile capire di chi fidarsi e di chi no. Cercavo
di aiutare molti di loro, ma a volte mi domandavo: questo è un uomo con una famiglia
da mantenere o un ribelle che vorrebbe uccidermi? E’ un mio amico o un feddayn?”,
aveva raccontato in un’intervista. Dettagli che potevano costare la vita a tutti
i soldati. “Ma molti dei miei compagni non si confrontavano con gli altri. Imbottigliavano
i loro sentimenti, per paura di sembrare deboli. Uno dei motti dei militari è
‘Fuck it, drive on’. ‘Fanculo tutto, bisogna andare avanti’. Lo si scriveva anche sui muri della
base: F.I.D.O.”.
La delusione del ritorno. Ritornato a casa, nel gennaio 2004, Douglas aveva cercato l’aiuto psicologico
nelle strutture mediche per veterani. Ma la risposta era stata deludente: gli
fu concessa una seduta ogni cinque mesi, uno psichiatra gli prescrisse otto diversi
anti-depressivi di cui imbottirsi. “Mi sento così solo e abbandonato”, confessò
a un giornalista. “Avrebbero dovuto prendersi cura di me al mio ritorno. Bush
aveva addirittura detto che nessun soldato sarebbe stato lasciato indietro, una
volta tornato a casa. E’ la bugia più grande che abbia mai sentito”. Alla fine,
dopo
tante battaglie, aveva ottenuto l’invalidità del 50 per cento, che sarebbe diventata
del 100 per cento in breve tempo. I suoi amici pensavano fosse in ripresa. Ma
i demoni dentro di lui c’erano ancora. “Quando abbiamo lasciato gli Usa eravamo...innocenti.
Quello che abbiamo visto in Iraq ci ha tolto l’innocenza”. A lui, anche la voglia
di vivere. Fanculo tutto. Ma di andare avanti, non ne aveva più la forza.Alessandro Ursic