Il Gaza Hospital era un ospedale gestito dalla
Mezzaluna Rossa Palestinese, uno dei punti di forza della politica sociale
dell’O.L.P. (Organizzazione per la Liberazione della Palestina).
E’ un luogo emblematico che è
stato oggetto e testimone di eventi che hanno segnato la storia dei rifugiati
palestinesi in Libano, una struttura che è stata nel tempo danneggiata,
depredata e successivamente occupata da molte famiglie palestinesi che nel
periodo tra l’invasione israeliana e la Guerra dei Campi erano rimaste senza
casa. Circa 2500 persone vivono ora al suo interno,
rendendolo di fatto un campo profughi sviluppato in verticale.
1 puntata. "Nice to meet you", dico io all’uomo che confidenzialmente conversa con Youssef,
stringendo con
forza la mano che sorridente mi si tende. Energica e ruvida quella mano che
dopo solo un attimo non è più sconosciuta: "il
mio nome è Kamal Ibrahim Kalil Maruf", ora è lui che sorride scoprendo i denti
sotto i baffi bianchi e curati,
godendosi l'effetto della recita del suo nome… "Abu Jamal", ripete veloce il nome
sociale e con uno sguardo sincero
di benvenuto lascia la presa. Abu, padre, è la desinenza al nome che
nei paesi arabi un genitore prende dal suo primogenito, tradizione che a volte
evoca un'assenza.Non credo sia vecchio Abu Jamal, ma lo
sembra, minuto com'è dentro l'abito nero troppo grande che pesante gli casca
addosso. L'inglese di questo distinto signore si ferma alla nostra
presentazione, i suoi occhi no: diretti, profondi e malinconici, senza
nascondersi penetrano nei miei. È un uomo paziente quello che il giorno dopo mi
accoglie
nella sua casa a Sabra, ma non rinunciatario. Sono ventidue anni che aspetta il
ritorno del figlio e l'attesa è divenuta un male incurabile che ha affetto lui
e la moglie cambiando loro la vita. Abu Jamal è palestinese, profugo del primo
grande esodo si
è rifugiato in Libano nel 1948. Ha voglia di raccontarsi, questo dolce e
orgoglioso signore, e con voce morbida comincia.
"Siamo usciti dalla Palestina nel
1948, da Dyer Al Kasi in provincia di
Akka… nel mese di ottobre. Siamo arrivati al confine con il Libano a Rmesh e
abbiamo vissuto a Burj Al Shamale per
un breve periodo. Poi il governo
libanese ci ha trasferito nella zona di Baalbak dove siamo rimasti quasi 15
anni. Nel 1963 hanno costruito un campo profughi a Rashidaye, il governo
libanese ci ha trasferito a Rashidaye dove siamo rimasti per dieci anni. Nel 1974 sono arrivate le navi israeliane e
dal mare hanno cominciato a bombardare il campo… tutti i campi palestinesi e i
dintorni. Da lì siamo di nuovo partiti per arrivare a Beirut, dove ci siamo spostati diverse volte fino a che non
ci siamo stabiliti nella zona di Sabra". E’ la violenza dell’esilio, dei
passaggi da un campo all’altro. Racconta di quando suo figlio
aveva ventidue anni: "Durante l’invasione israeliana,
del 1982 c’è stata la strage di Sabra e
Chatila, nella quale mio figlio Jamal è scomparso.
In quell’occasione sono arrivati
fino a qui… fino al Gaza Hospital a Sabra e hanno preso molte persone e nel
gruppo c’erano i nostri figli, il mio e quello dei vicini. Anche io ero con
loro e ci hanno portato tutti al campo di Chatila, lì hanno separato i giovani
dai vecchi e con loro mio figlio, poi li hanno caricati sui camion.
Da allora fino a questo momento
non ho saputo più niente di lui; qui sul quotidiano Al-Safeer c’è il suo nome:
Jamal Kamal Maruf. Il mediatore tedesco che era in Palestina occupata per
trattare il rilascio di alcuni prigionieri arabi ha scritto di 100 persone
sequestrate da Sabra e Chatila… sarebbero ancora vive nelle carceri israeliane
e il nome di mio figlio risulta tra loro".
Pranziamo; è un pasto povero ma
sostanzioso, del quale Abu Jamal sembra quasi scusarsi. C'è silenzio in cucina,
mi guardo intorno: è illuminata a neon, con le maioliche al muro e le stoviglie
appese. Sua moglie è una donna robusta e
gentile, che si è ammalata dopo la scomparsa del figlio. "Prima
non era così - mi dice Abu Jamal - era
magra da giovane. Ora prende dei farmaci contro l'ansia", dopo, quando il marito
proseguirà il suo racconto, delle lacrime silenziose le
segneranno il viso. Sediamo in sala aspettando il caffè che
Umm Jamal ha messo sul fuoco. "Domani
ci sarà la commemorazione della strage, verso le 10:00. La causa delle strage
è Sharon, lui è la
molla che ha spinto la Falange e noi stiamo ancora aspettando che sia
giudicato. Ogni anno celebriamo l’anniversario del massacro, per non dimenticare;
nessuno dimentica, né i piccoli né i grandi, tutti gli anni il 17 settembre… ma
ancora stiamo aspettando la sentenza del suo processo.
È
un dramma forte per tutti noi, a volte un cane ha più importanza della vita di
molti, qui stiamo parlando di persone in carne e ossa…Jamal Kamal Marouf, è
scritto qua: mio figlio, se Dio vuole, è ancora vivo".
Fa il mestiere di corniciaio Abu Jamal,
vetro e legno sono i materiali che lavora, a volte l’alluminio. Nel mostrarmi
la foto del figlio, custodita in una busta e racchiusa dentro una cornice in una composizione elementare con
quattro foto più piccole agli angoli, c’è la soddisfazione di un artigiano che
mostra la sua opera, insieme al dolore di un padre.
Poi ripongono il ricordo al riparo
dalla polvere, in un armadio dal quale domani uscirà per essere mostrato in
strada da Abu Jamal, lungo la via che costeggia il campo di Chatila fino alla
fossa comune dove sono sepolte le vittime del massacro. È l’atteggiamento forte
e consapevole
che ho trovato negli uomini e nelle donne palestinesi, che apparentemente stona
con la figura piccola e il carattere mite di quest’uomo, piegato da un dolore
incolmabile e ancora capace di sorridere. È la rabbia impotente e la volontà di
continuare a lottare che il giorno dopo ho respirato durante la marcia di
commemorazione.
da Sabra e Chatila,
Marco Pasquini
- Kinoki mrc