Scritto per noi da
Cristiana Buzzelli

“La prego, prenda una banana!”: Viknod si volta verso di me, sorride,
afferra il frutto dalle mie mani e lo infila nella tasca della camicia, ormai
resa trasparente dal sudore. Continua a pedalare. Forse pensa che la fatica non
è ancora tanta da richiedere un’iniezione di sali minerali e zuccheri
rapidamente assimilabili. Viknod è un risciò-wallah, uno che per mettere
insieme un centinaio di rupie al dì pedala senza sosta schivando frenetici
risciò a motore, placide mucche, qualche Ambassador tirato a lucido. Secondo la
legge – non scritta ma tacitamente accettata nelle strade indiane – che il
veicolo più piccolo deve sempre cedere il passo al più grande. D’altronde, le
due corsie sono un optional e tutti i mezzi viaggiano al centro della strada,
dove le condizioni del fondo sono vagamente praticabili. Il primo istinto di un
passeggero al suo battesimo su un risciò a pedali è quello di dare il cambio al
conducente. Già dopo i primi cinque minuti di tragitto capisci che forse a
piedi facevi prima e, per uno strano meccanismo di transfert, ti accorgi che
stai stringendo i denti nel vedere le sue gambe magre perennemente ritte sui
pedali, se non a terra per trascinare te, il risciò e il tuo bagaglio. Così,
appena salti giù, quasi non ti infastidisci se l’uomo-risciò chiede qualche
rupia in più rispetto al prezzo pattuito a inizio corsa. Nel dargliele provi
un raro sollievo, mentre ripeti a te stesso: “Dalla prossima, solo risciò a
motore, please”.
Il senso del viaggio. Il Ganga Road Trip comincia qui, sotto la tettoia fatiscente
dell’ufficio informazioni di Rishikesh, Uttaranchal. Quindici volontari da ogni
angolo del mondo che hanno raccolto l’invito di una Ong locale per tentare di
comprendere il viscerale rapporto esistente tra ogni indù e Lei, Ganga Mata, la
Madre Gange. La divinità che per volontà di Brahma ha abbandonato i piacevoli
sollazzi
del mondo celeste, per calarsi qui, nella pancia dell’India, tra i mortali, a
compiere
la sua opera di purificazione. Capisci subito perché la mitologia induista vuole
che il Dio Shiva abbia interposto i suoi riccioli alla discesa di Ganga sulla
terra:
se la sua chioma non avesse svolto un’azione frenante, la potenza divina del
fiume avrebbe travolto ogni cosa. E oggi decine di migliaia di pellegrini
induisti non intraprenderebbero – almeno una volta nella vita – il viaggio
attraverso quei luoghi sacri, lungo il corso del fiume, la cui visita è
necessaria per il raggiungimento della moksha, la liberazione spirituale.
Salvare il Gange. Il
nostro compito di volontari è quello di condividere con loro luoghi, cerimonie,
aspettative, per individuare un varco “spiritually correct” attraverso il quale
far filtrare il messaggio ecologico: “Save Mother Ganga”. Infatti… sarà pure il
fango, saranno le piogge frequenti, ma guardi l’acqua e hai subito la
sensazione che difficilmente qualcosa di “puro” potrà uscirne. Eppure è
sufficiente svegliarsi all’alba per capire che hai appesantito inutilmente il
tuo zaino con guanti di plastica, stivali di gomma…Non troverai mai il coraggio
di utilizzarli. Alle prime luci, ogni
ghat, la scalinata che gradatamente si
immerge nel fiume, è una macchia di arancio. Il colore della pace, dell’amore,
dei pellegrini, che si ritrovano per le abluzioni mattutine: uomini, donne,
bambini. Complessi rituali che terminano nell’abbraccio di Madre Ganga: chi si
immerge, chi lascia scorrere l’acqua sul capo, chi porge offerte di latte e
riso. Mentre i
sadhu recitano i loro mantra, immobili in meditazione per minuti
interminabili. Sono gli asceti, gli uomini saggi, coloro che hanno abbandonato
ogni legame con la materialità dell’esistenza per ricercare una superiore
dimensione spirituale. Viaggiano armati di un fagotto di abiti, un tappeto, un
contenitore metallico per l’acqua sacra e il cibo, generalmente offerto loro
dai fedeli. Il ritmo della loro esistenza è scandito dal fiume, che li chiama
a
sé all’alba e al tramonto, per preghiere e abluzioni.
Pulizia e purezza. La spiritualità di
oltre ottocentomila induisti gioca un ruolo critico nel quadro ambientale ed
ecologico dell’India moderna. Quell’India entrata a pieno titolo tra i Paesi
emergenti dell’economia mondiale, il cui PIL a fine anno sarà cresciuto quasi
del
7%, è la stessa India convinta che le acque di Madre Ganga siano in grado di
“autopurificarsi”, senza risentire dell’impatto di rifiuti organici ed
industriali che quotidianamente confluiscono nel fiume nel corso dei suoi 2500
Km fino al Golfo di Bengala. Il primo ministro Rajiv Gandhi aveva ben chiara la
delicatezza della questione quando introdusse il Ganga Action Plan nel 1986,
giocando sulla sottile differenza esistente tra “purezza” e “pulizia” del
fiume. “La purezza del Gange non è in discussione”, questo l’incipit del suo
discorso pubblico di allora, la chiave per aprire un dialogo costruttivo con il
suo popolo, senza urtarne la sensibilità religiosa.

La testimonianza. E’ facile toccare con mano
la verità di quelle parole. Madre Ganga è un’entità spirituale, non in grado di
essere scalfita dai processi biologici: un uomo scende lento i gradini del Triveni
Ghat, si spoglia dei suoi indumenti, si libera di un sacchetto di plastica e
del suo contenuto, lasciandolo andare con noncuranza sul letto del fiume.
Compie con osservanza le sue abluzioni e beve a piene mani l’acqua divina, la
stessa che solo pochi istanti prima aveva accolto i rifiuti, per sua stessa
mano. Non è che un esempio, purtroppo frequente. “Ogni domenica realizziamo un
cleaning
program nel tratto di fiume di nostra competenza – spiega Narendera Singh,
giovane impiegato del Parmarth Niketan Ashram di Rishikesh, tra i più noti
centri di yoga e meditazione del mondo induista -. Gli allievi della scuola sono
consapevoli del problema. Ripuliamo gli argini, coinvolgiamo pellegrini e
turisti a fare altrettanto. Preservare le acque della madre Ganga non è che un
ulteriore atto di rispetto verso la dea purificatrice. Il Governo ha
giustamente destinato fondi ingenti allo scopo. Ma parallelamente alla realizzazione
delle infrastrutture, è necessario svolgere il lavoro sul campo, parlare con le
persone, cambiarne la mentalità. Che senso ha installare raccoglitori di
immondizia, se nessuno li utilizza?”.