31/01/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



Reportage dal Gange, per comprendere il rapporto di ogni indù con il fiume sacro
Scritto per noi da
Cristiana Buzzelli 
 
  Foto Buzzelli
“La prego, prenda una banana!”: Viknod si volta verso di me, sorride, afferra il frutto dalle mie mani e lo infila nella tasca della camicia, ormai resa trasparente dal sudore. Continua a pedalare. Forse pensa che la fatica non è ancora tanta da richiedere un’iniezione di sali minerali e zuccheri rapidamente assimilabili. Viknod è un risciò-wallah, uno che per mettere insieme un centinaio di rupie al dì pedala senza sosta schivando frenetici risciò a motore, placide mucche, qualche Ambassador tirato a lucido. Secondo la legge – non scritta ma tacitamente accettata nelle strade indiane – che il veicolo più piccolo deve sempre cedere il passo al più grande. D’altronde, le due corsie sono un optional e tutti i mezzi viaggiano al centro della strada, dove le condizioni del fondo sono vagamente praticabili. Il primo istinto di un passeggero al suo battesimo su un risciò a pedali è quello di dare il cambio al conducente. Già dopo i primi cinque minuti di tragitto capisci che forse a piedi facevi prima e, per uno strano meccanismo di transfert, ti accorgi che stai stringendo i denti nel vedere le sue gambe magre perennemente ritte sui pedali, se non a terra per trascinare te, il risciò e il tuo bagaglio. Così, appena salti giù, quasi non ti infastidisci se l’uomo-risciò chiede qualche rupia in più rispetto al prezzo pattuito a inizio corsa. Nel dargliele provi un raro sollievo, mentre ripeti a te stesso: “Dalla prossima, solo risciò a motore, please”.
 
Il senso del viaggio. Il Ganga Road Trip comincia qui, sotto la tettoia fatiscente dell’ufficio informazioni di Rishikesh, Uttaranchal. Quindici volontari da ogni angolo del mondo che hanno raccolto l’invito di una Ong locale per tentare di comprendere il viscerale rapporto esistente tra ogni indù e Lei, Ganga Mata, la Madre Gange. La divinità che per volontà di Brahma ha abbandonato i piacevoli sollazzi del mondo celeste, per calarsi qui, nella pancia dell’India, tra i mortali, a compiere la sua opera di purificazione. Capisci subito perché la mitologia induista vuole che il Dio Shiva abbia interposto i suoi riccioli alla discesa di Ganga sulla terra: se la sua chioma non avesse svolto un’azione frenante, la potenza divina del fiume avrebbe travolto ogni cosa. E oggi decine di migliaia di pellegrini induisti non intraprenderebbero – almeno una volta nella vita – il viaggio attraverso quei luoghi sacri, lungo il corso del fiume, la cui visita è necessaria per il raggiungimento della moksha, la liberazione spirituale.
 
Foto BuzzelliSalvare il Gange. Il nostro compito di volontari è quello di condividere con loro luoghi, cerimonie, aspettative, per individuare un varco “spiritually correct” attraverso il quale far filtrare il messaggio ecologico: “Save Mother Ganga”. Infatti… sarà pure il fango, saranno le piogge frequenti, ma guardi l’acqua e hai subito la sensazione che difficilmente qualcosa di “puro” potrà uscirne. Eppure è sufficiente svegliarsi all’alba per capire che hai appesantito inutilmente il tuo zaino con guanti di plastica, stivali di gomma…Non troverai mai il coraggio di utilizzarli. Alle prime luci, ogni ghat, la scalinata che gradatamente si immerge nel fiume, è una macchia di arancio. Il colore della pace, dell’amore, dei pellegrini, che si ritrovano per le abluzioni mattutine: uomini, donne, bambini. Complessi rituali che terminano nell’abbraccio di Madre Ganga: chi si immerge, chi lascia scorrere l’acqua sul capo, chi porge offerte di latte e riso. Mentre i sadhu recitano i loro mantra, immobili in meditazione per minuti interminabili. Sono gli asceti, gli uomini saggi, coloro che hanno abbandonato ogni legame con la materialità dell’esistenza per ricercare una superiore dimensione spirituale. Viaggiano armati di un fagotto di abiti, un tappeto, un contenitore metallico per l’acqua sacra e il cibo, generalmente offerto loro dai fedeli. Il ritmo della loro esistenza è scandito dal fiume, che li chiama a sé all’alba e al tramonto, per preghiere e abluzioni.
 
Pulizia e purezza. La spiritualità di oltre ottocentomila induisti gioca un ruolo critico nel quadro ambientale ed ecologico dell’India moderna. Quell’India entrata a pieno titolo tra i Paesi emergenti dell’economia mondiale, il cui PIL a fine anno sarà cresciuto quasi del 7%, è la stessa India convinta che le acque di Madre Ganga siano in grado di “autopurificarsi”, senza risentire dell’impatto di rifiuti organici ed industriali che quotidianamente confluiscono nel fiume nel corso dei suoi 2500 Km fino al Golfo di Bengala. Il primo ministro Rajiv Gandhi aveva ben chiara la delicatezza della questione quando introdusse il Ganga Action Plan nel 1986, giocando sulla sottile differenza esistente tra “purezza” e “pulizia” del fiume. “La purezza del Gange non è in discussione”, questo l’incipit del suo discorso pubblico di allora, la chiave per aprire un dialogo costruttivo con il suo popolo, senza urtarne la sensibilità religiosa.
  Foto Buzzelli
La testimonianza. E’ facile toccare con mano la verità di quelle parole. Madre Ganga è un’entità spirituale, non in grado di essere scalfita dai processi biologici: un uomo scende lento i gradini del Triveni Ghat, si spoglia dei suoi indumenti, si libera di un sacchetto di plastica e del suo contenuto, lasciandolo andare con noncuranza sul letto del fiume. Compie con osservanza le sue abluzioni e beve a piene mani l’acqua divina, la stessa che solo pochi istanti prima aveva accolto i rifiuti, per sua stessa mano. Non è che un esempio, purtroppo frequente. “Ogni domenica realizziamo un cleaning program nel tratto di fiume di nostra competenza – spiega Narendera Singh, giovane impiegato del Parmarth Niketan Ashram di Rishikesh, tra i più noti centri di yoga e meditazione del mondo induista -. Gli allievi della scuola sono consapevoli del problema. Ripuliamo gli argini, coinvolgiamo pellegrini e turisti a fare altrettanto. Preservare le acque della madre Ganga non è che un ulteriore atto di rispetto verso la dea purificatrice. Il Governo ha giustamente destinato fondi ingenti allo scopo. Ma parallelamente alla realizzazione delle infrastrutture, è necessario svolgere il lavoro sul campo, parlare con le persone, cambiarne la mentalità. Che senso ha installare raccoglitori di immondizia, se nessuno li utilizza?”.  
 
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Categoria: Popoli, Religione
Luogo: India
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