scritto per noi da
Davide Scagni
Il 27 gennaio del 1945 vennero aperti i cancelli di Auschwitz. Di fronte alle
avanguardie dell’esercito sovietico venute a liberare la Polonia dall’occupazione
nazista, lo sparuto gruppo di uomini, donne e bambini che era scampato a quell’orrore
fu insignito del dovere di portare al mondo il ricordo della propria esperienza.

Ci sono tanti modi per ricordare quell’orrore, ci sono tante storie che lo raccontano.
Una di queste è un racconto a fumetti, una piccola storia di topi impauriti e
di gatti affamati che gli danno la caccia. Si chiama
Maus ed è stata realizzata da Art Spiegelman, uno dei più importanti autori di fumetto
contemporanei, vincitore – proprio con
Maus – del Premio Pulitzer nel 1992.
Maus è un romanzo bellissimo che utilizza il linguaggio e le convenzioni del fumetto
per raccontarci, attraverso i ricordi di un uomo, l’ironica follia della Storia.
È la terribile vicenda di Vladek, un ebreo scampato alla prigionia ad Auschwitz
che porta ancora, dopo cinquant’anni, le ferite di quella tragedia. Ma è anche
il racconto – per certi versi, non meno terribile – di suo figlio Art, un fumettista
che si sforza di ristabilire un difficile rapporto con il genitore scavando fino
in fondo a quelle ferite. Pur nella stilizzazione del disegno, Maus non descrive la realtà con ironia. Il suo sguardo è sempre lucido e problematico.
Il tratto grezzo e la prosa essenziale di Spiegelman evidenziano efficacemente
i numerosi contrasti presenti nella vicenda: quelli formali, tra registro realistico
e registro grottesco, come quelli più sostanziali, tra padre e figlio, tra individuo
e società, tra un passato che si vorrebbe cancellare perché “non interessa a nessuno”
e un presente che invece viene pesantemente, quotidianamente condizionato da esso.

La Storia percorre ogni pagina di questo libro. Nell’inquietante realizzazione
dei
funny animals di Walt Disney, gli individui diventano caricature del proprio status sociale:
gli ebrei sono topi, i tedeschi gatti, gli americani cani, i polacchi maiali.
Non esprimono più semplicemente loro stessi, ma ciò che la Storia ha deciso per
loro. Come tutti gli individui Vladek è il risultato di ciò che ha vissuto, ma
ciò che ha vissuto è qualcosa di talmente incredibile che gli occorrono quarant’anni
per parlarne. Art lo ascolta con attenzione, badando ad ogni particolare, cercando
di ricostruire per il suo racconto i frammenti preziosi del passato che Vladek
porta con sé. E lo chiama “assassino” quando scopre che Vladek non ha conservato
tutti i documenti di quegli anni. Come se il passato, per quanto doloroso, si
potesse veramente uccidere. Vladek sanguina Storia. La Storia gli è stata cucita
addosso più in profondità della stella di David che gli adornava il vestito, negli
anni della persecuzione e della prigionia. Quegli anni Vladek li rivive ogni giorno
nella sua piccola casa alle Katskills, sorretto dall’affetto di una donna a cui
non sa rispondere che con metodico, insopportabile cinismo.

Nella seconda parte del racconto, realizzata alcuni anni dopo, scopriamo Art
in preda a un rimorso insopportabile. Il suo libro ha avuto un successo inaspettato
e la sua faccia di topo è diventata una maschera da cui vorrebbe staccarsi. Mentre
Vladek rivive la sua quotidiana lotta per la sopravvivenza, Art sente tutto il
peso di un conflitto con il padre che acquista le dimensioni di una colpa universale.
Le ferite della Storia sono difficili da guarire e non smettono di sgorgare sangue.
Chi sopravvive, consegna ai figli il proprio status di sopravvissuto. Chi è stato
vittima, non vede nell’altro che un ennesimo, potenziale carnefice.
Sono passati 61 anni dal giorno in cui si aprirono i cancelli di Auschwitz e
ancora quei cancelli rimangono aperti. Ci sono vittime che aspettano di essere
riconosciute e carnefici che devono essere trovati. Un libro come
Maus ci fa capire che la Storia non dovrebbe mai sostituirsi alla vita. Che siamo
tutti figli di quelle vittime, ma anche di quei carnefici. Anche questo, forse,
è un modo per ricordare.