Qusay è un giovane ragazzo arabo che abita a Gerusalemme
Est, nel settore musulmano della città vecchia, dove la sua famiglia risiede da
sempre. Per le elezioni di oggi il governo israeliano, in conformità con gli
accordi di Oslo, ha concesso di votare in città solo a seimila palestinesi,
anche se gli abitanti arabi della città santa sono molti di più: circa
duecentomila. Tutti gli altri possono votare ai seggi allestiti nei
villaggi palestinesi in periferia.

Dove vado a votare? Qusay e la sua famiglia avrebbero
avuto il diritto di votare nel seggio più vicino,
quello allestito presso le poste cittadine, che però si trovano a Gerusalemme
Ovest e sono intensamente presidiate dalla polizia israeliana. Così nei giorni
scorsi, Qusay ha preso la decisione di non recarsi agli uffici elettorali
cittadini per registrare la sua partecipazione, e di recarsi invece fino ai seggi del villaggio di ar Ram, nei
Territori Occupati, a metà strada tra Gerusalemme e Ramallah. “Lo faccio - mi
racconta - anche se è la scelta più scomoda per me. Ma non mi sembra giusto esprimere
la mia preferenza per il futuro del nostro
popolo e della nostra città stando sotto la tutela armata di Israele. La gente
davvero non sa cosa fare, il futuro di Gerusalemme è tutt’altro che chiaro.”
Votare per Gerusalemme.
Secondo Qusay, la confusione
percepita dalla maggior parte degli elettori palestinesi dipende anche
dal
sistema di voto: “Questo sistema è stato adottato anche nel ‘96, e
anche allora
si è dimostrato inadeguato, tant’è che le persone che abbiamo eletto
hanno
fatto poco per Gerusalemme. Il numero dei candidati poi è davvero
ampio, e
tanti di loro non hanno alcun merito. La gente è stufa di questa
situazione.
L'autorità Palestinese non ha fatto molto per la città, ma se
nonostante tutto
questo, noi abitanti di Gerusalemme siamo andati a votare, è stato solo
per
ricordare al mondo che questa è anche una città araba.” Qusay è
determinato, ma
non si fa illusioni sul risultato: “Cerco di votare per delle brave
persone, gente che lotti per i diritti civili degli abitanti di
Gerusalemme,
anche se sono sicuro che contribuirò solo a mettere al potere qualcuno
che
prenderà un grasso stipendio senza fare nulla per noi. É paradossale, i
politici chiedono alla gente semplice come noi di salvare la città
dagli ebrei,
ma come si fa se poi non ci danno una mano? Stiamo diventando come
altri paesi
arabi, dove la classe politica fa promesse invano. Chi ricopre delle
cariche
a
Gerusalemme si lega al potere israeliano, anziché porsi come
alternativa al
governo di Tel Aviv. Noi che viviamo in questa città sappiamo bene
quante cose devono cambiare perché ci si possa vivere decentemente,
magari ci vorranno venti anni, ma i politici devono darci un aiuto per
resistere”.

Votare per chi? Qusay spiega che secondo lui la
maggior parte degli abitanti della città santa voterà per al Fatah, il
partito
del presidente Abu Mazen, ma solo per la mancanza di alternative
credibili.
Votare per Hamas sarebbe una scelta potenzialmente distruttiva. “Il
governo di al Fatah è la sola
possibilità che abbiamo per non perdere definitivamente la presa su
Gerusalemme
Est, oltre che il treno delle trattative di pace. Hamas sa di non poter
vincere qui, e quando il governo israeliano minacciava di bloccare il
voto in questa città, i suoi esponenti furono gli unici a volere che le
elezioni si tenessero ugualmente”. Qusay esce di casa e
si
prepara ad attraversare la periferia orientale di Gerusalemme,
circondata dagli
insediamenti israeliani che stanno rapidamente inglobando per
soffocamento
l’enclave araba della città eterna. Un tratto di strada su un taxi
collettivo lo porta poi ad ar Ram, il piccolo centro alle porte di
Qalandia, vicino al muro di separazione. Poca polizia palestinese per
le strade e, insolitamente da queste parti, nessun soldato israeliano.
Da diversi
giorni girano sui giornali voci allarmiste che ipotizzano disordini,
creati ad
arte da milizie vicine a Fatah per invalidare i risultati nei seggi più
a
rischio: “Non so cosa possano avere in mente –ammette Qusay,
e non so prevedere se Fatah rischia davvero di uscire sconfitta dal
voto,
ma di certo ci sono modi più semplici per condizionare il risultato.
Sono certo
che qualora gli exit poll indicassero un risultato in bilico, la
chiusura dei
seggi slitterebbe. É già accaduto, i dirigenti di Fatah chiameranno in
causa
l’alta affluenza e posticiperanno alle 10 di sera la chiusura dei
seggi, che in
quelle ore verranno puntualmente invasi da loro sostenitori, fatti
venire
apposta.”