25/01/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



Le elezioni a Gerusalemme Est, il racconto di Qusay un arabo che ci vive
Qusay è un giovane ragazzo arabo che abita a Gerusalemme Est, nel settore musulmano della città vecchia, dove la sua famiglia risiede da sempre. Per le elezioni di oggi il governo israeliano, in conformità con gli accordi di Oslo, ha concesso di votare in città solo a seimila palestinesi, anche se gli abitanti arabi della città santa sono molti di più: circa duecentomila. Tutti gli altri possono votare ai seggi allestiti nei villaggi palestinesi in periferia.
  Urna in un seggio di Gerusalemme
Dove vado a votare? Qusay e la sua famiglia avrebbero avuto il diritto di votare nel seggio più vicino, quello allestito presso le poste cittadine, che però si trovano a Gerusalemme Ovest e sono intensamente presidiate dalla polizia israeliana. Così nei giorni scorsi, Qusay ha preso la decisione di non recarsi agli uffici elettorali cittadini per registrare la sua partecipazione, e di recarsi invece  fino ai seggi del villaggio di ar Ram, nei Territori Occupati, a metà strada tra Gerusalemme e Ramallah. “Lo faccio - mi racconta - anche se è la scelta più scomoda per me. Ma non mi sembra giusto esprimere la mia preferenza per il futuro del nostro popolo e della nostra città stando sotto la tutela armata di Israele. La gente davvero non sa cosa fare, il futuro di Gerusalemme è tutt’altro che chiaro.”
 
Ufficio elettorale alle poste di GerusalemmeVotare per Gerusalemme. Secondo Qusay, la confusione percepita dalla maggior parte degli elettori palestinesi dipende anche dal sistema di voto: “Questo sistema è stato adottato anche nel ‘96, e anche allora si è dimostrato inadeguato, tant’è che le persone che abbiamo eletto hanno fatto poco per Gerusalemme. Il numero dei candidati poi è davvero ampio, e tanti di loro non hanno alcun merito. La gente è stufa di questa situazione. L'autorità Palestinese non ha fatto molto per la città, ma se nonostante tutto questo, noi abitanti di Gerusalemme siamo andati a votare, è stato solo per ricordare al mondo che questa è anche una città araba.” Qusay è determinato, ma non si fa illusioni sul risultato: “Cerco di votare per delle brave persone, gente che lotti per i diritti civili degli abitanti di Gerusalemme, anche se sono sicuro che contribuirò solo a mettere al potere qualcuno che prenderà un grasso stipendio senza fare nulla per noi. É paradossale, i politici chiedono alla gente semplice come noi di salvare la città dagli ebrei, ma come si fa se poi non ci danno una mano? Stiamo diventando come altri paesi arabi, dove la classe politica fa promesse invano. Chi ricopre delle cariche a Gerusalemme si lega al potere israeliano, anziché porsi come alternativa al governo di Tel Aviv. Noi che viviamo in questa città sappiamo bene quante cose devono cambiare perché ci si possa vivere decentemente, magari ci vorranno venti anni, ma i politici devono darci un aiuto per resistere”.
  Sostenitori di Fatah fuori dai seggi
Votare per chi? Qusay spiega che secondo lui la maggior parte degli abitanti della città santa voterà per al Fatah, il partito del presidente Abu Mazen, ma solo per la mancanza di alternative credibili. Votare per Hamas sarebbe una scelta potenzialmente distruttiva. “Il governo di al Fatah è la sola possibilità che abbiamo per non perdere definitivamente la presa su Gerusalemme Est, oltre che il treno delle trattative di pace. Hamas sa di non poter vincere qui, e quando il governo israeliano minacciava di bloccare il voto in questa città, i suoi esponenti furono gli unici a volere che le elezioni si tenessero ugualmente”. Qusay esce di casa e si prepara ad attraversare la periferia orientale di Gerusalemme, circondata dagli insediamenti israeliani che stanno rapidamente inglobando per soffocamento l’enclave araba della città eterna. Un tratto di strada su un taxi collettivo lo porta poi ad ar Ram, il piccolo centro alle porte di Qalandia, vicino al muro di separazione. Poca polizia palestinese per le strade e, insolitamente da queste parti, nessun soldato israeliano.
Da diversi giorni girano sui giornali voci allarmiste che ipotizzano disordini, creati ad arte da milizie vicine a Fatah per invalidare i risultati nei seggi più a rischio: “Non so cosa possano avere in mente –ammette Qusay, e non so prevedere se Fatah rischia davvero di uscire sconfitta dal voto, ma di certo ci sono modi più semplici per condizionare il risultato. Sono certo che qualora gli exit poll indicassero un risultato in bilico, la chiusura dei seggi slitterebbe. É già accaduto, i dirigenti di Fatah chiameranno in causa l’alta affluenza e posticiperanno alle 10 di sera la chiusura dei seggi, che in quelle ore verranno puntualmente invasi da loro sostenitori, fatti venire apposta.”
 

Naoki Tomasini

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