Nepal, ancora manifestazioni contro il re. La testimonianza di un operatore umanitario
Per chi vive e
lavora in Nepal, le manifestazioni mutatesi in scontri degli ultimi giorni, non
sono purtroppo una novità. Ce lo racconta dalla capitale Kathmandu il
coordinatore progetti dell’Onlus
Apeiron, Andrea Meneghini: “ Al momento (ieri per chi legge, ndr.) il
coprifuoco diurno, proclamato dal re venerdì scorso, è stato tolto e quindi forse
è passato il momento di massima tensione che poteva far precipitare le cose. Le
dimostrazioni di piazza, tuttora in corso, sono dal febbraio scorso molto
frequenti, come i continui arresti e rilasci sia a Kathmandu sia in altre città
del Paese”. Solo che non arrivano spesso alle cronache: non si contano,
infatti, i dissidenti arrestati o fermati a partire dal primo febbraio 2005,
quando il sovrano Gyanendra ha sciolto il parlamento e preso il potere
assoluto.
La risposta della polizia. Migliaia di manifestanti,
tra cui molti giovani, sostenitori dei sette partiti d’opposizione coalizzatisi
contro lo strapotere del re, ma anche membri di associazioni studentesche e per
i diritti civili, sono scesi per le strade sfidando la repressione e la censura
delle autorità. “Già in aprile – spiega Meneghini - abbiamo assistito a
manifestazioni e scontri qui nella capitale, ma è anche vero che adesso la
tensione si è acutizzata in vista delle elezioni municipali dell’8 febbraio prossimo,
ovvero un contentino concesso dal re all’opposizione”. Tutti gli osservatori
concordano nel dire che le amministrative non saranno affatto una prova di
democrazia, ma potranno anzi aumentare i poteri del sovrano e dei fedelissimi
ministri da lui nominati un anno fa. Per questo sabato scorso sono tornate le
proteste su invito della coalizione dei sette, nonostante il coprifuoco dalle
9
alle 18. La risposta della polizia, come previsto, non si è fatta attendere:
nel centro di Kathmandu, zona di templi e del vecchio palazzo reale, ci sono stati scontri con un numero
imprecisato di feriti. I manifestanti hanno lanciato pietre e le forze
dell’ordine li hanno caricati con manganelli e gas lacrimogeni. Almeno 200 le
persone portate via sulle camionette della polizia. Senza contare gli arresti
preventivi: cento giovedì e altri 200 venerdì, più i cinque domiciliari imposti
(ma già sospesi da domenica, ndr.) a importanti leader politici, come l’ex primo
ministro, Girija Prasad Koirala. Secondo le organizzazioni umanitarie, lunedì
almeno un centinaio di attivisti erano ancora detenuti.

Le violenze sono aumentate. Restano, intanto,
gli interrogativi su come la situazione evolverà: “L’opposizione – dice
Meneghini - ha proclamato uno sciopero generale per giovedì 26 gennaio,
ma non
sappiamo che impatto potrà avere. Non sappiamo in quanti aderiranno.
Gran parte
della popolazione subisce la lotta tra i gruppi di potere. A Kathmandu,
l’opposizione riesce a raccogliere diverse adesioni, ma fuori, nelle
campagne
remote, gli abitanti sono solo vittime delle rappresaglie di ambo le
parti,
ribelli filomaoisti ed esercito”. Entrambi, infatti, in dieci anni di
guerra
costati la vita a oltre 12mila persone, hanno gareggiato in atrocità.
Le truppe
governative hanno compiuto arresti, rapimenti ed esecuzioni sommarie a
danno di
chi avrebbe appoggiato i ribelli, mentre questi ultimi hanno continuato
i
reclutamenti di massa, le minacce e le sottrazioni di terreni in nome
dell’ideologia che vorrebbe rovesciare la monarchia e instaurare un
regime
comunista. E dalla fine della tregua unilaterale (il primo gennaio
2005)
proclamata dai maoisti per quattro mesi, le violenze sono aumentate
fino
l’ultimo sanguinoso scontro oggi, 25 gennaio: almeno 8 persone sono
morte a sud-ovest di
Kathmandu, dopo l’attacco a una pattuglia della polizia, fra
guerriglieri e poliziotti. “Anche durante la tregua, in realtà –
continua l’operatore umanitario
–
ci sono stati scontri, perché l’esercito ha approfittato per condurre
azioni
militari nelle zone controllate dai maoisti”. Di ciò, tuttavia non si è
avuta
notizia all’estero “e non se ne parla molto neppure qui, dove tutte le
informazioni su ciò che accade nelle zone rurali sono filtrate dal
governo”,
insiste Meneghini.
La pace sembra una
chimera. Di fronte al pugno di ferro del re, l’opposizione si è radicalizzata
e
adesso chiede insieme con i maoisti la fine della monarchia e non più solo
riforme in senso democratico. Mentre nel Paese himalayano è sempre più
difficile lavorare: “Spesso – conferma il portavoce di Apeiron, l’organizzazione
che in Nepal si occupa delle donne e dei
bambini soggetti a violenze - non siamo riusciti a uscire da Kathmandu a causa
degli scioperi imposti dai maoisti. Fuori dalla capitale durante il 2005, per
diversi giorni, anche due settimane, le strade sono state bloccate e ogni
attività si è fermata. Ogni giorno poi dobbiamo fare i conti con il coprifuoco
notturno, dalle 21 alle 4”. E i blocchi alle telecomunicazioni? “L’ultimo, da
giovedì a domenica, ordinato dal re, non ci ha creato grossi problemi. Non
abbiamo potuto usare telefoni fissi e cellulari, ma internet ha continuato a
funzionare”.