25/01/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



Nepal, ancora manifestazioni contro il re. La testimonianza di un operatore umanitario
  Manifestanti a Kathmandu
Per chi vive e lavora in Nepal, le manifestazioni mutatesi in scontri degli ultimi giorni, non sono purtroppo una novità. Ce lo racconta dalla capitale Kathmandu il coordinatore progetti dell’Onlus Apeiron, Andrea Meneghini: “ Al momento (ieri per chi legge, ndr.)  il coprifuoco diurno, proclamato dal re venerdì scorso, è stato tolto e quindi forse è passato il momento di massima tensione che poteva far precipitare le cose. Le dimostrazioni di piazza, tuttora in corso, sono dal febbraio scorso molto frequenti, come i continui arresti e rilasci sia a Kathmandu sia in altre città del Paese”. Solo che non arrivano spesso alle cronache: non si contano, infatti, i dissidenti arrestati o fermati a partire dal primo febbraio 2005, quando il sovrano Gyanendra ha sciolto il parlamento e preso il potere assoluto.
 
Polizia, NepalLa risposta della polizia. Migliaia di manifestanti, tra cui molti giovani, sostenitori dei sette partiti d’opposizione coalizzatisi contro lo strapotere del re, ma anche membri di associazioni studentesche e per i diritti civili, sono scesi per le strade sfidando la repressione e la censura delle autorità. “Già in aprile – spiega Meneghini - abbiamo assistito a manifestazioni e scontri qui nella capitale, ma è anche vero che adesso la tensione si è acutizzata in vista delle elezioni municipali dell’8 febbraio prossimo, ovvero un contentino concesso dal re all’opposizione”. Tutti gli osservatori concordano nel dire che le amministrative non saranno affatto una prova di democrazia, ma potranno anzi aumentare i poteri del sovrano e dei fedelissimi ministri da lui nominati un anno fa. Per questo sabato scorso sono tornate le proteste su invito della coalizione dei sette, nonostante il coprifuoco dalle 9 alle 18. La risposta della polizia, come previsto, non si è fatta attendere: nel centro di Kathmandu, zona di templi e del vecchio palazzo reale,  ci sono stati scontri con un numero imprecisato di feriti. I manifestanti hanno lanciato pietre e le forze dell’ordine li hanno caricati con manganelli e gas lacrimogeni. Almeno 200 le persone portate via sulle camionette della polizia. Senza contare gli arresti preventivi: cento giovedì e altri 200 venerdì, più i cinque domiciliari imposti (ma già sospesi da domenica, ndr.) a importanti leader politici, come l’ex primo ministro, Girija Prasad Koirala. Secondo le organizzazioni umanitarie, lunedì almeno un centinaio di attivisti erano ancora detenuti.
  Manifestanti
Le violenze sono aumentate. Restano, intanto, gli interrogativi su come la situazione evolverà: “L’opposizione – dice Meneghini - ha proclamato uno sciopero generale per giovedì 26 gennaio, ma non sappiamo che impatto potrà avere. Non sappiamo in quanti aderiranno. Gran parte della popolazione subisce la lotta tra i gruppi di potere. A Kathmandu, l’opposizione riesce a raccogliere diverse adesioni, ma fuori, nelle campagne remote, gli abitanti sono solo vittime delle rappresaglie di ambo le parti, ribelli filomaoisti ed esercito”. Entrambi, infatti, in dieci anni di guerra costati la vita a oltre 12mila persone, hanno gareggiato in atrocità. Le truppe governative hanno compiuto arresti, rapimenti ed esecuzioni sommarie a danno di chi avrebbe appoggiato i ribelli, mentre questi ultimi hanno continuato i reclutamenti di massa, le minacce e le sottrazioni di terreni in nome dell’ideologia che vorrebbe rovesciare la monarchia e instaurare un regime comunista. E dalla fine della tregua unilaterale (il primo gennaio 2005) proclamata dai maoisti per quattro mesi, le violenze sono aumentate fino l’ultimo sanguinoso scontro oggi, 25 gennaio: almeno 8 persone sono morte a sud-ovest di Kathmandu, dopo l’attacco a una pattuglia della polizia, fra guerriglieri e poliziotti. “Anche durante la tregua, in realtà – continua l’operatore umanitario – ci sono stati scontri, perché l’esercito ha approfittato per condurre azioni militari nelle zone controllate dai maoisti”. Di ciò, tuttavia non si è avuta notizia all’estero “e non se ne parla molto neppure qui, dove tutte le informazioni su ciò che accade nelle zone rurali sono filtrate dal governo”, insiste Meneghini.
 
La pace sembra una chimera. Di fronte al pugno di ferro del re, l’opposizione si è radicalizzata e adesso chiede insieme con i maoisti la fine della monarchia e non più solo riforme in senso democratico. Mentre nel Paese himalayano è sempre più difficile lavorare: “Spesso – conferma il portavoce di Apeiron, l’organizzazione che in Nepal  si occupa delle donne e dei bambini soggetti a violenze - non siamo riusciti a uscire da Kathmandu a causa degli scioperi imposti dai maoisti. Fuori dalla capitale durante il 2005, per diversi giorni, anche due settimane, le strade sono state bloccate e ogni attività si è fermata. Ogni giorno poi dobbiamo fare i conti con il coprifuoco notturno, dalle 21 alle 4”. E i blocchi alle telecomunicazioni? “L’ultimo, da giovedì a domenica, ordinato dal re, non ci ha creato grossi problemi. Non abbiamo potuto usare telefoni fissi e cellulari, ma internet ha continuato a funzionare”.
 

Francesca Lancini

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