23/11/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



Sono 46, tra giornalisti, operatori video e collaboratori, i morti nella guerra in Iraq.

chesnot e malbrunot“Sentivo i rapitori parlare tra di loro, la sera, in una stanza accanto alla mia. Dicevano che era il caso di trasferire i due francesi a Falluja, ma un altro ha risposto che sarebbe stato troppo pericoloso. Attraverso la parete della mia stanza ho anche sentito parlare francese: pur non sapendo la lingua, la so riconoscere”.


Lo ha dichiarato Ahmad Abdel Aziz Mohammed, 47 anni. E' un camionista egiziano che lavora in Iraq per una delle imprese che operano nel Paese dilaniato dalla guerra. E' stato rapito il 20 ottobre del 2004 ed è stato tenuto fino alla sua liberazione, avvenuta settimana scorsa, in una casa di Latiyfhia. Intervistato subito dopo la sua liberazione, l'egiziano si è detto convinto che i due giornalisti francesi siano vivi e che secondo lui si trovano ancora nella cittadina dove era tenuto in ostaggio lui stesso.


Christian Chesnot e Georges Malbrunot, rispettivamente di 38 e 41 anni, sono i due reporter francesi in questione. Rapiti il 20 agosto 2004 e ancora nelle mani dell'Esercito Islamico in Iraq. Chesnot lavora con Radio France e con RFI, mentre Malbrunot lavora per Le Figaro, Ouest-France e RTL. Con loro era stato rapito anche Mohammed al-Joundi, un siriano che lavorava come autista e interprete dei due cronisti francesi. Al-Joudni è stato rilasciato l'11 novembre scorso, a Falluja.

“Eravamo sulla strada per Najaf”, ha dichiarato il siriano, “quando ci hanno affiancato due automobili: una Mercedes e una macchina coreana, con a bordo tre uomini armati. Dopo qualche giorno ci hanno divisi e, dei due giornalisti, non ho più avuto notizie”.


Fare il giornalista in zona di guerra non è mai stato un mestiere facile, ma mai come in Iraq è sembrato quasi impossibile. I due reporter francesi, con il loro sequestro che ha superato i 90 giorni di prigionia, sono diventati il simbolo di un pedaggio grave che l'informazione sta pagando al conflitto in Iraq. Tra giornalisti, operatori video e assistenti di vario tipo (per lo più interpreti e autisti), le organizzazioni che si occupano della libertà di stampa calcolano che sono ben 46 gli operatori dell'informazione che hanno perso la vita in Iraq dal marzo del 2003, data d'inizio del conflitto.


la finestra colpita dell'hotel palestineVittime della Coalizione. Tante storie, tutte simili. Professionisti che cercano di fare il loro lavoro, cercano d'informare le persone su quello che accade in guerra e che spesso pagano con la vita il loro impegno. Josè Couso e Taras Protusyuk per esempio, cameramen l'uno per TeleCinco e l'altro per la Reuters. L'8 aprile del 2003 l'esercito statunitense ha aperto il fuoco sull'Hotel Palestine uccidendo loro e ferendo tre colleghi. Questi giorni i vertici militari Usa hanno fatto sapere che non sono emerse responsabilità.


Lo stesso giorno muore Tareq Ayoub, giornalista di al-Jazeera,  durante un bombardamento dell'aviazione statunitense che ha colpito la sede dell'emittente televisiva a Baghdad. Il 17 agosto del 2003, davanti alla prigione di Abu Gharib, viene uccisa durante uno scontro a fuoco tra ribelli e militari della coalizione Mazen Dana, della Reuters.


La guerra continua e lascia dietro di sè una scia di sangue: il 18 marzo del 2004 perdono la vita Ali al-Khatib e Ali Abdel Aziz, due giornalisti di al-Arabiya, freddati mentre cercano di raccontare l'attacco di un attentatore suicida a un check-point a Baghdad. Il 19 aprile del 2004, muore Assad Kadhim che lavora per al-Iraqiya, televisione creata dagli americani, ucciso dai soldati Usa mentre racconta una battaglia a Samarra. Questo per citare solo alcuni esempi di giornalisti uccisi dai militari della Coalizione. La giustificazione? Sempre la stessa: un errore accidentale.


Vittime della guerriglia. La guerriglia non è da meno. Ancora alcune storie. Il 7 aprile del 2003 vengono uccisi Julio Anguita Parrado di El Mundo e Christian Liebig di Focus da guerriglieri in un centro di comunicazioni a Baghdad. Il 5 luglio del 2003 viene assassinato il cameramen free-lance inglese Richard Wild, davanti al Museo di Baghdad. Il 18 marzo del 2004, in un attacco al minibus che utilizzava per gli spostamenti, viene assassinata Nadia Nasrat, giornalista della televisione locale Diyala.

Il corrispondente di guerra polacco Waldemar Milewicz e il giornalista di origine algerina Mounir Abdallach Bouamrane vengono assassinati in un'imboscata tesa loro dalla guerriglia a Baghdad il 7 maggio del 2004. Il 27 maggio sono due giornalisti free-lance giapponesi, Shinsuke Hashida e Kotaro Ogawa, a essere uccisi in un agguato a sud di Baghdad mentre si spostavano in automobile.

Fino ad arrivare al 26 agosto del 2004, giorno dell'uccisione di Enzo Baldoni che lavorava in Iraq per il settimanale italiano Diario.


golestan, cameramen ucciso in iraqPallottole o censura. Tutti i giornalisti citati e i tanti altri non citati sono morti sul campo, mentre cercavano di documentare un conflitto che, per quanto si possa essere d'accordo o meno con esso, deve arrivare ai lettori e agli spettatori di tutto il mondo. Deve. Perchè l'informazione è un diritto.

Se la morte è il prezzo più alto che un cronista si può trovare a pagare, non meno grave è la censura.


L'emittente al-Jazeera, nei giorni dell'attacco a Falluja, si scusava con i suoi telespettatori per la mancanza di inviati sul posto. Il governo del premier iracheno Allawi non ama la televisione del Qatar e non ne fa mistero. Non è andata meglio a Abdel Kader al-Saadi, corrispondente da Falluja per la televisione degli Emirati Arabi Uniti al-Arabiya, arrestato dai militari statunitensi l'11 novembre 2004. I vertici della Reuters, nel maggio del 2004, hanno riportato la denuncia di tre operatori che erano stati fermati dai militari della Coalizione.


“Ci hanno portati in una base militare Usa alle porte di Falluja”, hanno raccontato i tre, “abbiamo subito percosse e abusi sessuali. Ci picchiavano se ci rilassavamo mentre eravamo in piedi da ore. Ci hanno costretto a ingoiare della carta e, quando non reagivamo prontamente ai loro ordini, ci costringevano a leccargli le scarpe”. Anche questo capita ai giornalisti di guerra, colpevoli di voler dire la verità in un mondo che ha bisogno solo di consensi addomesticati.

Christian Elia

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