Dopo un lungo braccio di ferro pre-elettorale, al Fatah chiede il voto ai palestinesi
Scritto
per noi da
Milena Nebbia*
Ramallah-Marwan
Barghouti, braccia in alto e polsi ammanettati, non arringa la folla, non
partecipa alla frenesia degli ultimi giorni di campagna elettorale, è nelle
carceri israeliane dove sconta una condanna a cinque ergastoli, ma la sua
immagine nei manifesti è ovunque a tappezzare la città che rimane la roccaforte
di al Fatah in Palestina. É sul suo prestigio, sulla presa che ha tra le nuove
generazioni, che il partito di Abu Mazen - erede di Arafat - punta per una
riscossa. La campagna del partito si basa sulla lotta contro l'occupazione,
contro il muro di separazione, contro la colonizzazione e per la costituzione
di
uno stato palestinese indipendente nel contesto di una soluzione pacifica.

La
frattura di Fatah. Nonostante i larghi consensi di Barghouti, il momento
per Fatah è molto delicato: dalla morte di Arafat si sta giocando all'interno
del partito una strenua lotta tra la generazione degli ex esuli dell'Olp, che
fa capo al presidente dell'Autorità Nazionale Palestinese, Abu Mazen, e la
nuova generazione di attivisti, cresciuti durante la prima intifada e che si
riconoscono in Barghouti. Si dice che Abu Mazen, dopo aver parzialmente
annullato le primarie di Fatah, in cui i giovani candidati avevano sonoramente
sconfitto la vecchia guardia, abbia giocato la carta dell'anarchia nella
Striscia di Gaza, cercando di ottenere
il rinvio delle elezioni. Gli episodi di violenza delle ultime settimane, i
ripetuti rapimenti e l'abbattimento del muro al confine di Rafah, pare abbiano
visto come protagonisti proprio militanti del partito di Fatah. Lo stesso Abu
Mazen in varie occasioni ha affermato di non poter garantire il corretto
svolgimento delle elezioni a causa della debolezza delle forze di polizia
palestinesi.
L’opportunità
di Hamas. Chi naturalmente spera di raccogliere i frutti delle faide
interne ad Al Fatah è il movimento islamico Hamas, che si e' presentato per la
prima
volta alle elezioni e lo ha fatto con una strategia che sembra vincente tra la
gente: una disciplina etica e militare senza eccessi puntando su persone
irreprensibili e stimate, spesso estranee al movimento. Il vicecapolista di
Hamas, Abu Tutir, in una conferenza stampa ha esposto la nuova piattaforma
politica del gruppo islamico, che prefigura un cambiamento di strategia
rispetto al passato, cioè la cancellazione dallo statuto dell'organizzazione
della clausola riguardante la distruzione dello stato d'Israele, rimpiazzata
dal generico supporto alla resistenza paestinese. Che, si è affrettato ad
aggiungere, non significa necessariamente lotta armata. Alla domanda se Hamas
intenderà partecipare ai futuri negoziati di pace, Tutir ha osservato che, se
necessario,
Hamas saprà negoziare meglio di coloro che negli ultimi dieci anni non sono
riusciti ad ottenere nulla. È probabile che, per una definizione della strategia
politica, il movimento islamico preferisca però attendere anche le elezioni
israeliane del 28 marzo, quando sapranno chi si troverà di fronte, anche in
funzione di un possibile negoziato.
Previsioni.
Sull'esito del voto, il livello della tensione aumenta con l'avvicinarsi del 25
gennaio: un sondaggio dell'università di Bir Zeit conferma che il distacco
nelle intenzioni di voto fra il partito per anni egemone nella politica
palestinese e il movimento islamista si è fortemente ridotto. Il 35% dei
palestinesi afferma di voler votare per Fatah, il 30% per Hamas. Molti gli
indecisi: il 21%, che, sempre secondo il sondaggio, sarebbero tentati al 30% da
Hamas e al 24% dal Fatah. Sembra però improbabile che uno dei due grandi
contendenti ottenga la maggioranza assoluta in parlamento. Il prossimo governo
palestinese sarà molto probabilmente di coalizione:forse tra Fatah e Hamas,
forse tra il partito del presidente e il movimento Palestina Indipendente di
Mustafa Barghuti (che un anno fa sfidò Abu Mazen alle elezioni presidenziali),
cui il sondaggio assegna il 6-7% dei voti, con l'appoggio di uno o più piccoli
raggruppamenti.