Sono giorni particolari a Cuba.
L’isola caraibica, patria della Rivoluzione, nazione romantica per antonomasia,
è nell’occhio del ciclone. Si torna a parlare di libertà di stampa. Il cattivo
rapporto di Fidel Castro con i giornalisti “scomodi” è di vecchia data. A ricordarcelo,
ora, è la liberazione di un giornalista indipendente, Abel Escobar Ramirez, che
dopo tre giorni di carcerazione ha rivisto il sole da uomo libero.
Era finito dietro le sbarre per aver scritto un articolo violando la legge 88
che a Cuba è la legge che difende l’indipendenza e l’economia. Non a caso al giornalista
sono stati sequestrati anche il registratore e diverse cassette audio destinate
all’archivio del sito internet nuevaprensa.org. Dopo settantadue ore di detenzione,
tempo massimo che consente alla legge cubana di confermare un arresto, è stato
liberato.
Con una trentina di detenuti, Cuba è oggi il maggior carcere del mondo per i
giornalisti. Circa una ventina di loro sono stati incarcerati nel marzo del 2003
insieme ad una cinquantina di dissidenti politici. Un’ondata di arresti senza
precedenti. Giornalisti e dissidenti sono stati condannati a pene che vanno dai
quattordici ai ventisette anni principalmente per le accuse di “attentato all’integrità
territoriale e all’indipendenza dello Stato”. Alcuni di loro stanno protestando
in questo periodo per le condizioni di vita all’interno del carcere con lo sciopero
della fame.
Nella classifica mondiale della libertà di stampa stilata da Reporters senza
Frontiere, pubblicata il 20 ottobre del 2003, Cuba è al penultimo posto, seguita
solo dalla Corea del Nord, in fatto di libertà di stampa.
A fare da contrappeso alla situazione che vivono in patria i giornalisti, ci
pensa Luis Baez, giornalista di Prensa Latina, che rispondendo ad alcune domande
fa sapere che “il giornalismo a Cuba si svolge come in qualsiasi altra parte del
mondo, partendo però sempre dal punto di vista rivoluzionario. A Cuba i proprietari
dei giornali sono i cittadini, non aziende private, e quindi, essendo parte di
questo popolo dobbiamo rispondere agli interessi dei nostri compatrioti”. Incalzato
dalle domande continua: ”Un giornalista cubano può essere in dissenso. Ma il dissenso
deve restare dentro la logica rivoluzionaria. I nostri giornali hanno spazi dedicati
alla critica. Non siamo una società che vive in una bolla di cristallo, sappiamo
di avere difetti, problemi, ma cerchiamo di valorizzare anche le nostre virtù”.
Alessandro Grandi