scritto per noi da
Francesca Micheletti
Un ritorno alle origini. E un viaggio accelerato a partire dalla
cultura primitiva, contadina, indissolubilmente legata alla terra, fino alla
società “evoluta”, “colta”, che questo legame sembra averlo perso. E per questo
si muove impazzita, guidata da un perverso istinto di auto-distruzione.

Può essere considerato questo il senso di
Balkan epic, l’ultima
serie di video installazioni dell’artista serba Marina Abramovic, in
esposizione all’Hangar Bicocca di Milano
fino al 23 aprile. Sette pannelli di dimensioni giganti sono il risultato di un
percorso a ritroso alle origini della cultura balcanica, quando il legame con
la terra si espletava in una fisicità istintiva, intrisa di superstizione e magia.
Un gruppo di uomini proni su un prato verde, intenti a copulare con la madre
terra (femminile per definizione) in un rito propiziatorio alla fertilità.
Specularmente, un gruppo di donne danzano sotto la pioggia, alzando la gonna e mostrando la vagina
al cielo. Immagini che di “scabroso” non hanno proprio nulla, e
portano piuttosto a chiedersi dove e quando il corpo nudo è diventato peccato,
dove e quando l’essere umano abbia smarrito il senso di appartenenza al ciclo
delle stagioni e alla natura da cui proviene. I video, che avvolgono lo
spettatore da ogni lato, sono un vero e proprio pugno nell’occhio, per la loro
capacità di solleticare il voyeurismo e nello stesso tempo provocare imbarazzo,
costringendo il pudore comune a fare i conti con se stesso. Il buio del
contesto in cui sono immerse le installazioni aiuta a nascondere le proprie
reazioni, a non essere costretti a mostrare il rossore delle guance. E permette
una riflessione più personale, più attenta e concentrata. La contadina che si
massaggia i seni con la faccia rivolta al cielo è già diventata l’immagine
simbolo della mostra: il sacro del cielo azzurro e il profano del seno nudo,
che sbuca da un abbigliamento tipicamente umile, contadino.
Quella indicata da Marina Abramovic è oltretutto una
sessualità pre-patinata, fatta di corpi imperfetti, seni cadenti, gambe
appesantite. Una sessualità spogliata di ogni estetizzazione consumistica, e
restituita al prato verde che la circonda così com’è e come è stata concepita.

Fin troppo facile tentare di ricondurre ogni espressione
artistica proveniente dai Balcani alla carneficina dei conflitti degli anni
Novanta. Tra le precedenti installazioni della Abramovic in mostra all’Hangar
Bicocca – cinque in tutto - spicca
Balkan Baroque
(Leone d’oro alla Biennale
di Venezia nel ’97), dove il riferimento alla guerra è forse più
esplicito. Ma anche in questa prima stanza di “Balkan epic” viene da
leggere un disperato bisogno di tornare alla purezza delle origini, di
premere
“rewind” sul registratore cancellando tutto l’orrore delle guerre e
cercando
risposte nella natura, in ciò che caratterizza l’essenza dell’uomo. La
violenza
non tocca la prima sequenza di installazioni, per poi irrompere con
forza nella
seconda, dove la visione è scandita dal secco martellare di un teschio,
che la
stessa artista utilizza per picchiarsi il petto. Ritmicamente,
ossessivamente,
il volto coperto dai capelli e privato di ogni identità, la gola che
emette
suoni gutturali che assomigliano sempre di più ad un orgasmo di morte,
generato
da un teschio che batte fra i seni nudi di questo essere
irriconoscibile. Una schiera di quindici uomini, in abito tradizionale,
fissano
lo spettatore assolutamente inespressivi, i membri eretti come fucili
puntati
allo spettatore. Se il verde e l’azzurro dominano i primi quadri,
questa
seconda stanza è dominata dai toni cupi del rosso e nero. Se l’erba e
il cielo
sono gli unici elementi che fanno da cornice alle azioni dell’uomo
nelle prime
scene, ora sono elaborati ricami di foggia balcanica. I personaggi sono
ora
vestiti, e la sessualità irrompe in forme perverse. La cultura ha
dominato la natura, violentandola. E l’effetto
finale è inquietante, perverso, prevaricante. Sullo sfondo, il canto
malinconico di Olivera Katarina, vestita come la morte in abito nero
lunghissimo, il volto pallido: “La guerra è la nostra eterna
voce/evviva la
nostra ortodossia slava”. Una chiave di interpretazione che riporta
all’attualità l’intero percorso visivo. Laddove il legame con la terra è visto
come necessità di combattere per
difenderla, ecco che la natura impotente è costretta a ritirarsi, ritagliandosi
esigui e preversi spazi di uscita, come l’erezione fuori dai pantaloni degli
ometti in fila.