25/01/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



In mostra a Milano l'ultimo lavoro di Marina Abramovic
scritto per noi da
Francesca Micheletti
 
Un ritorno alle origini. E un viaggio accelerato a partire dalla cultura primitiva, contadina, indissolubilmente legata alla terra, fino alla società “evoluta”, “colta”, che questo legame sembra averlo perso. E per questo si muove impazzita, guidata da un perverso istinto di auto-distruzione.
 
una delle immagini in mostraPuò essere considerato questo il senso di Balkan epic, l’ultima serie di video installazioni dell’artista serba Marina Abramovic, in esposizione all’Hangar Bicocca di Milano fino al 23 aprile. Sette pannelli di dimensioni giganti sono il risultato di un percorso a ritroso alle origini della cultura balcanica, quando il legame con la terra si espletava in una fisicità istintiva, intrisa di superstizione e magia. Un gruppo di uomini proni su un prato verde, intenti a copulare con la madre terra (femminile per definizione) in un rito propiziatorio alla fertilità. Specularmente, un gruppo di donne  danzano sotto la pioggia, alzando la gonna e mostrando la vagina al cielo. Immagini che di “scabroso” non hanno proprio nulla, e portano piuttosto a chiedersi dove e quando il corpo nudo è diventato peccato, dove e quando l’essere umano abbia smarrito il senso di appartenenza al ciclo delle stagioni e alla natura da cui proviene. I video, che avvolgono lo spettatore da ogni lato, sono un vero e proprio pugno nell’occhio, per la loro capacità di solleticare il voyeurismo e nello stesso tempo provocare imbarazzo, costringendo il pudore comune a fare i conti con se stesso. Il buio del contesto in cui sono immerse le installazioni aiuta a nascondere le proprie reazioni, a non essere costretti a mostrare il rossore delle guance. E permette una riflessione più personale, più attenta e concentrata. La contadina che si massaggia i seni con la faccia rivolta al cielo è già diventata l’immagine simbolo della mostra: il sacro del cielo azzurro e il profano del seno nudo, che sbuca da un abbigliamento tipicamente umile, contadino.
Quella indicata da Marina Abramovic è oltretutto una sessualità pre-patinata, fatta di corpi imperfetti, seni cadenti, gambe appesantite. Una sessualità spogliata di ogni estetizzazione consumistica, e restituita al prato verde che la circonda così com’è e come è stata concepita.
 
la abramovic alla biennale di veneziaFin troppo facile tentare di ricondurre ogni espressione artistica proveniente dai Balcani alla carneficina dei conflitti degli anni Novanta. Tra le precedenti installazioni della Abramovic in mostra all’Hangar Bicocca – cinque in tutto - spicca Balkan Baroque (Leone d’oro alla Biennale di Venezia nel ’97), dove il riferimento alla guerra è forse più esplicito. Ma anche in questa prima stanza di “Balkan epic” viene da leggere un disperato bisogno di tornare alla purezza delle origini, di premere “rewind” sul registratore cancellando tutto l’orrore delle guerre e cercando risposte nella natura, in ciò che caratterizza l’essenza dell’uomo. La violenza non tocca la prima sequenza di installazioni, per poi irrompere con forza nella seconda, dove la visione è scandita dal secco martellare di un teschio, che la stessa artista utilizza per picchiarsi il petto. Ritmicamente, ossessivamente, il volto coperto dai capelli e privato di ogni identità, la gola che emette suoni gutturali che assomigliano sempre di più ad un orgasmo di morte, generato da un teschio che batte fra i seni nudi di questo essere irriconoscibile. Una schiera di quindici uomini, in abito tradizionale, fissano lo spettatore assolutamente inespressivi, i membri eretti come fucili puntati allo spettatore. Se il verde e l’azzurro dominano i primi quadri, questa seconda stanza è dominata dai toni cupi del rosso e nero. Se l’erba e il cielo sono gli unici elementi che fanno da cornice alle azioni dell’uomo nelle prime scene, ora sono elaborati ricami di foggia balcanica. I personaggi sono ora vestiti, e la sessualità irrompe in forme perverse. La cultura ha dominato la natura, violentandola. E l’effetto finale è inquietante, perverso, prevaricante. Sullo sfondo, il canto malinconico di Olivera Katarina, vestita come la morte in abito nero lunghissimo, il volto pallido: “La guerra è la nostra eterna voce/evviva la nostra ortodossia slava”. Una chiave di interpretazione che riporta all’attualità l’intero percorso visivo. Laddove il legame con la terra è visto come necessità di combattere per difenderla, ecco che la natura impotente è costretta a ritirarsi, ritagliandosi esigui e preversi spazi di uscita, come l’erezione fuori dai pantaloni degli ometti in fila. 
Categoria: Donne, Guerra
Luogo: Serbia