23/01/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



Assad libera 5 oppositori, ma il tempo stringe e la pressione sul regime aumenta
I loro nomi potranno non dire molto a coloro che non conoscono a fondo la vita politica siriana, ma si tratta di cinque tra i principali esponenti di quell’opposizione a Bashar Assad, che c’è ma non si vede. Walid Bunni, Fawaz Tello, Habib Eissa, Mamoun Homsi e Riad Seif, mercoledì 18 gennaio scorso, sono tornati in libertà.
 
il presidente siriano bashar assadLa primavera di Damasco. Seif e Homsi sono due parlamentari indipendenti e il loro arresto nel 2002 aveva suscitato la protesta di Amnesty International e dell’Unione Interparlamentare Internazionale, organo che tutela la libertà dei rappresentanti politici nel mondo. All’arresto era seguito un processo farsa, almeno secondo gli attivisti che si battono per il rispetto dei diritti umani, e una condanna a 10 anni di carcere. Poi la buona notizia. “Tutti noi sappiamo che le circostanze attuali, a livello nazionale e internazionale, necessitano di una profonda revisione di tutte le politiche del passato per affrontare il futuro in modo adeguato”, ha dichiarato dopo il rilascio Seif ai microfoni di al-Jazeera. “Ogni cittadino siriano deve arrivare a sentirsi parte della vita politica del Paese e questo significa partecipare alla costruzione del futuro, assumendosi oneri e onori”. Come hanno fatto lui e i suoi compagni nel 2001, durante quella serie di manifestazioni passate alla storia della Siria, almeno secondo i giornalisti occidentali, con l’appellativo di ‘primavera di Damasco’. Era un anno particolare, un anno che poteva diventare quello della svolta. Il Presidente Assad aveva preso il potere alla morte del padre Hafez El Assad, il 13 giugno 2000. Finivano così trent'anni di potere assoluto, di dittatura sanguinaria e repressiva. Molte erano le speranze che la società civile siriana e internazionale riponevano nel giovane Bashar e lui s’impegnò per non tradire queste attese, almeno sulla carta. Alla fine non andò così: Seif e tanti altri come lui s’impegnarono chiedendo la riforma dello Stato, ma vennero accusati di voler sovvertire le istituzioni  e messi in carcere. Il messaggio era piuttosto chiaro: vi siete illusi, a Damasco non cambia nulla.
 
il corteo dei funerali di haririStrategia della tensione. Ma se a Damasco non cambia nulla, le cose sono cambiate nel mondo, in particolare dopo l’11 settembre 2001. Le guerre in Afghanistan e in Iraq hanno lanciato un segnale chiaro a tutto il mondo: non esiste più la diplomazia internazionale, le Nazioni Unite possono essere umiliate, le opinioni pubbliche ignorate. In particolare la Siria e l’Iran sono state sotto pressione con la minaccia, più o meno velata, di subire la stessa sorte. Il Congresso Usa ha votato a ottobre del 2003 il Syria Accountability Act, un vero e proprio atto d’accusa al regime di Assad che prevede una serie di sanzioni, per il momento, solo economiche. La situazione di Damasco si è complicata il 14 febbraio 2005, quando una bomba ha fatto saltare in aria il corteo di auto sul quale viaggiava l’ex premier libanese Rafik Hariri uccidendo l’uomo politico e altre 19 persone.  A quel punto la pressione su Assad è divenuta soffocante: da una parte la popolazione libanese in piazza e dall’altra la comunità internazionale indignata per quello che tutti, dal primo minuto, hanno visto come l’ennesima ingerenza nella politica interna del Libano, da sempre considerato a Damasco come una naturale propaggine della Siria. Alla fine Damasco aveva ceduto e ad aprile dello scorso anno, dopo più di 30 anni, le truppe siriane avevano abbandonato il Libano. Le Nazioni Unite hanno prima votato la risoluzione 1559 del Consiglio di Sicurezza, che imponeva al Libano di riacquisire in modo netto la propria sovranità territoriale (con un evidente riferimento alle ingerenze siriane) e dopo hanno nominato una Commissione d’inchiesta per far luce sull’omicidio Hariri. Dalla prima parte dei lavori della Commissione è emerso un legame stretto tra Assad e l’attentato e Abdel halim Khaddam, ex braccio destro di Assad, è il primo ad accusare il Presidente siriano e ad auspicare una rivolta del popolo. Inoltre le truppe Usa, nella provincia irachena di al-Anbar, sono praticamente appostate al confine con la Siria e, molte volte, anche al di là, con scontri a fuoco all’ordine del giorno tra i marines e i militari siriani. Assad insomma è con le spalle al muro: le pressioni Usa e delle Nazioni Unite fanno sentire sempre più sola Damasco, che ha perso anche il controllo del Libano, e all’interno si rafforza il fronte dell’opposizione dove i pericoli principali per il Presidente Assad sono rappresentati dai Fratelli Musulmani e dalla minoranza curda. La liberazione dei cinque oppositori quindi sembra una sorta di colpo di coda del regime che cerca di rifarsi un’immagine, ma la sensazione è che lentamente si assista ‘all’autunno’ del regime di Assad.

Christian Elia

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