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La primavera di Damasco. Seif e Homsi sono due parlamentari indipendenti e il loro arresto
nel 2002 aveva suscitato la protesta di Amnesty International e dell’Unione Interparlamentare Internazionale, organo che tutela la libertà
dei rappresentanti politici nel mondo. All’arresto era seguito un processo farsa,
almeno secondo gli attivisti che si battono per il rispetto dei diritti umani,
e una condanna a 10 anni di carcere. Poi la buona notizia. “Tutti noi sappiamo
che le circostanze attuali, a livello nazionale e internazionale, necessitano
di una profonda revisione di tutte le politiche del passato per affrontare il
futuro in modo adeguato”, ha dichiarato dopo il rilascio Seif ai microfoni di
al-Jazeera. “Ogni cittadino siriano deve arrivare a sentirsi parte della vita politica
del Paese e questo significa partecipare alla costruzione del futuro, assumendosi
oneri e onori”. Come hanno fatto lui e i suoi compagni nel 2001, durante quella
serie di manifestazioni passate alla storia della Siria, almeno secondo i giornalisti
occidentali, con l’appellativo di ‘primavera di Damasco’. Era un anno particolare,
un anno che poteva diventare quello della svolta. Il Presidente Assad aveva preso
il potere alla morte del padre Hafez El Assad, il 13 giugno 2000. Finivano così
trent'anni di potere assoluto, di dittatura sanguinaria e repressiva. Molte erano
le speranze che la società civile siriana e internazionale riponevano nel giovane
Bashar e lui s’impegnò per non tradire queste attese, almeno sulla carta. Alla
fine non andò così: Seif e tanti altri come lui s’impegnarono chiedendo la riforma
dello Stato, ma vennero accusati di voler sovvertire le istituzioni e messi in
carcere. Il messaggio era piuttosto chiaro: vi siete illusi, a Damasco non cambia
nulla.
Strategia della tensione. Ma se a Damasco non cambia nulla, le cose sono cambiate nel mondo, in particolare dopo l’11 settembre
2001. Le guerre in Afghanistan e in Iraq hanno lanciato un segnale chiaro a tutto
il mondo: non esiste più la diplomazia internazionale, le Nazioni Unite possono
essere umiliate, le opinioni pubbliche ignorate. In particolare la Siria e l’Iran
sono state sotto pressione con la minaccia, più o meno velata, di subire la stessa
sorte. Il Congresso Usa ha votato a ottobre del 2003 il Syria Accountability Act, un vero e proprio atto d’accusa al regime di Assad che prevede una serie di
sanzioni, per il momento, solo economiche. La situazione di Damasco si è complicata
il 14 febbraio 2005, quando una bomba ha fatto saltare in aria il corteo di auto
sul quale viaggiava l’ex premier libanese Rafik Hariri uccidendo l’uomo politico
e altre 19 persone. A quel punto la pressione su Assad è divenuta soffocante:
da una parte la popolazione libanese in piazza e dall’altra la comunità internazionale
indignata per quello che tutti, dal primo minuto, hanno visto come l’ennesima
ingerenza nella politica interna del Libano, da sempre considerato a Damasco come
una naturale propaggine della Siria. Alla fine Damasco aveva ceduto e ad aprile
dello scorso anno, dopo più di 30 anni, le truppe siriane avevano abbandonato
il Libano. Le Nazioni Unite hanno prima votato la risoluzione 1559 del Consiglio
di Sicurezza, che imponeva al Libano di riacquisire in modo netto la propria sovranità
territoriale (con un evidente riferimento alle ingerenze siriane) e dopo hanno
nominato una Commissione d’inchiesta per far luce sull’omicidio Hariri. Dalla
prima parte dei lavori della Commissione è emerso un legame stretto tra Assad
e l’attentato e Abdel halim Khaddam, ex braccio destro di Assad, è il primo ad
accusare il Presidente siriano e ad auspicare una rivolta del popolo. Inoltre
le truppe Usa, nella provincia irachena di al-Anbar, sono praticamente appostate
al confine con la Siria e, molte volte, anche al di là, con scontri a fuoco all’ordine
del giorno tra i marines e i militari siriani. Assad insomma è con le spalle al
muro: le pressioni Usa e delle Nazioni Unite fanno sentire sempre più sola Damasco,
che ha perso anche il controllo del Libano, e all’interno si rafforza il fronte
dell’opposizione dove i pericoli principali per il Presidente Assad sono rappresentati
dai Fratelli Musulmani e dalla minoranza curda. La liberazione dei cinque oppositori
quindi sembra una sorta di colpo di coda del regime che cerca di rifarsi un’immagine,
ma la sensazione è che lentamente si assista ‘all’autunno’ del regime di Assad.
Christian Elia