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Il grande momento è finalmente arrivato: oggi alle 18, allo stadio Harras El-Hedoud
di Alessandria d’Egitto, la nazionale Syli (“elefante” in lingua Soussou) esordirà in Coppa d’Africa contro il Sudafrica.
Un evento eccezionale per la Guinea, che farà dimenticare per qualche settimana
i problemi in cui si dibatte uno dei Paesi africani più disastrati. Dove la successione
al presidente Lansana Conte rischia di far scoppiare la prossima guerra civile.
Sogni nel cassetto. La nazionale guineana è arrivata alla fase finale della Coppa d’Africa in sordina,
giungendo terza nel girone di qualificazione dietro ai mostri sacri Marocco e
Tunisia. Le stelle della squadra non si chiamano Eto’o, Drogba o Essien, e proprio
per questo le speranze passano attraverso il gioco di squadra e l’aggressività
di un gruppo arricchito da giocatori di medio livello: come Pascal Feindouno,
capitano della squadra e discreto centrocampista del Saint-Etienne, Dianbobo Balde,
difensore in forza al Celtic Glasgow e Sambegou Bangoura, attaccante che milita
in Belgio, nello Standard Liegi. La Guinea, alla sua nona partecipazione alla
fase finale della Coppa, ha qualche possibilità di passare il turno: dietro alla
Tunisia, probabile mattatrice del girone, dovrà contendersi il secondo posto utile
per i quarti di finale con lo Zambia e i decaduti (ma pur sempre temibili) Bafana Bafana del Sudafrica. Il sogno nel cassetto è quello di ripetere l’exploit del 1976 in Etiopia, quando la nazionale guineana si laureò vice campione alle
spalle del Marocco. Da allora, i Syli non sono mai riusciti a superare il girone iniziale.
Economia disastrata. Per dare la benedizione alla squadra prima della partenza per l’Egitto si è scomodato
addirittura Conte, che il 17 gennaio ha ricevuto i giocatori nel palazzo presidenziale
Sèkoutouréya consegnando loro la bandiera nazionale. Il regime del presidente spera fortemente
in un risultato positivo, anche per far dimenticare alla popolazione i gravi problemi
interni del Paese: diventata indipendente nel 1958, la Guinea paga ancora oggi
le conseguenze del regime comunista di Sekou Touré, durato fino al 1984, che con
la collettivizzazione forzata dell’economia (conseguenza dell’amicizia stretta
con l’Urss) ha ridotto il paese in ginocchio. L’era Conte, cominciata pochi mesi
dopo la morte di Touré, ha se non altro eliminato parte delle storture del periodo
precedente e introdotto (con molta lentezza) il multipartitismo, oltre a garantire
alcune libertà basilari prima inesistenti. L’economia del Paese non ha però conosciuto
miglioramenti sostanziali: almeno il 40 percento della popolazione vive sotto
la soglia di povertà, il reddito pro capite è di appena 430 dollari l’anno e l’accesso
a acqua e luce non è garantito neanche nella capitale Conakry. La situazione economica
è talmente disperata che la Guinea è riuscita nella difficile impresa di perdere
un terzo del prodotto interno lordo in appena sei anni, mentre negli ultimi cinque
l’inflazione ha superato il 100 percento.
Un regime allo sbando. Le imprese della nazionale dovranno riuscire a far dimenticare anche le lotte
di potere che si consumano alle spalle di Conte, i cui problemi di salute lo costringono
da anni a lunghi periodi di riposo. Le redini del potere sono tenute dal premier
Celou Diallo ma i vertici militari, saliti al potere assieme a Conte, si stanno
già organizzando per la successione. Non è un caso che poco meno di un anno fa
il presidente sia sfuggito a un golpe i cui mandanti non sono mai stati scoperti,
e che a novembre abbia epurato i vertici delle Forze Armate congedando un gran
numero di ufficiali. E il fatto che l’entourage di Conte sia composto solo da membri della comunità Soussou e che i Peul e i
Malinké siano esautorati dal potere ha creato le condizioni per una possibile
guerra civile, favorita dalla presenza di mercenari attivi lungo la frontiera
colabrodo con Liberia e Costa d’Avorio. La popolazione è esasperata, e lo scorso
novembre uno sciopero generale ha paralizzato per giorni il Paese. Basterà la
Coppa d’Africa a coprire le nudità di un regime ormai allo sbando? Matteo Fagotto