
Le ultime tensioni nel nord e nell’est dello Sri Lanka hanno complicato e rallentato
il lavoro delle organizzazioni che si occupano della ricostruzione nel dopo-tsunami.
Si aspetta non senza preoccupazione che le parti in conflitto - governo e Tigri
per la liberazione della patria tamil (Ltte, Liberation Tigers of Tamil Eelam)
- e mediatori di pace ricomincino a dialogare per impedire il ritorno alla guerra
civile. Tra queste persone in attesa, abbiamo contattato a Negombo, cittadina
sulla costa ovest a nord di Colombo, Giovanna Fortuni del
Volontariato internazionale per lo sviluppo (Vis): “A est, nella città di Trincomalee colpita dalle violenze, abbiamo alcuni
espatriati, ma al momento si trovano tutti qui nel nostro ufficio centrale a causa
dell’escalation di violenze”. A Trincomalee dopo diverse uccisioni all’inizio
di gennaio di uomini della marina cingalese e di cinque giovani tamil, solo giovedì
per un attacco di presunti ribelli sono morti due civili e rimasti feriti 12 marinai.

“Aspettiamo – continua Fortuni – l’evolversi degli eventi. La prossima settimana
l’inviato di pace norvegese, Eric Solheim, il governo e i ribelli si incontreranno:
speriamo che si torni alla calma e che i nostri operatori possano rientrare a
Trincomalee in condizioni di sicurezza”. Da giugno a oggi, inoltre, sono stati
proclamati sia dai cingalesi sia dai tamil diversi
hartal, scioperi generali che paralizzano ogni attività e durante i quali non è possibile
circolare. La responsabile del Vis spiega: “Non è la prima volta che subiamo un
hartal (l’ultimo è finito domenica 15 gennaio), ma questa in cui ci troviamo è sicuramente
la situazione peggiore dall’inizio dell’anno”.
Susanna Rebershak che di solito lavora a Trincomalee, sempre per il Vis, aggiunge:
“L’hartal è quasi un coprifuoco, nessuna Ong durante lo sciopero può lavorare come dovrebbe.
Bisogna restare chiusi negli uffici. Noi abbiamo dovuto interrompere temporaneamente
la costruzione di un nuovo padiglione dell’ospedale di Nilaveli, a mezz’ora di
auto da Trincomalee. E anche se adesso l’hartal è finito, ci sono state bombe e sparizioni in città”.

Il nord e l’est dello Sri Lanka sono a maggioranza tamil, in un Paese per il
75 per cento abitato da cingalesi, e teatro dai primi anni Ottanta di una guerra
che ha causato oltre 60mila morti. Il cessate il fuoco proclamato nel febbraio
2002 ha ridotto gli scontri, ma non è mai stato rispettato del tutto. Anche i
colloqui di pace, mediati dalla Norvegia, sono in stallo dall’aprile 2003. L’ultima
ondata di violenze è partita dopo l’elezione del nuovo presidente Mahinda Rajapakse
che dice di voler rispettare il cessate il fuoco, ma che continua ad accusare
i ribelli del peggioramento della situazione.
Dal dicembre scorso sono morte almeno 140 persone: un’ottantina fra soldati e
marinai a causa di attacchi di presunti guerriglieri e una quarantina fra tamil.
Anche lo Stato potrebbe avere una responsabilità nelle ultime violenze, dato che
i sostenitori delle Tigri ritengono che le vittime tamil siano state uccise dalle
forze di sicurezza. Intanto gli osservatori della missione di pace che monitora
il cessate il fuoco nel Paese sono tornati al lavoro, dopo essere stati attaccati
a Batticaloa, sempre sulla costa orientale. E si spera trovino presto una mediazione
con le parti in lotta.