Processi farsa, condanne lunghissime: l’isola di Fidel è il carcere per cronisti più grande del mondo
In un recentissimo rapporto dell’organizzazione Reporter senza Frontiere

(www.rsf.org) si mette chiaramente il luce come il continente latino americano
sia soggetto ad una gestione totalitaria della stampa.
Secondo il rapporto nei ventuno stati membri della Comunità Iberoamericana sono
stati uccisi undici giornalisti, ventiquattro sono stati aggrediti e oltre trecento
sono stati oggetto di minaccia.
La situazione dei giornalisti è drammatica soprattutto nell’isola di Fidel Castro,
dove la totalità delle pubblicazioni è sotto il controllo del leader maximo.
Cuba occupa la penultima posizione della classifica mondiale davanti alla Corea
del Nord.
Reporter sans frontiere chiede ai presidenti degli stati della Comunità Iberoamericana
di tentare una mediazione con Fidel Castro affinché vengano liberati i ventisei
giornalisti che attualmente sono incarcerati all’Havana.
Allo stesso tempo chiedono anche che un altro presidente, il colombiano Alvaro
Uribe, intervenga con decisione per combattere i continui omicidi che vedono come
vittime i giornalisti. Secondo Rsf la lotta contro l’impunità degli assassini
dei redattori deve essere una delle priorità del governo. In Colombia l’eliminazione
dei reporter è una pratica che dura da molti anni e nessun presidente è riuscito
nell’intento di fermare questa barbarie.
A Cuba comunque la situazione è peggiore che in altri paesi dell’area. I ventisei
giornalisti incarcerati nella primavera del 2003 (due di loro hanno lasciato il
carcere a fine giugno del 2004) sono accusati di “atti contro l’indipendenza dello
stato e di atti sovversivi” e condannati a pene detentive che variano da quattordici
a ventisette anni di reclusione. Macchine da scrivere e ritagli di giornale sono
state sequestrate nelle abitazioni e portate davanti al giudice come prove della
loro colpevolezza. Il fatto ha suscitato reazioni di stupore a livello internazionale.

E intanto il monopolio castrista dell’informazione cubana si rafforza sempre
più.
A Cuba una persona può tranquillamente comprare e leggere un paio di quotidiani
al giorno. Però di un solo partito e di un solo padrone: su questi non esistono
critiche né al governo né al suo leader. L’informazione a Cuba ha un bavaglio.
La “guerra” scatenata da Fidel Castro contro la libertà di informazione fà diventare
Cuba il più grande carcere per giornalisti del mondo.
Le cose non vanno tanto meglio per i colleghi colombiani. Se a Cuba i giornalisti
devono vedersela con il sistema politico, a Bogotà invece esiste una vera e propria
pluralità di informazione. Moltissimi sono i quotidiani e i settimanali, degli
argomenti più disparati. Ma in Colombia i giornalisti pagano con la vita il risultato
del proprio lavoro.
Pubblicare articoli sulla corruzione politica, sulle azioni dei gruppi paramilitari
armati, sulla guerriglia fa del mestiere di giornalista in Colombia il più difficile
e pericoloso che in qualunque altra parte del mondo.
Ad esempio possiamo ricordare la morte del giornalista Oscar Polanco (avvenuta

nel febbraio del 2004), che stava denunciando con i suoi articoli, i presunti
rapporti fra un narcotrafficante e un uomo politico. E’ stato barbaramente ammazzato
come moltri altri colleghi Ma come lui potremmo citarne molti. In questo paese
accade spesso che i cosi detti poteri forti si alleino fra loro per far tornare
il silenzio su alcune questioni.
Comunque molto fragile è la questione in tutta l’America Latina.
Bolivia, Perù, Ecuador, Nicaragua, Haiti, República Dominicana sono paesi che
vedono la loro libertà di stampa andare a rilento. Omicidi e minacce sono all’ordine
del giorno e nelle redazioni dei quotidiani nazionali si vive con l’angoscia.
Più difficile ancora è la situazione delle piccole testate locali che devono vedersela
direttamente con il crimine organizzato o con i politici corrotti della zona.
In Venezuela, per esempio, sono continui gli attentati, le minacce e le aggressioni
nei confronti dei giornalisti e dei collaboratori di giornali critici con l’amministrazione
di Hugo Chavez.
In Argentina, dove fortunatamente non si sono verificati omicidi, i giornalisti
sono però oggetto di procedimenti penali e di pressioni politiche, minacce e pestaggi