Sono molti i rapporti di ONG sul Darfur. Ma non per tutti ci sono prove di genocidio

Dopo che, nella prima metà di settembre, è stata pronunciata la parola genocidio
da Colin Powell nei confronti della drammatica situazione del Darfur, le reazioni
sono state diverse e numerose. Anche le organizzazioni umanitarie hanno manifestato
pareri differenti le une dalle altre, rimanendo tuttavia sempre concordi nella
denuncia della sofferenza, della violenza e del dramma dei profughi e degli sfollati,
venuta alla luce solo da pochi mesi ma che dura da anni. “Disperazione delle persone
che hanno perso ogni cosa, negazione delle proprie responsabilità da parte del
governo, delusione per la lentezza con cui si sta affrontando la crisi“, queste
le prime parole del rapporto di
Amnesty International, a conclusione della missione in Darfur dal 14 al 21 settembre, dove il termine
genocidio non compare, se non come condizione su cui indagare.
“La parola genocidio in un certo senso dà i connotati legali della questione
e quindi sotto un certo punto di vista può quindi essere rafforzativa di una situazione.
Ma al di là del termine legale, siamo di fronte a un’urgenza immediata e la nostra
posizione è quella di condannare da subito quelli che sono crimini di guerra e
contro l’umanità. Non incagliamoci nella definizione legale di quello che sta
succedendo. In questo momento, Amnesty International non vede in termini legali
la configurazione del genocidio vero e proprio. Questo però non significa praticamente
niente, perché vediamo una serie di violazioni dei diritti umani talmente grandi
e talmente gravi che vorremmo andare al di là di questa definizione. Vorremmo
evitare che la parola genocidio venga in qualche modo strumentalizzata, proprio
nel momento in cui è in atto una sorta di gioco di forza tra le Nazioni Unite
rispetto alla popolazione civile del Darfur” afferma Paolo Pignocchi, responsabile
italiano di Amnesty International per la crisi in Sudan. “Amnesty non vuole che
si arrivi a usare il termine di diritti umani per qualsiasi tipo di intervento
o scopo. Abbiamo un’esperienza alle spalle: quella dell’Iraq. Vorremmo che le
Nazioni Unite fossero davvero il portavoce della comunità internazionale in difesa
della popolazione civile in tutto e per tutto”.

Sul possibile utilizzo politico del termine genocidio è d’accordo anche Rachid
Said Yacoub, caporedattore presso l’Institute du Monde Arabe di Parigi, che offre
una sua interpretazione: “La scelta degli Stati Uniti di definire ‘genocidio’
quello che sta accadendo nel Darfur è nata da una strategia politica interna agli
stessi Usa. Inizialmente, Washington ha tardato a esprimersi sulla vicenda anche
per non compromettere il dialogo tra il governo sudanese e i ribelli dell’Spla/m
(il gruppo ribelle del Sud contro il quale Khartoum ha condotto una guerra ventennale
conclusasi nel maggio di quest’anno, ndr) e con la Lega araba, che ha sempre appoggiato
il presidente al-Bashir. Poi, Bush e Powell sono stati messi alle corde dai democratici
e da Kerry, che li esortavano a esternare le proprie posizioni sul dramma del
Darfur, in piena campagna elettorale. Di qui la scelta – strategica ma forzata
– di usare la parola ‘genocidio’”. Anche il possibile ruolo svolto dal petrolio
nel Sudan occidentale, come spinta agli Stati Uniti per giustificare, con questo
termine, un futuro intervento militare non convince Yacoub: “La presenza di petrolio
nel Darfur non è mai stata confermata. Ci sono solo voci, ma nessuna prova effettiva.
Anzi. Non credo che agli Usa convenga un intervento militare. E ora che Powell
ha pubblicamente annunciato che in Darfur sta avendo luogo un genocidio, gli Usa
non potranno esimersi dall’intervenire. Nel caso in cui la loro tesi risultasse
legittima, sarebbero i primi ai quali verrà addossata la pesante responsabilità
di non essere intervenuti in tempo. Un po’ come successe alla Francia prima e
durante il genocidio ruandese”.
La complessità della situazione di fronte alla vacuità dei termini che si vogliono
utilizzare appare chiara anche nelle parole di chi opera sul territorio, come
ci spiega un’operatrice umanitaria, che presta la sua assistenza in Darfur: ”Sulla
questione genocidio, sono veramente perplessa. Nella mia esperienza ho visto tante
persone di varie etnie convivere tranquillamente in Sudan, e ho visto sudanesi
di etnia sia araba sia africana che hanno avuto il villaggio bruciato, nessuno
è escluso quindi. Di fatto, la situazione sanitaria è grave: in ospedale, ad Al
Fashir, nonostante il governo abbia stabilito che le cure per gli sfollati debbano
essere gratuite, questi continuano a pagare, non ci sono dubbi. Al momento il
Paese si trova in una diffusa condizione di indigenza: la vedi, è palpabile. E
per contro non c’è organizzazione, non c’è gestione: ad Al Fashir ognuno fa quello
che gli pare... Ovviamente chi ne paga le conseguenze sono i poveracci: personalmente,
dico, tutti, arabi e africani, da questo punto di vista senza distinzione di sorta.
Peraltro, parlado con tante persone che conoscono la zona e il passato, tutti
raccontano che i conflitti tra tribù arabe e non arabe ci sono sempre stati. Il
periodo di lotte era durante le stagioni secche, quando cominciavano a non esserci
più le risorse suffcienti sia per gli arabi pastori sia per gli africani agricoltori:
cominciavano i conflitti e poi solitamente finiva con una compensazione, ma normalmente
nei villaggi la gente moriva. L’anno scorso invece la situazione si è aggravata,
si è aggiunta questa valenza politica. E’ comunque difficile fare una distinzione
netta fra agricoltori e allevatori, ma anche tra etnie arabe ed etnie africane,
per esempio ci sono famiglie con il padre di una tribù e la madre di un’altra”.
Al momento, per diversi osservatori non vi sono dunque le prove necessarie per
chiamare genocidio quanto è successo o sta succedendo in Darfur; ma soprattutto
non cambierebbe niente rispetto agli interventi da compiere con urgenza. Si penserà
poi, con calma, se oltre alle violazioni contro i diritti umani da fermare al
più presto, si configura anche la responsabilità legale di un genocidio. Sottolinea
ancora Pignocchi: “Siamo capaci di dire che è un genocidio, ma non siamo capaci
di dire che le donne subiscono stupri come armi di guerra. Non siamo capaci di
dire che ci sono sfollati, rifugiati che vengono costretti nell’insicurezza. Siamo
incapaci di dire che gli osservatori dell’ONU sono a loro volta incapaci di osservare;
siamo incapaci di dire che chi osserva e parla con gli osservatori, probabilmente
domani finirà in carcere, subirà torture e così via. Noi siamo incapaci di dire
tutto questo, però siamo capaci, o vorremmo essere capaci, di dire che questo
è un genocidio nel momento in cui non siamo in grado di determinarlo: di avere
prove che un gruppo etnico, magari in questo momento al governo e con armi, il
comando dell’esercito eccetera, stia scientificamente, e avendolo programmato
a tavolino, distruggendo un altro gruppo etnico (o religioso)”.
Amnesty International non si ferma alle denunce, sostiene con forza i passi da
fare subito, che pur sembrando banali sono tutt’altro che scontati: “L’estensione
dell’embargo per l’ingresso di armi anche al governo e non solo ai gruppi armati,
una commissione di inchiesta su tutti i fatti accaduti, l’aumento di osservatori
e l’ampliamento del loro mandato, la liberazione di tutti i prigionieri di coscienza.
Ci sono cose talmente elementari dal punto di vista dei diritti umani che non
chiederle in modo pressante farebbe pensare a una ‘non volontà’ politica” conclude
Pignocchi.
Valeria Confalonieri
Pablo Trincia