23/01/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



L'Oms ribadisce l'importanza della terapia combinata contro la malaria
Acqua stagnante in Etiopia, dove proliferano le zanzare portatrici di malaria. Copyright - Who/ P. VirotInterrompere subito la vendita di artemisinina isolata, prima che sia troppo tardi. Questo il messaggio forte lanciato dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), a fronte di un utilizzo improprio del farmaco in cui si ripongono le speranze per la cura della malaria. La posta in gioco è alta: se non verrà seguita al più presto questa indicazione e continuerà a essere prescritta ai malati in monoterapia, cioè non associata ad altri composti, in breve tempo diventerà anch’essa inefficace. “E’ fondamentale che l’artemisinina sia utilizzata in modo corretto” avverte il Direttore generale dell’Oms, LEE Jong-wook. “Noi chiediamo alle industrie farmaceutiche di interrompere immediatamente la vendita di pastiglie di sola artemisinina e mettere in commercio esclusivamente terapie combinate”.

Bambini in Sierra Leone. Foto di Emergency Se il parassita è indebolito. Il trattamento della malaria con la terapia combinata che include derivati dell’artemisinina è consigliata ormai da qualche anno dall’Oms, nei Paesi in cui l’infezione è resistente ai vecchi antimalarici. In questa terapia l’artemisinina viene utilizzata in associazione a un altro composto. Se invece si continuerà a utilizzarla da sola, come sembra stia succedendo, il plasmodio della malaria ci metterà poco a diventare resistente anche a questo farmaco e continuare indisturbato a infettare adulti e bambini. La monoterapia infatti non uccide il parassita, lo indebolisce soltanto, dandogli modo, nel tempo, di sviluppare difese contro l’artemisinina e non esserne più ucciso. Invece, se si utilizza l’artemisinina in combinazione con altre sostanze, non solo le percentuali di successo sono molto alte (circa il 95 percento dei casi), ma è più difficile che si sviluppi farmaco-resistenza.

Paesaggio con raccolte d'acqua in Mali. Foto di Lucio Cavicchioni La piaga delle resistenze. D’altra parte, nella storia di diversi predecessori dell’artemisinina, è un punto comune di arrivo la comparsa di resistenza e quindi di inefficacia della cura. Quando nel 1977, in Thailandia, si è iniziato a usare l’antimalarico sulfadossina-pirimetamina, si ottenevano successi quasi nella totalità dei malati, ma sono bastati cinque anni perché la percentuale crollasse al solo 10 percento. Con un'altra sostanza, l'atovaquone, al plasmodio è bastato un solo anno per non essere più scalfito dalla terapia. Destino analogo, anche se meno rapido, per la clorochina, verso la quale si registrano resistenze in tutto il mondo. In Africa, fra il 1999 e il 2004, questo farmaco è stato dato al 95 percento dei bambini affetti da malaria, nonostante ormai sia efficace solo in un paziente su due. Sono quindi ben comprensibili le speranze riposte nei derivati dell’artemisinina e l’importanza di non sprecare questa opportunità terapeutica. “Finora non sono stati documentati casi di resistenza, ma stiamo tenendo attentamente sotto controllo la situazione. Siamo preoccupati da una ridotta sensibilità al farmaco nel Sud Est dell’Asia, zona dove tradizionalmente nascono le resistenze agli antimalarici” spiega Arara Kochi, direttore del dipartimento dell’Oms che si occupa di malaria. Le stesse zone dove, non più tardi di due mesi fa, è stata segnalata la produzione di antimalarici contraffatti, contenenti dosi troppo basse di artemisinina, che facilitano l’insorgenza di resistenze. “La nostra preoccupazione maggiore al momento è trattare i pazienti con i farmaci più sicuri e più efficaci ed evitare la comparsa di resistenza al farmaco. Se perdiamo la terapia combinata con artemisinina, non avremo una cura per la malaria e ci vorranno probabilmente almeno dieci anni prima che ne venga scoperta una nuova” conclude Arata Kochi.


 

Valeria Confalonieri

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