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Rapimenti, scontri a fuoco, morti e impianti petroliferi chiusi: lo scenario
sembra quello di due anni fa, quando le violenze nel delta del Niger causarono
centinaia di morti e migliaia di sfollati, presi in mezzo tra gli attacchi dei
miliziani armati e le rappresaglie delle forze di polizia. Uno scenario che si
sta ripetendo da quando, nelle ultime settimane, i gruppi armati operanti nel
delta del Niger sono tornati a colpire. Risultato: quattro dipendenti della Royal Dutch Shell rapiti, sette morti tra civili e forze dell’ordine, impianti petroliferi chiusi
e produzione ridotta del 10 percento. E ora i giganti del petrolio cominciano
a avere paura.
Guerra al petrolio. Le ultime due settimane hanno visto la nascita di due gruppi armati, che hanno
sùbito stretto un’alleanza contro il nemico comune: lo stato nigeriano e le compagnie
petrolifere operanti nella regione, colpevoli secondo i guerriglieri di inquinare
la zona senza che la popolazione riceva alcun beneficio dal commercio dell’oro
nero. Il Mend (Movement for the Emancipation of the Niger Delta) e la Martyrs Brigade sarebbero i responsabili dei recenti attacchi agli impianti petroliferi. PeaceReporter ha ricevuto un comunicato stampa durissimo firmato dai ribelli, in cui si legge
che “il tempo delle trattative è finito. Li distruggeremo, e il loro sangue scorrerà
lungo i nostri fiumi”, riferendosi alle autorità nigeriane e alle compagnie petrolifere,
definite “collaborazioniste imperialiste dello stato nigeriano”. Nello stesso
comunicato si legge che i due gruppi possono contare su più di 4.200 uomini. Il
loro primo obiettivo è quello di far liberare Alhaji Mujahid Dokubo-Asari, il
leader separatista della comunità Ijaw arrestato a fine 2005 e accusato di alto
tradimento. I quattro dipendenti della Shell dovrebbero essere la moneta di scambio.
Trattative febbrili. Le forze di sicurezza nigeriane stanno setacciando la regione in cerca del covo
dei rapitori, finora senza risultati. Il rapimento e i continui attacchi agli
oleodotti hanno costretto la Shell a chiudere quattro stazioni e a evacuare 330 lavoratori, con una perdita di
circa 200 mila barili di greggio al giorno pari al 10 percento della produzione.
I ribelli hanno annunciato di aver attaccato anche gli impianti appartenenti alla
francese Total e all’italiana Agip. PeaceReporter ha contattato l'ufficio stampa della Total, che ha smentito la notizia. Stanotte l’ennesimo attentato delle Martyrs Brigade, contro un oleodotto vicino a Benin City. L’esercito intanto è stato mobilitato
per evitare ulteriori cali nella produzione: la Nigeria è il settimo produttore
mondiale di greggio, con 2,6 milioni di barili estratti ogni giorno, e i ricavi
petroliferi costituiscono il 90 percento delle entrate statali. Gli scontri del
2003 costrinsero le compagnie a ridurre del 40 percento la produzione: uno scenario
che, se dovesse ripetersi, metterebbe in ginocchio l’economia del Paese.
Diritti negati. Finora il petrolio ha portato solo problemi alla popolazione nigeriana. Le violenze
delle gang armate dedite al contrabbando dell’oro nero e della polizia, che non
va molto per il sottile durante le rappresaglie, hanno creato una situazione intollerabile. I proventi petroliferi finiscono nelle casse dello stato, e da qui nelle tasche
delle cricche politico-militari che controllano la zona, senza che la popolazione
veda un soldo: prova ne è il fatto che i 20 milioni di abitanti della zona hanno
un reddito pro capite di appena 100 dollari l’anno. La battaglia contro la corruzione
lanciata l’anno scorso dal presidente Olusegun Obasanjo ha portato qualche frutto,
ma la situazione resta grave: il livello di disoccupazione non è sceso e la qualità
dei servizi è pessima, nonostante lo stato nigeriano abbia ricavato complessivamente
più di 320 miliardi di dollari dal commercio petrolifero. Mentre un recente studio
commissionato dalla Shell ha appurato che il livello di violenza che si registra nella zona del delta
del Niger è pari a quello di Cecenia e Colombia. Matteo Fagotto