20/01/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



Gli Usa ricordano Martin Luther King. Ma travisano il suo messaggio
scritto per noi da
Matteo Colombi
 
Martin Luther King è stato assassinato il 4 aprile 1968 a MemphisSono ricorse in questi giorni le celebrazioni e commemorazioni per la morte di Martin Luther King, considerato il leader emblematico della battaglia per i diritti civili degli afro-americani negli anni Cinquanta e Sessanta. Eppure, già in questa iconografia dominante esiste profonda una ferita e una falsità; sinceramente, Martin Luther King non ha mai designato l’uguaglianza formale dinanzi alla legge come l’obiettivo ultimo, ma solo come il primo passo di una lunga marcia; la marcia contro la povertà. Tutte le botte prese, tutti i pedinamenti e le sporche guerre fatte dal Fbi al movimento non puntavano solo a limitare i danni all’apartheid sudista, che fu eventualmente abbandonato a se stesso; piuttosto, nell’attaccare l’apartheid, il movimento dei diritti civili rischiava anche di attaccare gli altri pilastri della gerarchia sociale americana, rischiava di infettare la politica americana di richieste di eguaglianza sostanziale che sono ben più pericolose per le élite.
 
Quando è stato assassinato a Memphis, Martin Luther King è morto da uomo che attaccava la guerra in Vietnam, gestita dal partito democratico di Kennedy e Johnson, e ne identificava le logiche imperialiste e di classe; è morto da organizzatore di una lunga marcia contro la povertà e da sostenitore delle lotte dei lavoratori. Martin Luther King è morto non da leader dei diritti civili, ormai in buona parte legalizzati nel 1968. Martin Luther King è morto da leader di un proto-socialismo americano, che scorre nelle vene profonde dell’America.
 
E’ morto come leader che chiedeva la redistribuzione della ricchezza, e ancor di più la riorganizzazione delle priorità economiche e politiche e della concezione di cittadinanza in America. La sua morte e la sua santificazione, iconica ma troncante, è un sigillo sull’incapacità della repubblica americana a diventare pienamente democratica. Da morto è servito per sancire l’idea di una democratizzazione compiuta, e la capacità del sistema americano di risolversi in meglio, quando invece da vivo egli mostrava l’incompleta e rischiosa vacuità di diritti civili non ancorati a un diffuso potere sociale.
 
Martin Luther King è ricordato come il leader delle battaglie per i diritti civili, eppure il leader assassinato disse molto di più, puntò molto più in là. Non valevano molto dei diritti civili senza accesso ai diritti sociali, non si poteva arrivare alla democrazia civile, procedurale, senza un rivolgimento delle strutture sociali, della organizzazione della ricchezza. Non si poteva fare la guerra in Vietnam e altrove, contro i popoli del Sud della terra senza che questa fosse anche guerra contro i poveri; senza che questa fosse anche guerra interna.
 
Pedinato e spiato dal Fbi di Hoover per la pecca di voler cambiare l’America, per la pecca di volere più uguaglianza, oggi è il santino per mettere a posto le coscienze. Alla Business School della University of Chicago hanno esposto un piccolo poster, con la sua foto e in piccolo piccolo la riproduzione di tutto il suo discorso iconico:”I have a dream”, una specie di parabola sul futuro, in cui la razza e il colore non saranno più un ostacolo; una parabola che allinea l’emancipazione degli schiavi dall’Egitto e quella degli afro-americani, per sfociare in una terra promessa americana priva di razzismo.
 
Ma quel discorso, fatto quando ancora c’era Kennedy alla presidenza, fatto a Washington quando Kennedy pregava i leader afro-americani di starsene buoni per non perdere voti sudisti, è stata solo una tappa, è come una frase fuori contesto. Oggi è il sudario in cui avvolgere e soffocare la memoria di Martin Luther King; tenere quel cadavere ben rinchiuso nella dialettica limitante di libertà minime, che richiedono pochi sforzi e si presumono in via di raggiungimento. I televisori rintronano: I have a dream, ripete dieci, mille, diecimila volte Martin Luther King in bianco e nero; e in questa marea ripetitiva, iconica, in questo sogno metallico il Paese reale continua ad evitare di guardare questo uomo negli occhi; continua a negare ascolto al suo sogno per intero, di una società di persone uguali in dignità e dunque libere. 
Categoria: Diritti, Popoli
Luogo: Stati Uniti