Gli Usa ricordano Martin Luther King. Ma travisano il suo messaggio
scritto per noi da
Matteo Colombi

Sono ricorse in questi giorni le celebrazioni e commemorazioni per la morte di
Martin Luther King, considerato il leader emblematico della battaglia per i diritti
civili degli afro-americani negli anni Cinquanta e Sessanta. Eppure, già in questa
iconografia dominante esiste profonda una ferita e una falsità; sinceramente,
Martin Luther King non ha mai designato l’uguaglianza formale dinanzi alla legge
come l’obiettivo ultimo, ma solo come il primo passo di una lunga marcia; la marcia
contro la povertà. Tutte le botte prese, tutti i pedinamenti e le sporche guerre
fatte dal Fbi al movimento non puntavano solo a limitare i danni all’apartheid
sudista, che fu eventualmente abbandonato a se stesso; piuttosto, nell’attaccare
l’apartheid, il movimento dei diritti civili rischiava anche di attaccare gli
altri pilastri della gerarchia sociale americana, rischiava di infettare la politica
americana di richieste di eguaglianza sostanziale che sono ben più pericolose
per le élite.
Quando è stato assassinato a Memphis, Martin Luther King è morto da uomo che
attaccava la guerra in Vietnam, gestita dal partito democratico di Kennedy e Johnson,
e ne identificava le logiche imperialiste e di classe; è morto da organizzatore
di una lunga marcia contro la povertà e da sostenitore delle lotte dei lavoratori.
Martin Luther King è morto non da leader dei diritti civili, ormai in buona parte
legalizzati nel 1968. Martin Luther King è morto da leader di un proto-socialismo
americano, che scorre nelle vene profonde dell’America.

E’ morto come leader che chiedeva la redistribuzione della ricchezza, e ancor
di più la riorganizzazione delle priorità economiche e politiche e della concezione
di cittadinanza in America. La sua morte e la sua santificazione, iconica ma troncante,
è un sigillo sull’incapacità della repubblica americana a diventare pienamente
democratica. Da morto è servito per sancire l’idea di una democratizzazione compiuta,
e la capacità del sistema americano di risolversi in meglio, quando invece da
vivo egli mostrava l’incompleta e rischiosa vacuità di diritti civili non ancorati
a un diffuso potere sociale.
Martin Luther King è ricordato come il leader delle battaglie per i diritti civili,
eppure il leader assassinato disse molto di più, puntò molto più in là. Non valevano
molto dei diritti civili senza accesso ai diritti sociali, non si poteva arrivare
alla democrazia civile, procedurale, senza un rivolgimento delle strutture sociali,
della organizzazione della ricchezza. Non si poteva fare la guerra in Vietnam
e altrove, contro i popoli del Sud della terra senza che questa fosse anche guerra
contro i poveri; senza che questa fosse anche guerra interna.

Pedinato e spiato dal Fbi di Hoover per la pecca di voler cambiare l’America,
per la pecca di volere più uguaglianza, oggi è il santino per mettere a posto
le coscienze. Alla Business School della University of Chicago hanno esposto un
piccolo poster, con la sua foto e in piccolo piccolo la riproduzione di tutto
il suo discorso iconico:”
I have a dream”, una specie di parabola sul futuro, in cui la razza e il colore non saranno
più un ostacolo; una parabola che allinea l’emancipazione degli schiavi dall’Egitto
e quella degli afro-americani, per sfociare in una terra promessa americana priva
di razzismo.
Ma quel discorso, fatto quando ancora c’era Kennedy alla presidenza, fatto a
Washington quando Kennedy pregava i leader afro-americani di starsene buoni per
non perdere voti sudisti, è stata solo una tappa, è come una frase fuori contesto.
Oggi è il sudario in cui avvolgere e soffocare la memoria di Martin Luther King;
tenere quel cadavere ben rinchiuso nella dialettica limitante di libertà minime,
che richiedono pochi sforzi e si presumono in via di raggiungimento. I televisori
rintronano:
I have a dream, ripete dieci, mille, diecimila volte Martin Luther King in bianco e nero; e
in questa marea ripetitiva, iconica, in questo sogno metallico il Paese reale
continua ad evitare di guardare questo uomo negli occhi; continua a negare ascolto
al suo sogno per intero, di una società di persone uguali in dignità e dunque
libere.