In Cina, secondo l’ultimo rapporto dell’organizzazione per i diritti della stampa
Reporter Senza Frontiere, sono 130 i giornalisti in carcere, tra cui 39 cyber
dissidenti. Nelle ultime settimane la strategia del governo per censurare la libera
espressione su Internet ha dato i primi segni di cedimento: il governo ha ammesso
di non avere prove che giustificano la detenzione di alcuni internauti: la giovane
Liu Di e altri quattro ragazzi.
Liu Di, 22 anni, studiava sociologia alla Normale di Pechino e con lo pseudonimo
“mouse di acciaio senza macchia” rivendicava nei forum il diritto a comunicare
liberamente via Internet. Il 7 novembre 2002, la polizia ha fatto irruzione nella
sua stanza, all’interno del campus universitario e, mentre dormiva, l’ha portata
via. Da allora nessuno ha più avuto sue notizie. Xu Wei, Jin Haike, Yang Zili
e Zhang Hongkai, quattro giovani intellettuali, nel 2001 formarono un gruppo politico
chiamato “Nuova società dei giovani” e pubblicarono un manifesto sulla rete.
Il loro principale obiettivo - si leggeva - era quello di “costruire una società
basata sulla democrazia e sulla legge”. Dopo pochi giorni sono stati arrestati
con l’accusa di sovversione e condannati a una decina di anni di prigione.
Il governo di Pechino non si è ancora pronunciato sul destino degli altri 30
internauti incarcerati nel corso del 2003. Tra questi il 39enne Du Daobin, incarcerato
il 28 ottobre Du aveva organizzato una simulazione di detenzione in nome di Liu
Di e aveva pubblicato on line un articolo contro la repressione dei navigatori
della Rete. La polizia ha fermato Du nella sua città, Yingcheng (nella Cina centrale),
al rientro dal lavoro e ha poi perquisito la sua casa. Sono stati sequestrati
documenti informatici, lettere scritte a mano, un'agenda di indirizzi e alcuni
libri pubblicati all’estero. Du, funzionario pubblico, ha svolto una notevole
attività intellettuale, scrivendo numerosi estratti sui diritti dell’uomo e sulla
democrazia.
L’ultima iniziativa di Du che ha determinato la reazione repressiva del governo
è stata l’operazione “simulazione di detenzione” avvenuta il 4 ottobre scorso:
decine di persone si sono chiuse in casa al buio per un’intera giornata. “Per
provare come Liu Di si sentiva in prigione”, ha spiegato Du al quotidiano di Hong
Kong South China Morning Post. Reporter Senza Frontiere ha chiesto il rilascio
immediato di Du e ha espresso la propria indignazione per quanto gli è accaduto:
“dobbiamo salutare il coraggio di Du Daobin e la forza simbolica della sua azione
per Liu Di. La simulazione di detenzione era un esempio di contestazione pacifica.
L’arresto del suo fautore è solo scandalosa”. Per ora, non è arrivata nessuna
risposta dal governo e Du continua a vivere in isolamento senza la possibilità
d’incontrare sua moglie e il figlio dodicenne.
Francesca Lancini