19/01/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



Rilasciati 2 giornalisti iracheni, dopo mesi senza accuse nelle carceri Usa
Due giornalisti iracheni, detenuti da mesi senza accuse nelle carceri Usa, sono stati rilasciati. Sono Majeed Hameed, corrispondente per la televisione al Iraqiya e il cameraman della Reuters Ali Omar Abrahem al Mashhaddani.
  Ali Omar Abrahem al Mashhaddani (al telefono) e Majeed Hameed
Testimoni arrestati. Nell’agosto 2005, Ali Omar Abrahem al Mashhaddani è stato arrestato da militari Usa nell’abitazione in cui si trovava con la famiglia a Ramadi. Detenuto senza accuse a suo carico per cinque mesi, era stato definito da un funzionario della Coalizione “una minaccia per il popolo iracheno”. Anche Majeed Hameed è stato fermato a Ramadi dalle forze Usa, il 15 settembre, mentre presenziava al funerale di un suo parente. Le numerose richieste di chiarimenti inoltrate alla Coalizione dai colleghi dei giornalisti, mentre Mashhaddani e Hameed erano agli arresti, non avevano mai ricevuto risposte, e anche le richieste delle famiglie e degli avvocati di visitare i detenuti erano sempre state respinte. Reporter Sans Frontières, che dall’inizio della guerra segue i casi di arresti e rapimenti ai danni di giornalisti in Iraq, ha diffuso un comunicato per annunciare il rilascio dei due, sostenendo che l’esercito Usa dovrebbe “mostrare un maggior senso critico e controllo in futuro, per evitare arresti e detenzioni arbitrarie di altri giornalisti.” L’organizzazione invita anche le forze della Coalizione a rilasciare altri due operatori dei media tuttora detenuti: Abdel Amir Younes Hussein, un cameraman della Cbs arrestato nell’aprile 2005, e Samer Mohamed Noor della Reuters, arrestato a giugno. Entrambi sono ancora detenuti a Camp Bucca: “L’esercito - sostiene Rsf - dovrebbe fornire rapidamente prove per le accuse contro giornalisti, oppure liberarli tutti in una volta”.
 
La testimonianza. L’arresto di al Mashhaddani è stato, nelle modalità, simile a un rapimento. Dopo cinque mesi di prigionia senza spiegazioni ha deciso di raccontare la sua esperienza. “Sono stato trasferito da un carcere all’altro per cinque mesi. Tutto quello che cercavo di fare era nascondere ai soldati Usa la mia debolezza e sostenere i più sofferenti tra i miei fratelli iracheni imprigionati. Ora che sono libero voglio solo stare da solo e piangere il più possibile. Ancora oggi non conosco le ragioni dietro il mio arresto, so soltanto che nella mia macchina fotografica sono state trovate immagini di uno dei quotidiani scontri a fuoco tra soldati Usa e miliziani, a Ramadi. I soldati sono piombati in casa mia e mi hanno portato via insieme a mio fratello, che studia all’università e non ha nessun legame con l’intera faccenda. Ci hanno portato ad Abu Ghraib e poi mi hanno trasferito nel centro di detenzione di Boka (Camp Bucca ), vicino a Bassora. Negli interrogatori continuavano a chiedermi di nomi e gruppi con cui non ho alcuna relazione: come il movimento Hizbollah del Libano, i palestinesi di Hamas, gli iracheni di Tawheed wa al Jihad e anche dell’Armata Verde, che non ho mai nemmeno sentito nominare. I miei inquisitori non nascondevano la loro irritazione verso i giornalisti in Iraq, specialmente verso quei cronisti che si soffermano sugli scontri a fuoco piuttosto che sulle conquiste statunitensi. Non esitavano a dirmi che ‘se ci sono due uomini, uno con in mano una macchina fotografica e l’altro armato di Rpg, le loro istruzioni sono quelle di sparare per primo a quello con la fotocamera.’ Ora sto cercando di riprendermi e di tornare quanto prima al mio lavoro”.
  Jill Carroll, nel video trasmesso da al Jazeera
Testimoni rapiti. Le condizioni di lavoro per la stampa indipendente in Iraq continuano a essere drammatiche, perché oltre ad essere minacciati dai militari della Coalizione, i giornalisti sono ogni giorno nel mirino della guerriglia. Il 12 gennaio, Louai Salam Radeef, cameraman per la televisione al Baghdadiya, è stato ucciso da ignoti armati a Baghdad. Radeef è stato il settantasettesimo giornalista ucciso in Iraq dall’aprile 2003. Il 7 gennaio, nel quartiere di Adel di Baghdad, è stata rapita la giornalista freelance del Christian Science Monitor Jill Carroll, la trentacinquesima giornalista sequestrata dall’inizio del conflitto. La cronista statunitense è stata mostrata in un video da al Jazeera, che ha rifiutato di svelare come sia entrata in possesso di tali immagini. Il gruppo dei suoi rapitori, che si fanno chiamare La Brigata della Vendetta, ha minacciato di uccidere la 28enne entro 72 ore se le autorità statunitensi non rilasceranno tutte le donne detenute in Iraq. La Carroll era giunta nel Paese poco dopo l’inizio della guerra, l’appello lanciato dalla famiglia ai rapitori non lascia dubbi su come, per l’ennesima volta, la persona rapita dalla guerriglia irachena sia una “giornalista innocente, un’amica e sorella del popolo iracheno, che si dedicava a raccontare al mondo la verità sulla guerra in Iraq”. Oltre a lei rimangono prigionieri della guerriglia irachena anche i quattro membri del Christian Peacemakers Team, rapiti a dicembre dopo aver raccontato in prima persona la mattanza di Falluja e le sue conseguenze. 

Naoki Tomasini

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