Due giornalisti iracheni, detenuti da mesi senza accuse nelle carceri Usa, sono
stati rilasciati. Sono Majeed Hameed, corrispondente per la televisione al Iraqiya
e il cameraman della Reuters Ali Omar Abrahem al Mashhaddani.

Testimoni arrestati. Nell’agosto 2005, Ali Omar Abrahem al Mashhaddani è stato arrestato da militari
Usa nell’abitazione in cui si trovava con la famiglia a Ramadi. Detenuto senza
accuse a suo carico per cinque mesi, era stato definito da un funzionario della
Coalizione “una minaccia per il popolo iracheno”. Anche Majeed Hameed è stato
fermato a Ramadi dalle forze Usa, il 15 settembre, mentre presenziava al funerale
di un suo parente. Le numerose richieste di chiarimenti inoltrate alla Coalizione
dai colleghi dei giornalisti, mentre Mashhaddani e Hameed erano agli arresti,
non avevano mai ricevuto risposte, e anche le richieste delle famiglie e degli
avvocati di visitare i detenuti erano sempre state respinte. Reporter Sans Frontières,
che dall’inizio della guerra segue i casi di arresti e rapimenti ai danni di giornalisti
in Iraq, ha diffuso un comunicato per annunciare il rilascio dei due, sostenendo
che l’esercito Usa dovrebbe “mostrare un maggior senso critico e controllo in
futuro, per evitare arresti e detenzioni arbitrarie di altri giornalisti.” L’organizzazione
invita anche le forze della Coalizione a rilasciare altri due operatori dei media
tuttora detenuti: Abdel Amir Younes Hussein, un cameraman della Cbs arrestato
nell’aprile 2005, e Samer Mohamed Noor della Reuters, arrestato a giugno. Entrambi
sono ancora detenuti a Camp Bucca: “L’esercito - sostiene Rsf - dovrebbe fornire
rapidamente prove per le accuse contro giornalisti, oppure liberarli tutti in
una volta”.
La testimonianza. L’arresto di al Mashhaddani è stato, nelle modalità, simile a un rapimento.
Dopo cinque mesi di prigionia senza spiegazioni ha deciso di raccontare la sua
esperienza. “Sono stato trasferito da un carcere all’altro per cinque mesi. Tutto
quello che cercavo di fare era nascondere ai soldati Usa la mia debolezza e sostenere
i più sofferenti tra i miei fratelli iracheni imprigionati. Ora che sono libero
voglio solo stare da solo e piangere il più possibile. Ancora oggi non conosco
le ragioni dietro il mio arresto, so soltanto che nella mia macchina fotografica
sono state trovate immagini di uno dei quotidiani scontri a fuoco tra soldati
Usa e miliziani, a Ramadi. I soldati sono piombati in casa mia e mi hanno portato
via insieme a mio fratello, che studia all’università e non ha nessun legame con
l’intera faccenda. Ci hanno portato ad Abu Ghraib e poi mi hanno trasferito nel
centro di detenzione di Boka (Camp Bucca ), vicino a Bassora. Negli interrogatori
continuavano a chiedermi di nomi e gruppi con cui non ho alcuna relazione: come
il movimento Hizbollah del Libano, i palestinesi di Hamas, gli iracheni di Tawheed
wa al Jihad e anche dell’Armata Verde, che non ho mai nemmeno sentito nominare.
I miei inquisitori non nascondevano la loro irritazione verso i giornalisti in
Iraq, specialmente verso quei cronisti che si soffermano sugli scontri a fuoco
piuttosto che sulle conquiste statunitensi. Non esitavano a dirmi che ‘se ci sono
due uomini, uno con in mano una macchina fotografica e l’altro armato di Rpg,
le loro istruzioni sono quelle di sparare per primo a quello con la fotocamera.’
Ora sto cercando di riprendermi e di tornare quanto prima al mio lavoro”.

Testimoni rapiti. Le condizioni di lavoro per la stampa indipendente in Iraq continuano a essere
drammatiche, perché oltre ad essere minacciati dai militari della Coalizione,
i giornalisti sono ogni giorno nel mirino della guerriglia. Il 12 gennaio, Louai
Salam Radeef, cameraman per la televisione al Baghdadiya, è stato ucciso da ignoti
armati a Baghdad. Radeef è stato il settantasettesimo giornalista ucciso in Iraq
dall’aprile 2003. Il 7 gennaio, nel quartiere di Adel di Baghdad, è stata rapita
la giornalista freelance del Christian Science Monitor Jill Carroll, la trentacinquesima
giornalista sequestrata dall’inizio del conflitto. La cronista statunitense è
stata mostrata in un video da al Jazeera, che ha rifiutato di svelare come sia
entrata in possesso di tali immagini. Il gruppo dei suoi rapitori, che si fanno
chiamare
La Brigata della Vendetta, ha minacciato di uccidere la 28enne entro 72 ore se le autorità statunitensi
non rilasceranno tutte le donne detenute in Iraq. La Carroll era giunta nel Paese
poco dopo l’inizio della guerra, l’appello lanciato dalla famiglia ai rapitori
non lascia dubbi su come, per l’ennesima volta, la persona rapita dalla guerriglia
irachena sia una “giornalista innocente, un’amica e sorella del popolo iracheno,
che si dedicava a raccontare al mondo la verità sulla guerra in Iraq”. Oltre a
lei rimangono prigionieri della guerriglia irachena anche i quattro membri del
Christian Peacemakers Team, rapiti a dicembre dopo aver raccontato in prima persona
la mattanza di Falluja e le sue conseguenze.