25/01/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



Una famiglia irachena fugge a Damasco dalla guerra, ma non trova la pace
Hani è un iracheno di 45 anni, scappato dall'Iraq in Siria, con tutta la sua famiglia, nel settembre del 2005. In questo racconto spiega le ragioni del suo combattere e la sua vita a Damasco.
 
"Vivevo a Baghdad, con mia moglie e i nostri cinque figli. Dirigevo una società fondata dagli statunitensi dopo la caduta del regime. Ero nervoso riguardo a questo lavoro, perché c'erano così tante persone che diventavano bersaglio dalle milizie avendo un qualsiasi tipo di rapporto con gli Stati Uniti, ma nel mio settore c'erano pochi lavori disponibili a Baghdad e io avevo bisogno di lavorare per mantenere la mia famiglia".
 
un bimbo iracheno raccoglie cartucce per rivendere i bossoliVivere nel terrore. "A volte ricevevo delle telefonate minatorie, in cui mi si diceva che se non avessi smesso di lavorare per gli statunitensi e per gli infedeli, io e la mia famiglia avremmo avuto problemi. Non sapevo cosa fare. Non conoscevo chi fosse l'autore di queste telefonate, anche se sospettavo che arrivassero dai gruppi di miliziani locali, e non potevo permettermi di lasciare il lavoro", racconta il padre di famiglia iracheno, "poi, un giorno, a luglio, stavo camminando con uno dei miei figli più piccoli che aveva appena iniziato la scuola, stavamo andando al mercato, quando un'auto ci ha affiancato. Alcuni uomini sono balzati fuori dalla macchina e hanno cercato di far entrare a forza me e mio figlio nell'auto. Io ho cercato di lottare, ma gli uomini hanno sparato un colpo in aria e mi hanno colpito con le pistola, lasciandomi poi a terra e portandosi via mio figlio. Le mie mani erano ferite seriamente a seguito dei colpi e sono rimasto in ospedale. Mio figlio era stato rapito ed è rimasto lontano da me per cinque giorni".

una bimba irachenaLa strategia dei rapimenti. "In questo periodo, mi chiamavano, cercando di farmi pagare un riscatto di 10.000 dollari", racconta Hani, "infine ho trovato la somma necessaria per pagare il riscatto e ho potuto riavere mio figlio. Non potevo credere a quello che avevano fatto al bambino. Era stato torturato e picchiato e le sue condizioni psicologiche erano pessime. Abbiamo dovuto portarlo in ospedale e ancora oggi soffre di molti problemi per quel rapimento.Eravamo estremamente sconvolti dal quanto era successo a nostro figlio e abbiamo cominciato a discutere su come uscire da questa situazione. Ero molto spaventato e non sapevo cosa fare per proteggere la mia famiglia. Poi, in agosto, accadde la cosa peggiore che potessi immaginare. Ero in casa con mia moglie, mentre il nostro figlio più piccolo stava giocando in cortile. Non era ancora abbastanza grande da andare a scuola. Abbiamo sentito dei colpi di pistola, cosa piuttosto frequente, ma ci siamo preoccupati molto perché erano stati esplosi vicino a casa. Siamo usciti e abbiamo scoperto che un uomo da una macchina aveva sparato al piccolo nelle gambe. Non riconobbi l'uomo ma penso che facesse parte dello stesso gruppo che aveva rapito il bambino più grande. Il piccolo era coperto di sangue: terrorizzato, entrai in casa per prendere la mia pistola ma quando tornai, l'uomo che aveva sparato si era allontanato in auto.
Il mio bambino non è sopravvissuto alla sparatoria ed è morto poco dopo. Mia moglie ed io non riusciamo ancora a credere che qualcuno abbia voluto fare questo a un bambino così piccolo. Avevamo il cuore spezzato e pieno di dolore. Mia moglie ha sofferto così tanto per la sua morte, che ha dovuto essere ricoverata in ospedale per essere sottoposta a trattamenti psichiatrici".

profughi iracheni in fuga dai bambardamentiFuga per la vita. "Dopo aver perso il nostro bambino, abbiamo capito di non avere scelta e dover fuggire dall'Iraq per la nostra stessa sicurezza", racconta Hani, "mio cognato viveva a Damasco e abbiamo pensato che questa fosse la nostra migliore possibilità. A settembre, siamo venuti qui in macchina direttamente da Baghdad e ora viviamo nella periferia della capitale siriana, ma io non sono ancora riuscito a ricostruire la mia vita. Non riesco a trovare un lavoro: spero di trovarne uno perché senza mi sento perso, ho molta esperienza nel mio settore. Ma gli iracheni in Siria non possono lavorare. Non possiamo sostenere le cure mediche necessarie a mia moglie per le sue condizioni psicologiche e i costi per mandare i bambini a scuola sono molto elevati. Vengo da un paese dove non c'è pace né sicurezza e non riesco a trovarli neppure qui in Siria.
Vorrei solo vivere in un paese che possa assicurarmi la pace e la sicurezza. E in cui la mia famiglia possa vivere senza paura".*
 
* traduzione a cura di Lorenza Gamberini
Categoria: Diritti, Guerra, Profughi
Luogo: Siria