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Non è bastata la nomina del nuovo Primo Ministro, Charles Konan Banny, a far
uscire la Costa d’Avorio dal tunnel in cui è entrata nel settembre 2002, con lo
scoppio della guerra civile. Le “raccomandazioni” di un team di mediatori dell’Onu,
che avevano proposto domenica di sciogliere il Parlamento il cui mandato è scaduto
il mese scorso, hanno scatenato una tre giorni di violenze in cui è stato preso
di mira soprattutto il quartier generale a Abidjan dell’Onuci, la missione Onu
nel paese. I Jeunes Patriotes, i miliziani vicini al presidente Laurent Gbagbo, controllano le strade della
città mentre i negozi restano chiusi e la popolazione rimane in casa. E, cosa
ancor più grave, il partito di maggioranza del Fpi (Front Populaire Ivoirien) ha comunicato di voler abbandonare governo e processo di pace.
Scontri e paura. Le violenze degli ultimi giorni assomigliano molto a quelle scoppiate nel novembre
del 2004, quando gli scontri tra i sostenitori del presidente Gbagbo e i militari
francesi fecero decine di vittime. PeaceReporter ha contattato una fonte diplomatica a Abidjan: “ La situazione non è migliorata
rispetto a ieri. Anzi, i manifestanti circondano ancora il quartier generale dell’Onu,
i negozi rimangono chiusi e la gente non si avventura in giro per le strade, anche
perché i miliziani hanno organizzato posti di blocco ovunque. Ci sono giunte anche
notizie di morti e feriti”. Ieri la sede dell’Onuci era stata presa di mira dai
manifestanti, alcuni dei quali avevano tentato di fare irruzione nel complesso.
Nelle ultime ore si sono moltiplicati i colloqui tra membri del Fpi e rappresentanti
delle Nazioni Unite, i quali garantiscono che la situazione migliorerà nei prossimi
giorni. Notizie preoccupanti arrivano anche da altre città: ieri a Guiglo, nell’ovest
del Paese, mille manifestanti sono riusciti a occupare una base delle Nazioni
Unite. Oggi gli scontri attorno alla base sono continuati, provocando la morte
di almeno 4 persone.
Pace a rischio. Ma la notizia più grave, come accennato sopra, è l’uscita del Fpi dal nuovo governo
di unità nazionale, nato appena due settimane fa. Il partito del presidente Gbagbo
contesta la proposta dell’Onu di sciogliere il Parlamento, dove ha una larga maggioranza,
e chiede che il suo mandato venga prolungato fino alle elezioni, che si sarebbero dovute tenere lo scorso ottobre ma che sono slittate al prossimo anno. Il Fpi si è spinto oltre chiedendo al
contingente dell’Onuci e ai militari francesi dell’operazione Licorne, che controllano la zona cuscinetto che divide la zona governativa meridionale
da quella ribelle a nord, di lasciare il Paese. Da New York il Segretario Generale
ha risposto chiedendo la cessazione degli scontri e il ritorno al tavolo delle
trattative. Ma finché al Palazzo di Vetro non verranno prese sanzioni contro i
protagonisti politici dell’ennesima crisi, la situazione difficilmente migliorerà.
I ribelli delle Forces Nouvelles, inseriti anche loro nel nuovo esecutivo, hanno rinnovato la loro fiducia al
premier. Ma in questa crisi difficilmente giocheranno un ruolo da protagonisti.
Prova di forza. Il processo di pace è realmente a rischio? Difficile dirlo, anche se le dichiarazioni
rilasciate dal Fpi sono molto pesanti e gli attacchi alle basi militari dell’esercito
ivoriano degli ultimi mesi non promettono nulla di buono. Possibile però che Gbagbo,
che ha sguinzagliato i suoi fedelissimi per le strade di Abidjan e non sta muovendo
un dito per risolvere la crisi, voglia solo dare una dimostrazione di forza. E
far vedere come, se vuole, può ottenere il controllo della città senza problemi.
Il presidente, dopo che ha visto ridursi il numero dei ministri del Fpi nel nuovo
governo, non è disposto a perdere anche il controllo del Parlamento, che tra l’altro
ha la possibilità di condizionare pesantemente l’operato dell’esecutivo. Questo
l’hanno capito anche all’Onu, dove infatti si preme per uno scioglimento che darebbe
al nuovo Primo Ministro maggior libertà di manovra nei confronti di Gbagbo. La
mediazione si preannuncia difficile: l’Onu non può cedere per non perdere credibilità,
ma un braccio di ferro contro Gbagbo potrebbe scatenare una nuova guerra. Oppure
scoprire il bluff del presidente. La partita a carte continua, sulle teste di
milioni di Ivoriani. Matteo Fagotto