18/01/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



Giro di vite del Pentagono sui blog dei soldati Usa in Iraq. Troppo pericolosi
A controllare i reportage dei media tradizionali ci avevano già pensato, creando la figura del giornalista embedded al seguito delle truppe in Iraq. I vertici militari americani non avevano però previsto che il Web avrebbe moltiplicato le informazioni dal campo per opera degli stessi soldati, a cui bastava aprire un blog per raccontare le loro esperienze. Di siti personali del genere ne sono sorti a centinaia: alcuni critici di questa guerra, altri estremamente patriottici. Ma ora il Pentagono si sarebbe stancato e ha imposto nuove forme di controllo ai soldati un po’ troppo ciarlieri. A denunciarlo è Jason Hartley, uno specialista della Guardia Nazionale che è stato tra i primi militari statunitensi a essere punito per aver detto troppo sul suo blog Just Another Soldier. “Oggigiorno i blog militari – dice – vengono chiusi appena aperti”.
 
Un blog scomodo. Hartley, che al momento è negli Usa ma potrebbe benissimo venire richiamato in Iraq, un anno fa è stato multato di mille dollari e degradato da sergente. L’esercito gli contestò di aver rivelato, con un post sul suo sito, la rotta dell’aereo militare su cui si spostava con la sua unità in Iraq, oltre al fatto che gli ultimi tre proiettili del caricatore di ogni soldato sono sempre dei traccianti. Informazioni preziose, secondo i vertici, che se rivelate al nemico possono mettere in pericolo la vita dei soldati. In realtà, Hartley crede che a infastidire i suoi superiori fosse soprattutto il tono sarcastico dei suoi scritti. Ci andava giù pesante, Jason: pubblicava foto “dei carini bambini iracheni a cui voglio sparare” e di cadaveri ai bordi della strada, commentando con un “I love dead civilians”. Non tutti capivano. Ma una volta, al lettore che gli scriveva “E’ uno scherzo o cosa? Questo blog ti lascia un gusto amaro in bocca”, Hartley rispose: “E’ proprio quello che volevo”. Dalla sua esperienza l'ex sergente ha ricavato un libro, chiamato come il suo blog.
 
Jason Hartley (a sinistra) con un altro soldato in IraqUn mondo variegato. Di blog gestiti da militari americani in Iraq, malgrado la denuncia di Hartley, ce ne sono ancora tanti. Il sito Milblogging.com, un’utile guida per chi vuole avventurarsi nel campo, ne conta 304 in Iraq e 26 in Afghanistan. Altri 700 sono gestiti da soldati di stanza negli States. Il sito Mudville Gazette ha avuto più di 700mila pagine visitate nel 2005, il blog di Michael Yon è al numero 81 tra i blog più frequentati al mondo. E’ insomma tuttora un settore vitale, tanto che Milblogging.com ha appena assegnato i premi per i migliori. Il problema, accusa Hartley, è che dalla Rete sono spariti i military blog più scomodi. “Rimangono quelli completamente innocui o quelli patriottici. Se vuoi avere l’impressione che tutto vada bene in Iraq, vanno bene”, spiega.
 
Bocca chiusa. A spiegare questa scrematura potrebbe essere il fatto che la scorsa estate il Pentagono ha imposto la registrazione dei blog militari presso un apposito comando, che li esamina ogni trimestre. Inoltre, delle “unità mobili di addestramento” hanno ora il compito di spiegare ai soldati sul campo che una parola in più sul Web può mettere in pericolo le vite dei loro commilitoni. In novembre, l’esercito ha addirittura fatto circolare un messaggio in videocassetta di Peter Schoomaker, il capo di stato maggiore, in cui il generale ammoniva: “Loose blogs may blow up your BCTs”, i blog troppo aperti possono far saltare in aria la vostra brigata. Una frase scelta non a caso, perché parafrasava il simbolico Loose lips sink ships, “Tenere la bocca aperta fa affondare le navi”, usato nella Seconda guerra mondiale. “Stiamo combattendo una guerra, e gli insorti leggono le pagine Web”, dice il colonnello Bill Buckner, un portavoce della coalizione in Iraq.
 
Autocensura. Mark Miner, che tiene il blog Boots in Baghdad, conferma le preoccupazioni dei vertici ma sostiene di non avere mai avuto problemi. “Se sono intervenuti con qualche altro soldato, lo hanno fatto solo perché era assolutamente necessario dal punto di vista della sicurezza”, spiega. E c’è anche chi, come chi gestiva il sito A Day in Iraq (fermo da settembre), si è praticamente autocensurato per questo. “Ho smesso – racconta Michael – perché ho capito che la maggior parte delle cose che volevo scrivere comprendevano informazioni delicate. Senza ricevere alcuna pressione dal Pentagono”. Michael però non crede che i vertici militari abbiano paura dei blog critici verso la guerra. Anzi, se fosse per lui il Pentagono farebbe meglio a incoraggiare i soldati sul campo a bloggare: “Così il mondo vedrebbe che in Iraq succedono anche molte cose positive, che i media non raccontano”. 

Alessandro Ursic

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