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I racconti della gente di Damadola. “Da tre, quattro giorni sentivamo aerei che sorvolavano il nostro villaggio.
Poi venerdì, alle 3 di notte, siamo stati svegliati dai missili, almeno sei, che
sono caduto per almeno mezz’ora. Uno è caduto sulla mia casa, distruggendola e
uccidendo mio fratello Bukhtpur e molte donne della nostra famiglia”. A parlare
è Sher Afzal, contadino, sui 50 anni, miracolosamente scampato alla morte nel
bombardamento missilistico americano che ha ucciso almeno 18, forse 30 persone
nel villaggio pachistano di Damadola, a pochi chilometri dal confine afgano. Un
attacco sferrato con missili lanciati dagli velivoli telecomandati Usa ‘Predator’
e organizzato dalla Cia allo scopo di eliminare l’ideologo di al Qaeda e braccio
destro di bin Laden, il medico egiziano al Zawahiri. Che però, secondo i sempre
ben informati servizi segreti pachistani (Isi), non si trovava a Damadola.
“Qui non c’era nessun uomo di al Qaeda”. Quella notte, dopo il bombardamento, la gente di Damadola è rimasta chiusa in
casa per la paura di nuovi attacchi fino alle prime luci dell’alba, quando decine
di persone si sono precipitate tra le macerie alla ricerca di sopravvissuti e
cadaveri. Shah Zaman, padre di famiglia, sotto i resti della propria abitazione
ha trovato i corpi senza vita di tre dei suoi cinque bambini.
La rabbia dei musulmani esplode dopo il terzo raid Usa. Sabato, il giorno dopo il raid, la popolazione del Bajaur è scesa in piazza
inferocita. Domenica la protesta, guidata dai partiti fondamentalisti islamici
pachistani, è dilagata in tutte le città del Pakistan, da Karachi a Islamabad,
da Lahore a Peshawar. Tutti a protestare contro gli americani e contro il presidente
pachistano Musharraf, accusato di permettere loro simili azioni. Ovunque le stesse
scene: bandiere Usa date alle fiamme, violenti slogan antiamericani e antigovernativi.
E un unico ricorrente grido: “Allah uakhbar!”, Allah è grande. Enrico Piovesana