La mancanza di elettricità condiziona la vita degli iracheni, anche quella sessuale
Un luogo comune in occidente vuole che i black out
elettrici generalizzati abbiano come conseguenza un aumento della popolazione,
poiché le persone, non potendo guardare la televisione, finiscono col cercare
intrattenimento tra le lenzuola. In Iraq questa regola pare essere invertita:
l’assenza di corrente elettrica, d’inverno non consente di riscaldare l’acqua
che serve per lavarsi prima delle cinque preghiere quotidiane, specie dopo aver
consumato del sesso. E anche d’estate, l’assenza di elettricità impedisce di
usare i condizionatori, cosa che, di nuovo, influisce negativamente sulla
libido dei tartassati cittadini iracheni. Ma non è solo un problema sessuale,
dall’inizio della guerra in Iraq, la mancanza di corrente ha reso la vita
quotidiana degli iracheni un vero calvario.
Generator
generation.
Dal negoziante allo studente, fino ai dirigenti del ministero dell’Elettricità,
la mancanza di energia ha cambiato le vite di tutti, particolarmente nell’Iraq
centrale, Baghdad inclusa. Nella capitale, fino a settembre 2005, la corrente
elettrica era disponibile nelle abitazioni solo due ore al giorno, aumentata in
seguito, fino a essere disponibile per 10 ore intermittenti su 24. La scorsa
estate Khaled, uno studente di Baghdad, raccontava di come fosse impossibile
concentrarsi con in casa una temperatura di 43 gradi e l’elettricità
disponibile solo pochi minuti ogni ora. “Quando c’è corrente –spiegava- ne
approfitto e resto a casa a studiare, anche se devo andare a una seguire
lezione”. Le autorità cittadine hanno addirittura pensato di aumentare le
forniture in corrispondenza con le date degli esami, ma il progetto è rimasto
sulla carta, e chi poteva permetterselo, ha risolto il problema acquistando un
generatore di corrente. Altri hanno scelto di corrompere il tecnico del
quartiere per garantirsi forniture ininterrotte, ma per la maggior parte dei
civili iracheni i palliativi sono stati ben pochi, come dormire all’aperto
durante l’estate o rifugiarsi in alberghi con aria condizionata e acqua calda
garantite, per trascorrere le serate in dolce compagnia senza disagi.
Secondo
l’Agenzia delle Nazioni Unite per lo Sviluppo Internazionale, Usaid, la
fornitura elettrica in Iraq dal 2003 ad oggi è andata crescendo e, a luglio
2005, avrebbe raggiunto i livelli dell’anteguerra. Ma questo dato si scontra
col fatto che dall’invasione a oggi la domanda di energia elettrica è cresciuta
del 30 percento ogni anno. Un’escalation dei consumi che si spiega con la
politica adottata dalla coalizione nel 2003, di non far pagare l’energia ai
privati. “L’elettricità praticamente gratuita –osservava l’UN Institute for
Peace- ha spinto gli iracheni della classe media a fare spese folli in
elettrodomestici, come frigoriferi o stufe elettriche”. Quando e se le forze
della coalizione raggiungeranno l’obbiettivo che si sono prefissi, cioè
produrre almeno 5mila megawatt senza interruzioni, dovranno fare i conti con
una domanda che già oggi è stimata intorno ai 9mila. Secondo l’Army Corp of
Engineers “Ci vorranno parecchi decenni prima che le case irachene abbiano
energia elettrica 24 ore al giorno.”

Piani Sbagliati. Un diplomatico Usa, rimasto anonimo, ha criticato le scelte della
Coalizione in materia di ricostruzione: “Hanno sottostimato e dilapidato le
infrastrutture elettriche preesitenti – ha dichiarato in un‘intervista al Guardian
-
che erano già compromesse da un decennio di sanzioni economiche”. Le due
maggiori raffinerie del paese infatti, quella di al Doura e di Baiji,
dovrebbero produrre 500 mila barili di cherosene (necessario per produrre
elettricità) al giorno, mentre ne producono circa un terzo. Questo costringe il
governo iracheno a spendere oltre 200 milioni di dollari al mese per importarlo
dall’estero. Il ministro dell’Elettricità Muhsin Shalash, parlando degli
investimenti Usa nel settore ha dichiarato “I soldi non sono stati efficaci.
L’appalto e la pianificazione sono stati sbagliati”. Gli Usa hanno infatti
speso centinaia di milioni di dollari per ampliare un progetto energetico
concepito sotto Saddam e rivelatosi inadeguato perché puntava ad alimentare le
raffinerie con gas naturale invece che petrolio. Questo ha costretto i tecnici
della Bechtel Corp -la compagnia statunitense titolare dell’appalto- a
riconfigurare attrezzature che producono comunque meno del dovuto e necessitano
di molta più manutenzione. “Le turbine a gas sono una tecnologia sbagliata per
il tipo di carburante che stiamo usando” hanno confermato dal genio militare
della Coalizione. “è stato un insieme di mancanza di conoscenze e di gente
senza esperienza che veniva da fuori" accusa ancora il ministro Shalash. "Tutto
ciò che facevamo era firmare contratti, acquistare turbine e non portare
elettricità alla gente”. La carenze delle forniture vengono principalmente
imputate ai sabotaggi della guerriglia, che ha preso di mira tutta la catena di
produzione e distribuzione dell’energia: centraline elettriche, tubature per il
gas (necessario alla produzione di corrente), raffinerie e persino
autotrasportatori impegnati nelle consegne via terra di gas da Giordania, Iran
e Arabia Saudita. In molti casi i miliziani hanno anche impedito le riparazioni
e la messa in funzionamento delle infrastrutture minacciando la sicurezza degli
operai, la cui protezione ha fatto ulteriormente lievitare i costi della
ricostruzione. A fine dicembre, la minaccia di attentati ha portato alla
chiusura della raffineria di Baiji, miliziani armati hanno distrutto
l’oleodotto che esporta il petrolio dei curdi da Kirkuk, e infine, la nuova
raffineria costruita a Bassora, è stata isolata da una tempesta marina. Inoltre
la Casa Bianca a dicembre a silenziosamente trasferito la responsabilità della
ricostruzione dal Pentagono al Dipartimento di Stato, il quale ha impiegato la
gran parte dei fondi per fronteggiare l’insurrezione, lasciando in secondo
piano la riabilitazione delle reti elettrica, idrica e petrolifera.