16/01/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



La mancanza di elettricità condiziona la vita degli iracheni, anche quella sessuale
  La raffineria di Baiji
Un luogo comune in occidente vuole che i black out elettrici generalizzati abbiano come conseguenza un aumento della popolazione, poiché le persone, non potendo guardare la televisione, finiscono col cercare intrattenimento tra le lenzuola. In Iraq questa regola pare essere invertita: l’assenza di corrente elettrica, d’inverno non consente di riscaldare l’acqua che serve per lavarsi prima delle cinque preghiere quotidiane, specie dopo aver consumato del sesso. E anche d’estate, l’assenza di elettricità impedisce di usare i condizionatori, cosa che, di nuovo, influisce negativamente sulla libido dei tartassati cittadini iracheni. Ma non è solo un problema sessuale, dall’inizio della guerra in Iraq, la mancanza di corrente ha reso la vita quotidiana degli iracheni un vero calvario.
 
Generatore di correnteGenerator generation. Dal negoziante allo studente, fino ai dirigenti del ministero dell’Elettricità, la mancanza di energia ha cambiato le vite di tutti, particolarmente nell’Iraq centrale, Baghdad inclusa. Nella capitale, fino a settembre 2005, la corrente elettrica era disponibile nelle abitazioni solo due ore al giorno, aumentata in seguito, fino a essere disponibile per 10 ore intermittenti su 24. La scorsa estate Khaled, uno studente di Baghdad, raccontava di come fosse impossibile concentrarsi con in casa una temperatura di 43 gradi e l’elettricità disponibile solo pochi minuti ogni ora. “Quando c’è corrente –spiegava- ne approfitto e resto a casa a studiare, anche se devo andare a una seguire lezione”. Le autorità cittadine hanno addirittura pensato di aumentare le forniture in corrispondenza con le date degli esami, ma il progetto è rimasto sulla carta, e chi poteva permetterselo, ha risolto il problema acquistando un generatore di corrente. Altri hanno scelto di corrompere il tecnico del quartiere per garantirsi forniture ininterrotte, ma per la maggior parte dei civili iracheni i palliativi sono stati ben pochi, come dormire all’aperto durante l’estate o rifugiarsi in alberghi con aria condizionata e acqua calda garantite, per trascorrere le serate in dolce compagnia senza disagi.
Secondo l’Agenzia delle Nazioni Unite per lo Sviluppo Internazionale, Usaid, la fornitura elettrica in Iraq dal 2003 ad oggi è andata crescendo e, a luglio 2005, avrebbe raggiunto i livelli dell’anteguerra. Ma questo dato si scontra col fatto che dall’invasione a oggi la domanda di energia elettrica è cresciuta del 30 percento ogni anno. Un’escalation dei consumi che si spiega con la politica adottata dalla coalizione nel 2003, di non far pagare l’energia ai privati. “L’elettricità praticamente gratuita –osservava l’UN Institute for Peace- ha spinto gli iracheni della classe media a fare spese folli in elettrodomestici, come frigoriferi o stufe elettriche”. Quando e se le forze della coalizione raggiungeranno l’obbiettivo che si sono prefissi, cioè produrre almeno 5mila megawatt senza interruzioni, dovranno fare i conti con una domanda che già oggi è stimata intorno ai 9mila. Secondo l’Army Corp of Engineers “Ci vorranno parecchi decenni prima che le case irachene abbiano energia elettrica 24 ore al giorno.”
  Soldato:"Scrivi qualcosa di positivo!" Giornalista:"Ripristinata la corrente a Baghdad"
Piani Sbagliati. Un diplomatico Usa, rimasto anonimo, ha criticato le scelte della Coalizione in materia di ricostruzione: “Hanno sottostimato e dilapidato le infrastrutture elettriche preesitenti – ha dichiarato in un‘intervista al Guardian - che erano già compromesse da un decennio di sanzioni economiche”. Le due maggiori raffinerie del paese infatti, quella di al Doura e di Baiji, dovrebbero produrre 500 mila barili di cherosene (necessario per produrre elettricità) al giorno, mentre ne producono circa un terzo. Questo costringe il governo iracheno a spendere oltre 200 milioni di dollari al mese per importarlo dall’estero. Il ministro dell’Elettricità Muhsin Shalash, parlando degli investimenti Usa nel settore ha dichiarato “I soldi non sono stati efficaci. L’appalto e la pianificazione sono stati sbagliati”. Gli Usa hanno infatti speso centinaia di milioni di dollari per ampliare un progetto energetico concepito sotto Saddam e rivelatosi inadeguato perché puntava ad alimentare le raffinerie con gas naturale invece che petrolio. Questo ha costretto i tecnici della Bechtel Corp -la compagnia statunitense titolare dell’appalto- a riconfigurare attrezzature che producono comunque meno del dovuto e necessitano di molta più manutenzione. “Le turbine a gas sono una tecnologia sbagliata per il tipo di carburante che stiamo usando” hanno confermato dal genio militare della Coalizione. “è stato un insieme di mancanza di conoscenze e di gente senza esperienza che veniva da fuori" accusa ancora il ministro Shalash. "Tutto ciò che facevamo era firmare contratti, acquistare turbine e non portare elettricità alla gente”. La carenze delle forniture vengono principalmente imputate ai sabotaggi della guerriglia, che ha preso di mira tutta la catena di produzione e distribuzione dell’energia: centraline elettriche, tubature per il gas (necessario alla produzione di corrente), raffinerie e persino autotrasportatori impegnati nelle consegne via terra di gas da Giordania, Iran e Arabia Saudita. In molti casi i miliziani hanno anche impedito le riparazioni e la messa in funzionamento delle infrastrutture minacciando la sicurezza degli operai, la cui protezione ha fatto ulteriormente lievitare i costi della ricostruzione. A fine dicembre, la minaccia di attentati ha portato alla chiusura della raffineria di Baiji, miliziani armati hanno distrutto l’oleodotto che esporta il petrolio dei curdi da Kirkuk, e infine, la nuova raffineria costruita a Bassora, è stata isolata da una tempesta marina. Inoltre la Casa Bianca a dicembre a silenziosamente trasferito la responsabilità della ricostruzione dal Pentagono al Dipartimento di Stato, il quale ha impiegato la gran parte dei fondi per fronteggiare l’insurrezione, lasciando in secondo piano la riabilitazione delle reti elettrica, idrica e petrolifera.  

Naoki Tomasini

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