Lo sfruttamento dei mingong, lavoratori delle campagne, nei preparativi delle Olimpiadi
Scritto per noi da
Debora Di Dio*
Pechino si sta preparando in fretta alle Olimpiadi del 2008,
demolendo a una velocità impressionante, e in parte grazie a investimenti
stranieri, i quartieri della città vecchia, gli storici hutong (i celebri vicoli di Pechino) e i siheyuan (case a un piano con un cortile centrale) per fare posto a
grattacieli e shopping center stile New York e apparire una metropoli moderna
agli occhi del mondo. Girando per la città si leggono cartelloni pubblicitari
“nuova Cina, nuova Pechino nuova Chaoyang”, proprio l’area dove vivo e che
ospiterà parte degli spettacoli previsti per il 2008.
E chi lavora senza sosta all’abbellimento di Pechino sono i mingong, i lavoratori che provengono
dalle campagne, da min “contadino” e gong “lavoro”.
Chi sono e come
vivono i mingong. Negli ultimi
mesi, camminando per Pechino, ho incontrato sempre più spesso gruppi di 20-30
lavoratori dall’aspetto stanco, esausto, con sul volto i segni di un lavoro massacrante,
turni di 12 ore, di giorno o notte, alle spalle e costantemente esposti al gelo
invernale della città.
Proprio fuori della mia università sono stati accampati per
circa tre mesi una cinquantina di lavoratori stagionali, provenienti dalle
campagne e alloggiati in tende da campeggio senza nessun riscaldamento.
Di solito i lavoratori mingong
non hanno accesso alla fornitura di acqua o elettricità e si devono
accontentare di servizi igienici minimi e pubblici, cioè all’aperto. Cominciano
il loro turno di lavoro di 12 ore verso le 5 di mattina, a pranzo mangiano una
scodella di verdure, riso e pane. La loro paga giornaliera è di 20 yuan, poco
più di 2 euro. Ovviamente non ricevono nessun tipo di assistenza medica o di
contributo. Sono 300 milioni in tutto il paese, di cui 100 milioni circa appartengono alla
cosiddetta popolazione fluttuante, che si sposta dalla campagna alla città per
lavorare. Arrivano dalle zone rurali vicino Pechino portandosi dietro qualche
sacco di iuta o tela, e finiscono a vivere nelle periferie della capitale di
cui non sono considerati cittadini. Ai mingong
non è permesso guidare un’auto in città. Ricevono assistenza medica negli
ospedali della capitale solo dietro pagamento di cifre che possono equivalere
a
uno-due mesi di lavoro e fino a qualche anno fa non potevano neanche salire
sull’autobus a causa della politica dell’hukou,
il permesso di residenza di cui è dotato ogni cinese e che nonostante le lente
riforme continua a essere fonte di terribili discriminazioni.
Chi è fortunato, perché nasce nelle grandi città come Shanghai
e Pechino, può frequentare più facilmente l’università, trovare lavoro,
frequentare le scuole migliori e godere di tutta una serie di diritti relativi
al lavoro, all’assistenza sanitaria, all’istruzione.
Chi nasce in campagna è destinato a essere contadino come i
suoi antenati a meno che non superi i difficili esami di accesso all’università,
che si tengono una volta all’anno e ai quali i cinesi possono partecipare solo
una volta nella vita. I figli di coloro che hanno un hukou di campagna e che migrano in città, non riuscendo a pagare le
tasse scolastiche sono spesso costretti ad abbandonare gli studi. Si stima che
il 60 percento di questi bambini tra i 12 e i 14 anni sia costretto al lavoro
minorile.
Progresso economico e
limitazione dei diritti. La Cina è in corsa per essere pronta alle
olimpiadi. Quest’anno la sua crescita economica le ha permesso di raggiungere
il sesto posto al mondo per ricchezza del prodotto interno lordo. Eppure nonostante
l’aspetto così moderno del Paese, le discriminazioni sono innumerevoli e i
diritti umani per molti sono ancora un argomento tabù.
Prima di Natale era prevista una festa gay organizzata in un
club della città. La polizia non ha concesso il permesso e ha addirittura tolto
la licenza al locale che aveva accettato di ospitare il party. Proprio alla
fine del 2005 un avvocato di Pechino, Gao Zhisheng, direttore dello studio
legale Shengzhi, ha ricevuto un avviso dal Bureau municipale della giustizia di
Pechino che lo informava della chiusura del suo ufficio per un anno. Zhisheng
è
stato spesso coinvolto in casi definiti ad alto profilo, ha più volte aiutato
persone con minori opportunità, poveri che non avevano ricevuto giustizia,
nella maggior parte dei casi non chiedendo nulla in cambio, e così facendo è
diventato un elemento fastidioso agli occhi del Partito comunista. La chiusura
dell’ufficio è avvenuta qualche tempo dopo l’invio da parte di Gao Zhisheng di
una lettera aperta al presidente cinese Hu Jintao e al premier Wen Jiabao che
chiedeva di porre fine alla barbara persecuzione dei membri del Falun Gong in
Cina.