15/01/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



Lo sfruttamento dei mingong, lavoratori delle campagne, nei preparativi delle Olimpiadi
Scritto per noi da
Debora Di Dio* 
  Lavoratori, foto D. Di Dio
Pechino si sta preparando in fretta alle Olimpiadi del 2008, demolendo a una velocità impressionante, e in parte grazie a investimenti stranieri, i quartieri della città vecchia, gli storici hutong (i celebri vicoli di Pechino) e i siheyuan (case a un piano con un cortile centrale) per fare posto a grattacieli e shopping center stile New York e apparire una metropoli moderna agli occhi del mondo. Girando per la città si leggono cartelloni pubblicitari “nuova Cina, nuova Pechino nuova Chaoyang”, proprio l’area dove vivo e che ospiterà parte degli spettacoli previsti per il 2008.
E chi lavora senza sosta all’abbellimento di Pechino sono i mingong, i lavoratori che provengono dalle campagne, da min “contadino” e gong “lavoro”.
 
Chi sono e come vivono i mingong. Negli ultimi mesi, camminando per Pechino, ho incontrato sempre più spesso gruppi di 20-30 lavoratori dall’aspetto stanco, esausto, con sul volto i segni di un lavoro massacrante, turni di 12 ore, di giorno o notte, alle spalle e costantemente esposti al gelo invernale della città.
Proprio fuori della mia università sono stati accampati per circa tre mesi una cinquantina di lavoratori stagionali, provenienti dalle campagne e alloggiati in tende da campeggio senza nessun riscaldamento.
Di solito i lavoratori mingong non hanno accesso alla fornitura di acqua o elettricità e si devono accontentare di servizi igienici minimi e pubblici, cioè all’aperto. Cominciano il loro turno di lavoro di 12 ore verso le 5 di mattina, a pranzo mangiano una scodella di verdure, riso e pane. La loro paga giornaliera è di 20 yuan, poco più di 2 euro. Ovviamente non ricevono nessun tipo di assistenza medica o di contributo. Sono 300 milioni in tutto il paese,  di cui 100 milioni circa appartengono alla cosiddetta popolazione fluttuante, che si sposta dalla campagna alla città per lavorare. Arrivano dalle zone rurali vicino Pechino portandosi dietro qualche sacco di iuta o tela, e finiscono a vivere nelle periferie della capitale di cui non sono considerati cittadini. Ai mingong non è permesso guidare un’auto in città. Ricevono assistenza medica negli ospedali della capitale solo dietro pagamento di cifre che possono equivalere a uno-due mesi di lavoro e fino a qualche anno fa non potevano neanche salire sull’autobus a causa della politica dell’hukou, il permesso di residenza di cui è dotato ogni cinese e che nonostante le lente riforme continua a essere fonte di terribili discriminazioni.
Chi è fortunato, perché nasce nelle grandi città come Shanghai e Pechino, può frequentare più facilmente l’università, trovare lavoro, frequentare le scuole migliori e godere di tutta una serie di diritti relativi al lavoro, all’assistenza sanitaria, all’istruzione.
Chi nasce in campagna è destinato a essere contadino come i suoi antenati a meno che non superi i difficili esami di accesso all’università, che si tengono una volta all’anno e ai quali i cinesi possono partecipare solo una volta nella vita. I figli di coloro che hanno un hukou di campagna e che migrano in città, non riuscendo a pagare le tasse scolastiche sono spesso costretti ad abbandonare gli studi. Si stima che il 60 percento di questi bambini tra i 12 e i 14 anni sia costretto al lavoro minorile.
 
Mingong protestano per i loro dirittiProgresso economico e limitazione dei diritti. La Cina è in corsa per essere pronta alle olimpiadi. Quest’anno la sua crescita economica le ha permesso di raggiungere il sesto posto al mondo per ricchezza del prodotto interno lordo. Eppure nonostante l’aspetto così moderno del Paese, le discriminazioni sono innumerevoli e i diritti umani per molti sono ancora un argomento tabù.
Prima di Natale era prevista una festa gay organizzata in un club della città. La polizia non ha concesso il permesso e ha addirittura tolto la licenza al locale che aveva accettato di ospitare il party. Proprio alla fine del 2005 un avvocato di Pechino, Gao Zhisheng, direttore dello studio legale Shengzhi, ha ricevuto un avviso dal Bureau municipale della giustizia di Pechino che lo informava della chiusura del suo ufficio per un anno. Zhisheng è stato spesso coinvolto in casi definiti ad alto profilo, ha più volte aiutato persone con minori opportunità, poveri che non avevano ricevuto giustizia, nella maggior parte dei casi non chiedendo nulla in cambio, e così facendo è diventato un elemento fastidioso agli occhi del Partito comunista. La chiusura dell’ufficio è avvenuta qualche tempo dopo l’invio da parte di Gao Zhisheng di una lettera aperta al presidente cinese Hu Jintao e al premier Wen Jiabao che chiedeva di porre fine alla barbara persecuzione dei membri del Falun Gong in Cina.
 
Categoria: Diritti, Migranti
Luogo: Cina
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