È finito in modo tragico il tentativo da parte delle forze della Missione di
pace di EUFOR di arrestare un presunto criminale di guerra serbo-bosniaco a Rogatica, nella
Republika Srpska ad una settantina di chilometri da Sarajevo. Un morto e due feriti
gravi sono il risultato della sparatoria avvenuta il 5 gennaio scorso tra le truppe
internazionali e i membri della famiglia Abazovic, di Rogatica.

Su come siano andati i fatti, le versioni sono più che discordanti. La persona
morta è Rada Abazovic, di 46 anni, moglie del sospetto criminale di guerra Dragomir
Abazovic, 48 anni. I feriti sono il figlio undicenne della coppia, Dragoljub e
il sospetto criminale di guerra, Dragomir. Rada Abazovic è morta per le ferite
riportate nella sparatoria con Eufor, due ore dopo il suo ricovero all’ospedale
di Foca. Il figlio Dragoljub sembra non essere più in pericolo di vita. Dragomir
Abazovic, è stato trasferito all’ospedale di Sarajevo dove è stato operato ed
è stato preso in consegna dalla Sipa, l’agenzia di polizia statale. Eufor ha emanato
due comunicati stampa allo scopo di chiarire la vicenda che sta suscitando notevoli
polemiche in Bosnia e che è stata ripresa da numerose testate giornalistiche in
tutto il mondo. Secondo quanto riportato da Eufor, il comandante di una pattuglia
di carabinieri stava effettuando una ricognizione allo scopo di identificare la
posizione di Abazovic, per il quale era stato emanato un mandato di arresto dal
tribunale cantonale di Sarajevo nel 2002. Il comandante della pattuglia di Eufor
ha contattato la polizia della Republika Srpska affichè questa potesse effettuare
l’arresto. Abazovic, avendo scorto i veicoli dell’Eufor, si è dato alla fuga.
Nel frattempo, sua moglie e il figlio avrebbero aperto il fuoco su Eufor con un
kalashnikov. I soldati hanno poi inseguito Dragomir Abazovic che, vistosi circondato,
ha rivolto l’arma contro di sè, ferendosi gravemente ed è stato poi arrestato.
La moglie di Abazovic, sempre secondo il comunicato stampa di Eufor, ha continuato
a sparare sui soldati, consumando circa 4 caricatori. Alla fine, sia lei che il
figlio sono stati raggiunti dai colpi di Eufor e immobilizzati. Poco dopo sono
sopraggiunte sia la polizia che un’ambulanza che hanno preso in consegna i feriti.
Il comunicato di Eufor esprime rincrescimento per la perdita di vite umane, ma
ribadisce che i soldati hanno sparato per legittima difesa.

Le polemiche sono scoppiate immediatamente. La polizia della Republika Srpska
e la Sipa (State Information and Protection Agency, una sorta di FBI della Bosnia,
con i compiti di fermare il crimine organizzato, proteggere le istituzioni e investigare
crimini di guerra) hanno smentito di aver partecipato all’azione, contrariamente
alle voci che si erano diffuse all’inizio.La stampa locale ha poi riportato le
dichiarazioni di un testimone che contraddice la versione data da Eufor. Un vicino
e amico della famiglia ha detto che, mentre assieme a Dragomir Abazovic stava
facendo i preparativi per il Natale ortodosso (che si celebra il 7 gennaio), hanno
visto arrivare una jeep, dalla quale i soldati, senza alcun avvertimento, hanno
iniziato a sparare su di loro. Al che Dragomir è fuggito in un campo vicino, mentre
sua moglie era già stata colpita. Il figlio invece, già ferito dai soldati, è
stato l’unico a sparare, ma alla fine è stato il vicino che lo ha disarmato.Sul
piano politico, il presidente della Republika Srpska Dragan Cavic ha inviato una
lettera di protesta al generale Gianmarco Chiarini, il comandante di Eufor, chiedendo
che vengano chiarificate le circostanze dell’uccisione di Rada Abazovic e del
ferimento del figlio. Nella sua lettera, Cavic dice che, nonostante il mandato
dell’Eufor in Bosnia ed Erzegovina, nessuno ha il diritto di uccidere e che la
sparatoria è stata una brutale dimostrazione di forza. Cavic ha anche richiesto
che venga condotta un’investigazione su questi avvenimenti. Borislav Paravac,
il membro serbo della presidenza si è unito alla protesta di Cavic, ribadendo
che è giunta l’ora di porre fine a tali azioni dove non viene dato peso alla perdita
di vite di singoli individui. Il ministro degli interni della Republika Srpska,
Darko Matijasevic, esprimendo lo shock per l’accaduto, ha detto che l’azione è
stata condotta in modo non professionale e che dopo che il Ministero degli Interni
della Republika Srpska avrà condotto la propria inchiesta vi saranno delle “energiche
discussioni” con Eufor.

Non è la prima volta che l’azione delle truppe internazionali in Bosnia ed Erzegovina
(la missione Eufor ha infatti ereditato il mandato dalla missione Nato, Sfor)
ha conseguenze letali per la popolazione locale. Nel 1997 e 1999 due persone indiziate
per crimini di guerra dall’Aja (Simo Drljaca a Prijedor e Dragan Gagovic a Foca)
furono uccisi dalle truppe Sfor nel tentativo di arrestarli: Drljaca a quel tempo
sparò sulle truppe, mentre Gagovic cercò di investire i soldati francesi che avevano
creato un posto di blocco. Nell’aprile 2004, poi, il pope ortodosso di Pale e
suo figlio furono gravemente feriti, nel tentativo andato a vuoto di arrestare
Radovan Karadzic che secondo fonti di intelligence, rivelatesi poi inesatte, si
nascondeva nella canonica. In quell’occasione, due inchieste sull’accaduto condotte
da Sfor e dalle autorità locali giunsero a risultati completamente contraddittori.
Nell’ottobre 2004, in un’azione a cui parteciparono anche le forze di polizia
locali, una persona indiziata per crimini di guerra rimase ferito a Bileca.
L’anomalia di questo caso è che Dragomir Abazovic non è sulla lista dei criminali
di guerra del Tribunale dell’Aja, ma era stato il tribunale cantonale di Sarajevo
a ordinarne l’arresto per un mese nel 1999 e nel 2001 per crimini di guerra. Il
caso è poi stato preso in consegna dalla Camera per i Crimini di Guerra del Tribunale
della Bosnia ed Erzegovina che però, secondo quanto riporta la stampa locale,
non ha emanato nessun mandato d’arresto per Abazovic. Abazovic è sospettato di
crimini di guerra contro i musulmano-bosgnacchi commessi a Rogatica, cittadina
che nel corso del conflitto aveva subito una pesante pulizia etnica da parte delle
forze serbobosniache.