27/01/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



Chiara Castellani da anni lavora perché il diritto alla salute sia realtà
Sulla situazione sanitaria nella Repubblica democratica del Congo, PeaceReporter ha intervistato Chiara Castellani, medico che presta la sua opera presso l’ospedale di Kimbau, dove è arrivata oltre dieci anni fa con Aifo (Associazione italiana amici di Raoul Follereau).

Chiara Castellani. Foto di Aifo A distanza di pochi mesi sono usciti due rapporti sulla drammatica situazione sanitaria e sulla mortalità nella Repubblica democratica del Congo. Com’è organizzata l’assistenza sanitaria?
Moltissimi ospedali dello Stato localizzati nell’interno sono stati ceduti in convenzione alle Diocesi, o in generale alle chiese. Nel 1990 la diocesi di Kenge ha firmato una convenzione con il Ministero della sanità secondo il quale anche il nostro ospedale di Kimbau è stato ceduto in gestione alla Diocesi, che deve farlo funzionare per conto dello Stato. Nello stesso tempo, tuttavia, non solo non riceviamo alcuna sovvenzione statale, ma per mantenere la convenzione siamo obbligati a pagare tutti gli anni qualche cosa e siamo sottoposti a ispezioni. Questo è anche un modo di più per ricattarci e, alla fine, con cosa possiamo pagare? Con quello che pagano i malati, per cui la gratuità assoluta diventa impossibile. Cerchiamo comunque di garantire che il diritto alla salute venga rispettato, che chi non può pagare ma ha patologie gravi venga comunque assistito. E’ un sistema sanitario contorto, che si sorregge sul ricatto, o la borsa o la vita. Dato che tutti, quando si tratta della salute, sono disposti a pagare quello che viene richiesto, anche se sono cifre inguste, alla fine il sistema continua ad andare avanti, ma la gente è poverissima. Avere malati in famiglia significa che i bambini non vanno più a scuola, non c’è più niente da mangiare, mancano le risorse più importanti perché si finisce per investire tutto nella spesa sanitaria.

La difficoltà di accesso alle cure, sia per la mancanza di gratuità sia per la lontananza da casa delle strutture sanitarie, fa sì che i pazienti non siano visitati o lo siano solo quando ormai è troppo tardi...
Come nel caso della malaria, ci sono malati che arrivano già in coma, ti muoiono fra le braccia senza che si possa fare nulla. Purtroppo questi fenomeni di ritardo dell’assistenza, che portano a morti inutili, sono il mio pane quotidiano.

Il centro sanitario. Foto Aifo. Qual è la sua impressione sullo stato di salute della popolazione? E’ cambiata la diffusione e gestione della malattie in questi ultimi anni?
Dal punto di vista strettamente sanitario la situazione è andata deteriorandosi. I problemi maggiori che abbiamo dal punto di vista epidemiologico sono la malaria e la tubercolosi. La malaria sta aumentando più velocemente a Kimbau e nell’interno rispetto a Kinshasa, e questa diffusione della malattia ha portato a una comparsa della resistenza al chinino più rapida che nella capitale, come era già successo in passato con la clorochina.

Questo porterà alla necessità di trattamenti a base di artemisinina, farmaco in cui vengono riposte molte speranze di fronte alle resistenze sempre maggiori verso i comuni antimalarici.
Artemisinina che però, purtroppo, viene già data in modo disordinato, col rischio di avere presto resistenze: questo è il mio timore. Già adesso si sta parlando di introdurre l’artemisinina nel programma nazionale. Ma questa sostanza dovrebbe essere associata sempre a un altro antimalarico, per evitare la comparsa di resistenze. Invece, adesso, viene utilizzata da sola e ci sono già casi di ricadute, dovute all’incompletezza del trattamento.

Chiara Castellani durante una visita. Foto Aifo. Sul versante tubercolosi, qual è la situazione attuale nella zona di sua competenza?
Sto constatando un numero di casi già preoccupante di tubercolosi multiresistente, che si verifica a seguito di trattamenti parziali, non completati dal paziente. Secondo me, questi primi casi che vedo rappresentano solo la punta dell’iceberg di un fenomeno sommerso, che si manifesterà in modo esplosivo temo nei prossimi anni. Qui ci si ricollega alla necessità di pagamento delle cure, perché non si può proprio parlare di presa in carico gratuita del malato di tubercolosi.

Donne e bambini a Kimbau. Foto Aifo. Quindi siamo di fronte a un nuovo aumento di casi di malattie che in realtà si poteva riuscire a controllare...
La malattia del sonno, per esempio: il numero di malati è aumentato moltissimo negli ultimi anni, proprio perché non ci si era più curati della sorveglianza. Anche la copertura immunitaria con le vaccinazioni è andata peggiorando, perché ci si è concentrati per troppi anni sulla sola poliomielite, trascurando altre patologie, come il morbillo o il tetano.

Rimanendo sulle malattie infettive, com’è la situazione per quanto riguarda l’Aids?
Ancora non posso dire che ci sia un’epidemia dichiarata. Probabilmente la questione si porrà fra una decina di anni. Si stanno diffondendo moltissimo le malattie veneree, anche perché non c’è una nozione del rischio. Inoltre, nell’organizzazione della vita familiare nella mia zona, sono soprattutto le donne a lavorare nei campi, mentre gli uomini migrano verso la capitale per vendere i prodotti agricoli. Durante questa lunga permanenza a Kinshasa, hanno relazioni con prostitute a basso costo e tornano a casa spesso con malattie veneree, infettando le loro donne.

Mamme e bambini seguiti al centro. Foto Aifo. Altra questione correlata allo stato di salute e malattia è la malnutrizione, che secondo lo studio pubblicato su Lancet è responsabile dall’8 all’11 percento dei decessi.
Nel secondo anno di vita abbiamo un problema nutrizionale enorme, anche perché l’infezione malarica a ripetizione facilita il degrado nutrizionale, anche nei bambini meglio curati, più sani. I continui episodi di malaria provocano ogni volta un arresto della crescita. Per i piccoli che presentano la malaria una volta al mese, il secondo anno di vita è praticamente un anno perso, quindi è quello critico, ed è anche quello a cui assurdamente viene negato il vaccino per esempio contro il morbillo... Sempre legata all’alimentazione abbiamo la paralisi spastica irreversibile da cianuro della manioca. Tutti gli anni a sud ovest della nostra zona sanitaria registriamo un numero importante di questi casi. La manioca, prima di essere mangiata, deve essere lasciata tre-quattro giorni in acqua, nel fiume, per eliminare il cianuro, ma la quantità di manioca disponibile è talmente poca che non riescono ad aspettare. Se si consuma manioca insieme con alimenti di origine proteica, le proteine “legano” il cianuro e contribuiscono alla detossificazione. Ma se si mangia manioca da sola perché non c’è altro, questo non avviene.

 

Valeria Confalonieri

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