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Doppia morale. Questa è la prima sequenza di Fifth
Pound , un cortometraggio di 14 minuti, opera prima del regista egiziano
Ahmed Khaled. Il film racconta le effusioni amorose di due ragazzi egiziani, ma
nessuno poteva immaginare il putiferio che ne sarebbe scaturito. Non sono le
scene erotiche, peraltro piuttosto caste, ad aver fatto infuriare le autorità
religiose e politiche del Paese, quanto la blasfemia della quale, a dire di
questi ultimi, si macchierebbe il corto per il fatto che il velo della
protagonista venga ‘violato’ con tanta audacia e per il fatto che, mentre
sornione spia le evoluzioni amorose dei due ragazzi, l’autista canti con voce
sommessa i versetti del Corano diffusi dalla radio a bordo del pullman. “Volevo
solo mostrare il doppio standard morale che caratterizza la vita in Egitto”,
racconta il regista Khaled ad al-Jazeera, “la società egiziana ama
autorappresentarsi in una certa maniera, coltivare una certa idea di sé, e non
ama chi sbugiarda questo stereotipo”. Il giovane regista, che ha solo 26 anni
e
si è appena laureato in Belle Arti all’Università Helwan del Cairo, indica
nell’autista il simbolo di questa ambiguità. “Il film si chiama così perché il
biglietto dell’autobus per due persone costa 4 pound (frazione della
moneta egiziana), il resto è per comprarsi il suo silenzio. E lui, così
credente da cantare i versi del Corano trasmessi alla radio, accetta i soldi
per far finta di niente mentre i due ragazzi si scambiano effusioni e, mentre
guida, spia i giovani con morbosità”.
Contro i luoghi comuni. Se l’obiettivo di Khaled era
quello di provocare c’è riuscito senza dubbio. “Ho incontrato mille difficoltà
per produrre il film e per trovare una distribuzione. Tutti temevano le
reazioni dell’opinione pubblica”, spiega il regista, “ma alla fine sono
riuscito a farlo circolare e sta riscuotendo un ottimo successo”. Mentre i
critici l’hanno stroncato accusandolo di blasfemia, i giovani del Cairo sono
insorti in difesa del corto. La pratica dei cosiddetti ‘letti mobili’, quella
cioè di salire su un autobus e girare per le strade del Cairo scambiandosi
effusioni, è molto diffusa tra i giovani che fanno dei mezzi pubblici, con la
complicità degli autisti, il loro nido d’amore. In questo modo riescono a
sfuggire al gran caldo del Cairo grazie all’aria condizionata e agli sguardi
vigili di una società sessuofobica, almeno sulla carta. “I miei compatrioti
hanno l’abitudine di non voler vedere quello che ritengono disdicevole”,
conclude Khaled, “ma questo non vuol dire che non accada”.
Opposizione di celluloide. L’Egitto
ha una grande cultura cinematografica, ma un certo tipo di temi come la
politica, la religione e il sesso restano off limits. Ma proprio per questo i
registi utilizzano spesso la settima arte come strumento per una critica
neanche troppo velata alla società egiziana e alla sua patina conservatrice.
Era già successo che alcuni cineasti si facessero interpreti del malumore degli
intellettuali egiziani verso il regime di Mubarak e adesso, con Khaled, pare
che si sia infranto anche la barriera del sesso. Questo è un mezzo per mettere
in risalto le contraddizioni sociali egiziane. Se si scorrono le programmazioni
delle reti televisive o dei cinema in Egitto si scopre una sorta di mondo a
parte, molto lontano da quei teologi che dall’Università di al-Azhar lanciato
condanne contro tutto e contro tutti, entrando fin negli aspetti più reconditi
della vita privata. L’ultimo esempio in ordine di tempo è una sorta di manuale
su come fare l’amore, a mero scopo riproduttivo, senza in nessun momento
offendere la religione. Ma proprio in nessun momento. Senza scendere nei
dettagli è facile capire come sembrano esistere due mondi opposti nello stesso
Paese, ma è anche vero che sarebbe un errore confondere la Cairo cosmopolita
con le campagne, molto più sensibili a un certo tipo di visione confessionale
della vita. Una cosa è certa: i teologi di al-Azhar, per andare al lavoro, non
prendono i mezzi pubblici. Christian Elia