La prima neve invernale è caduta sui castagni spogli del parco che circonda l’antica
università statale di L’viv, città dell’Ucraina occidentale a poche decine di
chilometri dal confine polacco. Gli studenti militanti del movimento Pora! (E’ora!) sono intirizziti dal freddo.
Barricate all’università. Da tre settimane dormono in tende montate dietro le barricate erette all’ingresso
dell’Ateneo. Controllano giorno e notte che la polizia, che tiene d’occhio la
situazione da lontano, non venga a smantellare queste barriere difensive costruite
con pezzi di vecchi mobili ammassati, ricoperti di scritte a spray inneggianti
all’abbattimento della dittatura ma anche agli Iron Maiden e al gruppo rap dei
Wu-Tang Clan.
I giovani del Pora! (movimento di cui abbiamo già parlato nell’articolo “Organizzasi rivoluzioni”) si sono preparati al peggio nel caso in cui l’autoritario regime di Leonid
Kuchma
non riconosca la vittoria del candidato dell’opposizione Viktor Yushchenko alle
elezioni tenutesi ieri in un clima di altissima tensione. Una vittoria che i ragazzi
del Pora! danno per scontata, ma che temono possa venire falsificata da brogli e irregolarità
orchestrate dal governo di Kiev, del resto già denunciate dagli osservatori internazionali.
Come già è avvenuto al primo turno del 31 ottobre, conclusosi con un risultato
di sostanziale parità tra Yushchenko (di poco in vantaggio) e il candidato governativo,
Viktor Yanukovich, attuale primo ministro e delfino del presidente uscente Kuchma.
“Non permetto di rubarci le elezioni. Se proveranno ad imbrigliarci, tutta l’Ucraina
scenderà nelle piazze”, dice Oleh, 19 anni, studente di economia, fascia del Pora! in testa.
Parole non molto diverse da quelle pronunciate ieri dallo stesso Yushchenko,
che ha dichiarato che “la gente è pronta a reagire anche con la forza pur di difendere
il risultato reale del voto e di sbarazzarsi della dittatura”.
La rivoluzione dei castagni. In tutto il paese si parla già di ‘rivoluzione dei castagni’, versione ucraina
della ‘rivoluzione di velluto’ cecoslovacca e di quella ‘delle rose’ georgiana,
che qui fa invece riferimento ai grandi alberi di castagno che ombreggiano il
boulevard di Kreschatik Street, nel centro di Kiev.
Il regime di Leonid Kuchma dura da ormai quattordici anni. Il suo governo ha
mantenuto 50 milioni di ucraini in una situazione poco diversa da quella dell’era
sovietica: mancanza di democrazia, repressione dell’opposizione e della stampa
indipendente, strapotere delle forze di polizia e degli apparati di sicurezza,
retorica statalista nettamente filorussa e anti-occidentale.
La popolazione sopravvive con stipendi e pensioni da fame: il reddito medio è
di 45 euro al mese.
Per la Russia di Putin, l’Ucraina è ancora uno Stato satellite come quelli dell'Est
Europa ai tempi dell’Urss. L’uscita di questo grande paese dall’orbita di Mosca
e il suo ingresso in quella euro-atlantica (caldeggiato dal candidato opposizione)
sarebbe uno smacco per la politica neo-imperialista dello zar del Cremlino. Non
solo dal punto di vista politico e militare, ma anche da quello economico, dato
che in ballo c’è pure il petrolio del Mar Nero. Per questo Putin è sceso in campo
in prima persona facendo aperta campagna elettorale per Yanukovich, fedele alla
linea del Cremlino
Molti commentatori hanno descritto queste elezioni come le più critiche dell’era
post-comunista, in termini di influenza della Russia nella regione, e le più rilevanti,
in termini di equilibri internazionali, dopo le recenti presidenziali americane.
Un paese diviso dal Dniepr. L’viv è tappezzata di nastri arancioni, il colore del partito elettorale d’opposizione,
il Tak! (Sì!): pendono dagli alberi, dai pali della luce, dai cartelli stradali, dalle antenne
delle automobili e dagli zaini dei ragazzi.
Questa città appartiene all’Ucraina ex asburgica, quella che fino al 1939 (anno
del patto Molotov-Ribbentrop) era un pezzo di Polonia e che per questo si è sentita
sempre più europea che russa. Non è un caso che l’opposizione democratica e filo-occidentale
degli ‘arancioni’ di Yushchenko abbia qui le sue roccaforti, a ovest del fiume
Dniepr.
Sull’altra sponda la situazione è assai diversa.
Nelle regioni industriali dell’Ucraina dell’est prevale un sentimento tradizionale
di identificazione con la Russia e si parla perfino una lingua diversa dall’ovest,
il Surzhik, che è un misto di ucraino e russo. Qui il regime di Kuchma non è malvisto e
per molti costituisce sempli
cemente la continuazione del rassicurante ancien régime sovietico. Il governo lo sa, e se ne approfitta. Le trasmissioni di Channel 5, unica televisione indipendente del paese, qui sono state oscurate. Durante
la campagna elettorale la gente di queste parti ha a mala pena sentito parlare
del candidato dell’opposizione, e non ha saputo nemmeno della sospetta intossicazione
che lo ha costretto in ospedale per tre settimane a settembre lasciandogli il
volto sfigurato dalle irritazioni.
Un altro studente infreddolito che sorveglia le barricate del Pora! all’università di L’viv, dopo aver ascoltato le dichiarazioni del suo compagno
Oleh su una rivolta di piazza in tutta l’Ucraina aggiunge: “Speriamo che anche
all’est ci seguano”.