Scritto per noi da
Paolo Lezziero
“Partigiani uguale repubblichini”. E’ una legge che stava per essere presentata
al Senato della Repubblica fondata sulla Resistenza. Cosa direbbe se fosse ancora
vivo Ferdinando Visco Gilardi,un gigante della Resistenza, attuata prima come organizzatore per le fughe e
gli aiuti dei detenuti in attesa di partire per i campi di eliminazione e poi
sofferta come prigioniero nel lager di Bolzano?
Ferdinando Visco Gilardi e quelli come lui equiparati agli autori delle sofferenze, delle eliminazioni,
dei genocidi.
Esce in questo periodo di brutto revisionismo storico, pericoloso soprattutto
per i giovani, “Un evangelico nel lager”, il libro che lo ricorda assieme alla sua compagna di battaglie e madre dei suoi
numerosi figli più un nipote adottato, Mariuccia. Il volume, edito dalla Claudiana di Torino, è curato da Giorgio Bouchard (pastore valdese, saggista, Presidente della federazione
delle chiese evangeliche italiane) e dal figlio Aldo Visco Gilardi, diacono metodista
della Tavola Valdese, e già direttore della Libreria Claudiana di Milano.
“Fede e impegno civile”, dice il sottotitolo, perchè Ferdinando, negli anni decisivi della formazione
di un adolescente, aveva optato per gli orientamenti teologici del mondo protestante:
il più noto era il protestantesimo liberale, i cui maestri erano stati Adolf von
Harnack ed Ernst Troeltsch. Dopo la prima guerra mondiale nasce invece una voce
teologica diversa, quella di Karl Barth, che fondava il suo discorso sul testo
biblico visto come “Parola di Dio” e sfidava la chiesa a recuperare il suo “ministerio
profetico”.
Nel 1919, come conferma Giorgio Spini nella sua conversazione con Aldo Visco
Gilardi, Ferdinando frequentava l’Associazione cristiana dei giovani di Milano,
che con l’arrivo del fascismo subisce controlli serrati anche se riesce a sopravvivere,
diventando centro di incontri e di cultura tra liberi studiosi. Più avanti, Ferdinando
diventa membro della Chiesa Metodista Wesleyana, sempre aperta a colloqui anche
con personaggi non evangelici e con l’intellettualità antifascista. Uno di questi
è Lelio Basso, e poi Ernesto Buonaiuti.
Mariuccia, nome affettuoso di Maria Caretti, “ era evangelica per scelta”. Aveva
un grande amore per la natura e interesse per l’impegno sociale. Viveva a Luino
ma collaborava con l’orfanotrofio di Intra, creato e gestito dalla chiesa metodista.
Conosce e si innamora giovanissima di Ferdinando.
Si sposeranno nel ’36. Anche i genitori di Ferdinando erano evangelici. Lui nasce
a Londra nel 1904 (Mariuccia era del 1905), il resto della sua vita lo passa in
Italia, ma un soggiorno di studio in Germania (1923-24) gli permetterà di imparare
il tedesco, che gli servirà poi in campo di concentramento a Bolzano. In Germania
segue anche le lezioni di Rudolf Steiner, fondatore dell'“antroposofia”. E' cristiano evangelico e lo sarà per tutta la vita, ma la lezione
di Steiner “lo aiuta a sviluppare gli aspetti spirituali della sua fede”. A Milano,
per vivere lavora presso l’azienda discografica Grammofono, editrice della “ Voce
del padrone”. Grande appassionato e lettore di vasta cultura, nonostante le ristrettezze
personali e l’oscurantismo di quei tempi, con Fausto Noto apre la “Libreria di
Cultura ed Editrice Gilardi e Noto”in Piazza Duomo a Milano. Lì si troveranno molti libri stranieri, poco graditi
al regime. Nel 1933 la sua casa editrice lancia una serie di pubblicazioni intitolata
“La collana delle idee”, con “opere formative piuttosto che informative, tali
cioè da lasciare per ogni singolo argomento un’impronta nelle coscienze.”
Il primo libro è “La chiesa romana” di Ernesto Buonaiuti, un sacerdote emarginato dal Vaticano e dal regime fascista,
che conta tre edizioni in pochi mesi, 6.000 copie, con la ovvia condanna del
Sant’Uffizio. Poi esce “Ascesi ed erotismo”, di Rosa Mayreder e infine un altro
grande successo: Benedetto Croce, “Orientamenti. Piccoli saggi di filosofia politica.”
E tra gli altri, un libro quasi profetico, “Spagna cattolica e rivoluzionaria”, di Niccolò Cuneo, sulla guerra civile esplosa
qualche anno dopo.
Il capitolo “L’ora della prova” ci porta nel clima dell’antifascismo e della
svolta della sua vita “di uomo, cittadino e credente”. Si trasferisce per lavoro
a Bolzano, per sei anni sarà dirigente della FRO (Fabbriche Riunite Ossigeno).
Dopo il ’43 il Sud Tirolo viene incorporato nel Reich, e le autorità nazifasciste
trasferiscono a Bolzano il famigerato campo di Fossoli, per concentrare ebrei
e partigiani e destinarli allo sterminio. Nasce il Comitato di Liberazione Nazionale
dell’Alto Adige sud e Gilardi accetta subito di farne parte. Lo scopo è l’assistenza
ai detenuti, se possibile la loro evasione, l’assistenza alle famiglie.
Ferdinando incontra a Verona Lelio Basso che lo incarica di diventare “ il principale
organizzatore dell’assistenza ai detenuti”, sempre coraggiosamente seguito dalla
moglie Mariuccia.
Il suo nome di battaglia è Giacomo, quello della sua compagna è Marcella. Forniscono
carte di identità false, ospitano e smistano gli evasi, creano un sistema di
comunicazione epistolare.
Quando però le autorità naziste catturano Manlio Longon, capo del Cln di Bolzano
e lo ammazzano di botte, arrestano anche altri componenti del Cln e infine arrivano
anche a lui.
Prima lo portano al Comando della Gestapo, lo tengono qualche giorno in una cella
vicino alla camera della tortura, per “ammorbidirlo” e fargli capire quale potrà
essere il suo destino. Quando arriva il suo turno, si toglie la giacca davanti
maggiore delle SS Shiffer e gli parla in tedesco.
La sofferenza è terribile, tre sono i gradi di tortura, lui però rilascia confessioni
che non hanno valore per gli aguzzini. Allora viene internato nel lager di via
Resia. Come ultima grande prova che rivela la sua forza morale, lo fanno passare
pesto e sanguinante davanti alla moglie Mariuccia, sperando in un cedimento di
lei. I due si guardano ma “vent’anni di comune crescita spirituale li avevano
“corazzati” di fronte a qualsiasi avvenimento”, e Mariuccia non parla.
Appena si ristabilisce, rimette in moto la sua organizzazione di assistenza interna.
Aveva aderito al partito comunista, il suo gruppo era in costante contatto con
Milano e gli incaricati di Parri, dal lager arrivano a Mariuccia messaggi, richieste
di indumenti e lettere d’amore per lei. Negli ultimi giorni, convinto di una “soluzione
sbrigativa”, scrive una bellissima lettera-testamento alla moglie.
Lasciato il lager a guerra finita tratta con una delegazione le condizioni di
resa con i generali Wolff e Vietinghoff. Dopo la Liberazione rimane al Bolzano
fino al ’52. E’ anche Viceprefetto. Nel ’52 torna a Milano, poi a Monza e infine
a Sesto San Giovanni nel 1957. Nel 1959 muore Mariuccia.
La sua casa di Viale Casiraghi “diventa una sorta di santuario culturale”, coi muri coperti di libri e con visitatori e amici che vanno numerosi a trovarlo.
Nel 1967-68 segue il Centro Jacopo Lombardini, un “esperimento giovanile” nato
a Cinisello Balsamo, una “comune”dominata “da puro spirito puritano e da un attivismo
inarrestabile”. Muore nel 1970.
Il volume pubblica anche un intervento della partigiana sestese Annunziata Cesani,
“La Resistenza di Marcella”, di Dario Venegoni su “Giacomo e Marcella” e una
serie di importanti testimonianze di Laura Conti, Niso de Michelis, Enrico Serra,
Enrica Mamoli, Giovanni Carsaniga, Leonardo Giuseppe Visco Gilardi e Florestana
Piccoli Sfredda. La quarta parte elenca una serie importante di “Documenti.”