16/01/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



Colombia: l'esperienza di una osservatrice internazionale
 
scritto per noi da
Delia Innocenti
 
Mappa della ColombiaDue anni trascorsi in Colombia come osservatore internazionale si possono raccontare solo attraverso aneddoti, episodi che contengono in concentrazioni elevate, quasi tossiche, i paradossi di un paese che da mezzo secolo vive in forma endemica  il conflitto armato.
Ogni aneddoto presenta pericolosa tendenza alla semplificazione: è una riduzione drastica del reale, che è sempre spaventosamente complesso, al solo scopo di renderlo fruibile in primo luogo a se stessi e, incidentalmente, agli altri. In pillole, mi sono riamaste alcune immagini delle contraddizioni che fatalmente condannano la Colombia a restare ancora oggi, per un osservatore esterno, un amalgama di contraddizioni o un rebus in attesa di soluzione.
 
Carceri colombianeIl primo. Lo sfondo è Medellin, già città di cartelli e narcomafie, che, per importanza economica e popolazione, è seconda solo a Bogotà. Delle due carceri maschili, una –forse per una beffa maligna di qualche funzionario del governo- porta il nome poco calzante di BellaVista, quando l’unico spettacolo visibile in quei cortili grigi e sovraffollati è un’umanità colpevole, forse, ma anche senza scelta ed emarginata. In Bellavista si ha proprio l’impressione che siano alcuni degli stessi detenuti –secondo una gerarchia d’autorità che non sappiamo ricostruire- a disporre degli spazi e degli orari,  delle presenze e dei privilegi (alcool, sigarette, telefono), potendo circolare liberamente negli spazi aperti del carcere. Un prigioniero eccellente di Bellavista mi inviterà persino a pranzare con lui, non senza la galanteria che di costume accompagna il fare degli uomini colombiani.
Le detenute del carcere femminile del Buen Pastor, anch’esse divise in in patios (cortili), hanno invece meno libertà di movimento. Benché il governo si neghi ostinatamente a riconoscere l’esistenza di prigionieri politici nelle carceri del paese, le stesse guardie utilizzano correntemente questa categoria e, di fatto, los presos politicos  sono assegnati a un cortile distinto da quello in cui si trovano i prigionieri comuni.
Ebbene, una mattina era di turno al Buen Pastor un giovane agente dell’Istituto Penitenziario, il quale, per mia sorpresa, aveva tra le mani una copia della Storia della Rivoluzione Russa di Leon Trotsky. Forse leggendo sul mio volto una certa  perplessità per quell’incontro improbabile tra un rivoluzionario e teorico comunista e un basso funzionario del governo Uribe, la guardia si mise a parlare della propria scarsa inclinazione alle incombenze di agente dell’ordine, senza nascondere il proprio disagio di fronte alle ingiustizie della società colombiana, alle disuguaglianze, al regime di impunità. La mia memoria correva alla letteratura del carcere buono, e al carceriere Schiller di Silvio Pellico. Rimasi a riflettere per qualche giorno sulle strane associazioni tra un libro, uno spirito, e un’uniforme - ammesso che i gesti e le parole della guardia fossero sinceri- e non venni a capo di granché.
 
CarceriAvanti. La seconda associazione improbabile mi si presentò invece nella campagna colombiana, in una di quelle comunità contadine che restano tragicamente in mezzo quando si alza il fuoco incrociato delle parti avverse.
Un bambino di non più di otto anni, scuro e di costituzione ben solida, come sono soliti essere in queste regioni contadine, giocava con i proiettili di un arma larga, che probabilmente qualcuno –lui stesso o un adulto- aveva raccolto dal suolo dopo un combattimento tra la guerriglia, i paramilitari o l’esercito. Li puliva perché brillassero bene, li contava, li disponeva in fila, li faceva cadere come pezzi di un domino. Rimasi a riflettere anche su questa tragica, illogica associazione, e su come la fantasia infantile e innocente di un bambino possa far nascere giochi inattesi anche da strumenti di distruzione.
 
 
 
 
 
 
Categoria: Popoli, Storia
Luogo: Colombia
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