scritto per noi da
Delia Innocenti
Due anni trascorsi in Colombia come osservatore internazionale si possono raccontare
solo attraverso aneddoti, episodi che contengono in concentrazioni elevate, quasi
tossiche, i paradossi di un paese che da mezzo secolo vive in forma endemica
il conflitto armato.
Ogni aneddoto presenta pericolosa tendenza alla semplificazione: è una riduzione
drastica del reale, che è sempre spaventosamente complesso, al solo scopo di renderlo
fruibile in primo luogo a se stessi e, incidentalmente, agli altri. In pillole,
mi sono riamaste alcune immagini delle contraddizioni che fatalmente condannano
la Colombia a restare ancora oggi, per un osservatore esterno, un amalgama di
contraddizioni o un rebus in attesa di soluzione.
Il primo. Lo sfondo è Medellin, già città di cartelli e narcomafie, che, per importanza
economica e popolazione, è seconda solo a Bogotà. Delle due carceri maschili,
una –forse per una beffa maligna di qualche funzionario del governo- porta il
nome poco calzante di BellaVista, quando l’unico spettacolo visibile in quei cortili grigi e sovraffollati è
un’umanità colpevole, forse, ma anche senza scelta ed emarginata. In Bellavista
si ha proprio l’impressione che siano alcuni degli stessi detenuti –secondo una
gerarchia d’autorità che non sappiamo ricostruire- a disporre degli spazi e degli
orari, delle presenze e dei privilegi (alcool, sigarette, telefono), potendo
circolare liberamente negli spazi aperti del carcere. Un prigioniero eccellente
di Bellavista mi inviterà persino a pranzare con lui, non senza la galanteria
che di costume accompagna il fare degli uomini colombiani.
Le detenute del carcere femminile del Buen Pastor, anch’esse divise in in patios (cortili), hanno invece meno libertà di movimento. Benché il governo si neghi
ostinatamente a riconoscere l’esistenza di prigionieri politici nelle carceri
del paese, le stesse guardie utilizzano correntemente questa categoria e, di fatto,
los presos politicos sono assegnati a un cortile distinto da quello in cui si trovano i prigionieri
comuni.
Ebbene, una mattina era di turno al Buen Pastor un giovane agente dell’Istituto Penitenziario, il quale, per mia sorpresa, aveva
tra le mani una copia della Storia della Rivoluzione Russa di Leon Trotsky. Forse leggendo sul mio volto una certa perplessità per quell’incontro
improbabile tra un rivoluzionario e teorico comunista e un basso funzionario del
governo Uribe, la guardia si mise a parlare della propria scarsa inclinazione
alle incombenze di agente dell’ordine, senza nascondere il proprio disagio di
fronte alle ingiustizie della società colombiana, alle disuguaglianze, al regime
di impunità. La mia memoria correva alla letteratura del carcere buono, e al carceriere
Schiller di Silvio Pellico. Rimasi a riflettere per qualche giorno sulle strane
associazioni tra un libro, uno spirito, e un’uniforme - ammesso che i gesti e
le parole della guardia fossero sinceri- e non venni a capo di granché.
Avanti. La seconda associazione improbabile mi si presentò invece nella campagna colombiana,
in una di quelle comunità contadine che restano tragicamente in mezzo quando si
alza il fuoco incrociato delle parti avverse.
Un bambino di non più di otto anni, scuro e di costituzione ben solida, come
sono soliti essere in queste regioni contadine, giocava con i proiettili di un
arma larga, che probabilmente qualcuno –lui stesso o un adulto- aveva raccolto dal suolo
dopo un combattimento tra la guerriglia, i paramilitari o l’esercito. Li puliva
perché brillassero bene, li contava, li disponeva in fila, li faceva cadere come
pezzi di un domino. Rimasi a riflettere anche su questa tragica, illogica associazione,
e su come la fantasia infantile e innocente di un bambino possa far nascere giochi
inattesi anche da strumenti di distruzione.