23/01/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



Un saudita parla della sua esperienza di volontario in Afghanistan
Saad Ali Al-Shehri aveva soltanto 17 anni quando partì per l’Afghanistan nel 1989. Il suo scopo era supportare gli Afgani nella lotta contro i Sovietici. Era spinto dall’entusiasmo e dal desiderio di aiutare i fratelli islamici, come racconta lui stesso al quotidiano Al-Yaum.
 
un mujhaiden in afghanistan al tempo dell'invasione sovietica“Sono partito nel 1989 e sono rimasto (in Afghanistan) per 8 mesi. A quel tempo l’intero mondo islamico stava dietro all’Afghanistan e ci venivano concesse tutte le facilitazioni per andare là.” dice Shehri.
“Arrivammo in Pakistan dove per un periodo ci addestrarono. Dopo cominciammo a imparare a usare le armi. Nei campi d’addestramento ci svegliavamo all’alba e leggevamo e recitavamo il Corano. Notai che nel campo c’era un particolare gruppo dell’odio che predicava la violenza. Erano spinti dall’ ignoranza e chiunque si opponesse alle loro idee era considerato un nemico.”
Shehri ha deciso di parlare della sua esperienza e asserisce che i media sono in parte responsabili per aver presentato una cattiva immagine della jihad e che in realta’ la guerra santa in Afghanistan contro l’invasione sovietica era un atto nobile. Oggi, d’altro canto, la jihad e’ stata cooptata dai gruppi terroristici. Shehri mette in guardia i genitori nel controllare da vicino i loro figli nel timore che cadano nella trappola di confondere il terrorismo con la jihad.
 
Secondo lui negli anni ‘80 la jihad in Afghanistan era chiaramente una lotta per liberare il Paese dall’occupazione sovietica. Molti dei combattenti mujahedeen tornarono dall’ Afghanistan e diventarono membri attivi delle loro società. Shehri, per quanto riguarda il mutamento di percezione della Jihad, dà la colpa a gruppi devianti provenienti da fuori del paese, gruppi che sfruttano l’idealismo dei giovani e usano la propaganda per convincerli a opporsi e sovvertire i governi dei loro stessi paesi.
Questi gruppi spesso estrapolano brani dal Corano fuori dal loro contesto e ne distorcono il vero significato per fare il lavaggio del cervello ai giovani e far sì che supportino e partecipino ad atti di nichilismo.  La jihad in Afghanistan era una lotta che mirava specificamente all’egemonia di uno stato potente contro un paese musulmano. E ora, dice Shehri, questi gruppi devianti convincono i giovani musulmani che la jihad e’ una battaglia universale contro tutti gli infedeli. Questa, dice, e’ una profonda alterazione del Corano così come del concetto di jihad.
 
il protagonista della storiaDice che mentre egli combatteva la jihad contro i sovietici, al campo c’era un gruppo di sauditi che esortava i combattenti mujahedeen a cambiare le loro mire. Ricorda che molti dei suoi compatrioti notavano che l’Arabia Saudita era sotto l’attacco di certi membri che criticavano il paese e lo definivano anti-islamico.
Shehri non ha mai visto nessun personaggio noto venir fuori dall’ Afghanistan dalla fine della jihad contro l’Unione Sovietica. “Noi non vedevamo Osama Bin Laden o Ayman Al-Zawahiri. Il loro ruolo principale era il supporto finanziario”,  dice Shehri. La sua relazione con l’ Afghanistan e i Mujahedeen è finita quando i sovietici si ritirarono dal Paese. Lui decise di partire dopo aver osservato molte lotte interne tra gli afgani. “In questo ambiente ostile e distrutto”, racconta Shehri, “era facile per i gruppi terroristici installare campi di addestramento. In questi gruppi nessuno di loro usava nomi veri. Questi uomini non avevano fiducia in sé stessi”. Non c’è musulmano che punti un’arma contro un suo fratello musulmano. E’ triste vedere i terroristi invocare alla jihad nella penisola araba. Come potrebbe cominciare la jihad nella terra dell’Islam? Quello che posso dire è che questi uomini sono stati mentalmente assassinati. In passato la causa era chiara: combattevano un nemico che rubava la terra ai nostri fratelli. Il nemico rimase sbalordito quando vide giovani dall’età di 12-13 anni combattergli contro. I gruppi terroristici di questi tempi fanno il lavaggio del cervello alle giovani menti e li mandano nei paesi a combattere atti terroristici.”.
 
Shehri aggiunge che internet ha reso più facile puntare ai giovani più influenzabili, ma ha anche espresso ottimismo per l’attuale reazione collettiva contro la cosiddetta jihad globale. “Sono molto ottimista che molti uomini andati fuori strada ora stiano tornando indietro. Anche alcuni sceicchi stanno rimpiangendo l’ emissione di una fatwa violenta e hanno corretto la loro posizione”, dice Shehri, “molti di loro sono tornati nella retta via dopo che è stata concessa l’amnistia reale in Arabia Suadita”.
Il veterano mujahedeen conclude la sua intervista enfatizzando nuovamente la necessità per i genitori di giocare un ruolo attivo sempre più incisivo nel controllare l’esposizione dei propri figli alla propaganda deviante. “Ripeto ancora una volta che e’ molto importante che la famiglia giochi un ruolo primario nel controllare i figli in strada perche proprio sulla strada questi sono esposti al bene e al male”, dice Shehri, “i genitori devono educare i figli e proteggerli dall’ andare fuori strada.” 
Categoria: Guerra, Religione
Luogo: Arabia Saudita
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