Saad Ali Al-Shehri aveva soltanto 17 anni quando partì per l’Afghanistan nel
1989. Il suo scopo era supportare gli Afgani nella lotta contro i Sovietici. Era
spinto dall’entusiasmo e dal desiderio di aiutare i fratelli islamici, come racconta
lui stesso al quotidiano Al-Yaum.

“Sono partito nel 1989 e sono rimasto (in Afghanistan) per 8 mesi. A quel tempo
l’intero mondo islamico stava dietro all’Afghanistan e ci venivano concesse tutte
le facilitazioni per andare là.” dice Shehri.
“Arrivammo in Pakistan dove per un periodo ci addestrarono. Dopo cominciammo
a imparare a usare le armi. Nei campi d’addestramento ci svegliavamo all’alba
e leggevamo e recitavamo il Corano. Notai che nel campo c’era un particolare gruppo
dell’odio che predicava la violenza. Erano spinti dall’ ignoranza e chiunque si
opponesse alle loro idee era considerato un nemico.”
Shehri ha deciso di parlare della sua esperienza e asserisce che i media sono
in parte responsabili per aver presentato una cattiva immagine della jihad e che in realta’ la guerra santa in Afghanistan contro l’invasione sovietica
era un atto nobile. Oggi, d’altro canto, la jihad e’ stata cooptata dai gruppi terroristici. Shehri mette in guardia i genitori
nel controllare da vicino i loro figli nel timore che cadano nella trappola di
confondere il terrorismo con la jihad.
Secondo lui negli anni ‘80 la jihad in Afghanistan era chiaramente una lotta
per liberare il Paese dall’occupazione sovietica. Molti dei combattenti mujahedeen
tornarono dall’ Afghanistan e diventarono membri attivi delle loro società. Shehri,
per quanto riguarda il mutamento di percezione della Jihad, dà la colpa a gruppi
devianti provenienti da fuori del paese, gruppi che sfruttano l’idealismo dei
giovani e usano la propaganda per convincerli a opporsi e sovvertire i governi
dei loro stessi paesi.
Questi gruppi spesso estrapolano brani dal Corano fuori dal loro contesto e ne
distorcono il vero significato per fare il lavaggio del cervello ai giovani e
far sì che supportino e partecipino ad atti di nichilismo. La jihad in Afghanistan
era una lotta che mirava specificamente all’egemonia di uno stato potente contro
un paese musulmano. E ora, dice Shehri, questi gruppi devianti convincono i giovani
musulmani che la jihad e’ una battaglia universale contro tutti gli infedeli.
Questa, dice, e’ una profonda alterazione del Corano così come del concetto di
jihad.

Dice che mentre egli combatteva la jihad contro i sovietici, al campo c’era un
gruppo di sauditi che esortava i combattenti mujahedeen a cambiare le loro mire.
Ricorda che molti dei suoi compatrioti notavano che l’Arabia Saudita era sotto
l’attacco di certi membri che criticavano il paese e lo definivano anti-islamico.
Shehri non ha mai visto nessun personaggio noto venir fuori dall’ Afghanistan
dalla fine della jihad contro l’Unione Sovietica. “Noi non vedevamo Osama Bin
Laden o Ayman Al-Zawahiri. Il loro ruolo principale era il supporto finanziario”,
dice Shehri. La sua relazione con l’ Afghanistan e i Mujahedeen è finita quando
i sovietici si ritirarono dal Paese. Lui decise di partire dopo aver osservato
molte lotte interne tra gli afgani. “In questo ambiente ostile e distrutto”, racconta
Shehri, “era facile per i gruppi terroristici installare campi di addestramento.
In questi gruppi nessuno di loro usava nomi veri. Questi uomini non avevano fiducia
in sé stessi”. Non c’è musulmano che punti un’arma contro un suo fratello musulmano.
E’ triste vedere i terroristi invocare alla jihad nella penisola araba. Come potrebbe
cominciare la jihad nella terra dell’Islam? Quello che posso dire è che questi
uomini sono stati mentalmente assassinati. In passato la causa era chiara: combattevano
un nemico che rubava la terra ai nostri fratelli. Il nemico rimase sbalordito
quando vide giovani dall’età di 12-13 anni combattergli contro. I gruppi terroristici
di questi tempi fanno il lavaggio del cervello alle giovani menti e li mandano
nei paesi a combattere atti terroristici.”.
Shehri aggiunge che internet ha reso più facile puntare ai giovani più influenzabili,
ma ha anche espresso ottimismo per l’attuale reazione collettiva contro la cosiddetta
jihad globale. “Sono molto ottimista che molti uomini andati fuori strada ora
stiano tornando indietro. Anche alcuni sceicchi stanno rimpiangendo l’ emissione
di una fatwa violenta e hanno corretto la loro posizione”, dice Shehri, “molti
di loro sono tornati nella retta via dopo che è stata concessa l’amnistia reale
in Arabia Suadita”.
Il veterano mujahedeen conclude la sua intervista enfatizzando nuovamente la
necessità per i genitori di giocare un ruolo attivo sempre più incisivo nel controllare
l’esposizione dei propri figli alla propaganda deviante. “Ripeto ancora una volta
che e’ molto importante che la famiglia giochi un ruolo primario nel controllare
i figli in strada perche proprio sulla strada questi sono esposti al bene e al
male”, dice Shehri, “i genitori devono educare i figli e proteggerli dall’ andare
fuori strada.”