
Un’altra volta la provvidenza fece sì che finissi nello stesso blocco di detenzione
con Jamel dell’Uganda, Mohamed del Ciad e il britannico Jamel Blama. Ci univa
non solo la prigionia, ma anche il colore della pelle e l’odioso colore della
tuta arancione dei detenuti. La nostra pelle nera era una ragione sufficiente
perché i guardiani bianchi si accanissero contro di noi e ci punissero senza motivo.
Spesso ci svegliavano nel mezzo della notte con il pretesto di perquisire la gabbia.
Una notte mi svegliarono per un’altra perquisizione. Non trovarono niente di sospetto...
a parte tre chicchi di riso per terra che avevo conservato per le formiche. Stavolta
mi punirono per sette giorni. Ancora una volta ne approfittai per chiedermi ossessivamente:
“Perché mi puniscono?” Non riuscivo a capire come tre chicchi di riso e quattro
formiche potessero costituire un motivo sufficiente.

Un’altra notte due soldati si fermarono davanti alla porta della mia gabbia.
Avevano con sé delle catene e delle manette. Quando bussarono violentemente alla
porta mi svegliai in preda al terrore. Mi ammanettarono e mi condussero al blocco
Romeo, dove mi misero in una gabbia dopo avermi spogliato di tutto lasciandomi
con la sola biancheria intima addosso. Nient’altro, nemmeno il sapone o lo spazzolino
da denti. Chiesi inutilmente una spiegazione per quella punizione. Qualche tempo
dopo, mi fu detto che ero stato condannato a passare due settimane in isolamento
perché un soldato aveva trovato un chiodo sul bordo esterno dell’apertura d’aerazione
della mia cella! Allora chiesi: “Come mi sarei procurato quel chiodo e come avrei
fatto a metterlo sul bordo esterno dell’apertura, e perché?” Ma si voltarono e
se ne andarono, ignorando le mie domande. E così passai là 14 giorni seduto, evitando
per pudore di dire le preghiere perché ero seminudo, e dormii per 14 fredde notti
invernali per terra, senza coperte né materasso.
I tormenti e le provocazioni dei soldati si moltiplicarono e peggiorarono. Una
volta venimmo a sapere che un soldato aveva calpestato il Sacro Corano, sporcandolo
con le impronte dei suoi scarponi. I detenuti si ribellarono e decisero di restituire
le copie del Sacro libro all’ufficio dell’amministrazione per evitare che fossero
profanate sotto i nostri occhi. Il comandante del campo promise che non sarebbe
più accaduto. Ma la promessa non fu mantenuta. I detenuti allora decisero di non
lasciare le loro celle, nemmeno per andare a fare la passeggiata e la doccia di
cui avevano tanto bisogno, finché tutte le copie del Sacro Corano non fossero
state raccolte. Com’era loro abitudine, i responsabili vennero subito a urlare
ordini e minacce. Fecero uscire le spietate unità antisommossa, che aprirono le
gabbie e si misero a picchiare i detenuti, li incatenarono e li ammanettarono.
Tagliarono loro i capelli, la barba e i baffi e li gettarono in isolamento.

Arrivò anche il mio turno. Mi spruzzarono del gas negli occhi, fui picchiato
e gettato a terra. Uno di loro mi afferrò la testa e cominciò a sbatterla contro
il pavimento di cemento. Un altro mi diede un calcio in faccia, causandomi un
taglio da cui presto cominciò a uscire molto sangue. Tutto questo accadde mentre
ero steso a terra, ammanettato e incatenato. Mi tagliarono capelli, baffi e barba
e mi buttarono in una gabbia singola, ricoperto di sangue. Dopo un’ora un soldato
venne a chiedermi se mi servivano le cure di un medico. Rifiutai l’offerta e mi
raccomandai a Dio, mostrandogli l’ingiustizia dei miei carcerieri. A un certo
punto mi accorsi che stavo svenendo, e allora chiesi di essere medicato. Mi misero
tre punti di sutura, mi fasciarono la testa e mi diedero dei sonniferi, dicendo
che erano degli antibiotici. Il tutto, attraverso un’apertura di pochi centimetri
nella porta. Mi addormentai, oppresso dall’ingiustizia terribile di quegli uomini.
La mattina del giorno la solita domanda mi tormentava come una maledizione: “Perché
ci puniscono? Forse difendere la mia fede e la mia religione è un crimine punibile
con il carcere. La nostra richiesta di ritirare le copie del Corano perché non
siano profanate sotto ai nostri occhi è un crimine? Perché mi trovo qui? L’esser
andato in Afghanistan per quattro settimane con una telecamera per conto di Al
Jazeera, per filmare la guerra brutale contro un popolo è anch’esso un crimine
per il quale devo essere punito con (fino a qui) più di quattro anni di carcere?
E per il quale devo essere accusato di terrorismo?”. Tante domande si affollano
nella mia mente, tormentandomi lo spirito e andando ad infrangersi contro tutti
gli slogan ingannevoli di cui si gloriano i promotori della libertà, i difensori
della democrazia e i protettori della pace in terra.