10/01/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



Dopo quattro anni a Guantanamo, un sudanese si sfoga con il suo avvocato
Il sudanese Sami Muhy al-Din Hajj è stato arrestato nel novembre 2001 in Afghanistan, mentre lavorava come cameraman per conto dell'emittente qatariota Al Jazeera. E' detenuto nella base statunitense di Guantanamo da ormai quattro anni, senza che un'accusa precisa sia stata formulata contro di lui, come le centinaia di altri detenuti genericamente definiti "nemici combattenti" nella guerra al terrorismo. Questa è una lettera che ha scritto recentemente al suo avvocato, l'inglese Clive Stafford-Smith.
 
Caro Clive,
Sami Muhy al-Din al-Hajj, detenuto da quattro anni a GuantanamoPermettimi di confessarti una cosa. Non posso fare a meno di continuare a chiedermi: “Perché mi puniscono?” Questa domanda mi ossessiona, non riesco a togliermela dalla testa. La mia storia di punizioni è cominciata alla prigione di Bagram. Avevamo il permesso di andare al bagno solo due volte al giorno: la prima subito dopo l’alba e la seconda prima del tramonto, e ciascuno doveva attendere il proprio turno. Ricordo una volta in cui ne avevo veramente l’urgenza, e sussurrai all’orecchio della persona che era davanti a me di lasciarmi passare avanti. Allora il soldato di guardia mi urlò rabbiosamente: “Non parlare,” e mi ordinò di uscire. Mi legò le mani con del filo di ferro e mi lasciò là fuori tutto il giorno a tremare di freddo, tanto che dovetti orinarmi addosso provocando l’ilarità dei soldati e delle puttane. Poi, a Kandahar, in piena estate, con il sole bruciante e la terra bollente, un soldato gridò: “Tu, fermati, e anche il secondo, il terzo e il quarto! Perché parlate? Mettetevi in ginocchio, le mani sulla testa”. Noi obbedimmo e lui ci lasciò lì, sotto quel sole torrido, le ginocchia sulle pietre roventi, finché uno di noi non svenne e gli altri andarono a soccorrerlo.
 
Una settimana dopo il nostro arrivo a Guantánamo un mattino presto i soldati arrivarono e ordinarono ai detenuti di mettere le braccia attraverso l’apertura usata abitualmente per far passare il cibo: dissero che volevano farci l’iniezione antitetanica. Quando venne il mio turno li informai che prima di partire da Doha mi ero fatto vaccinare contro il tetano, la febbre gialla, il colera e le altre malattie e che secondo il medico questi vaccini erano validi cinque anni. Dunque non dovevo rifarli. L’ufficiale mi urlò di non mettermi a discutere: “Metti fuori il braccio per il vaccino, o te lo tiriamo fuori a forza,” disse. Io mi rifiutai di farlo. Per un po’ mi lasciarono in pace, ma ritornarono dopo aver finito con gli altri. Io continuai a non accettare di rifarmi vaccinare. Allora mi requisirono tutto, dal materasso allo spazzolino da denti, e mi costrinsero a dormire per terra per tre giorni e tre notti. E io continuavo a chiedermi: perché mi puniscono? Dobbiamo per forza prendere le medicine? Siamo diventati improvvisamente un gregge di pecore? Dobbiamo accettare tutto senza discutere, senza fare la minima obiezione e senza sapere nulla di quello che ci accade?”.
 
Ma mi è successo di peggio. Una sera mi coricai molto presto. Ero esausto dopo essere stato interrogato per ore. Mi svegliarono le grida e gli ordini dei soldati: “Tira fuori la testa e le mani da sotto la coperta”. Mi svegliai di soprassalto e mi affrettai a obbedire. In effetti ci avevano proibito di dormire con la testa o le mani sotto la coperta. Mi ero appena riaddormentato quando il soldato venne a picchiare violentemente sulla porta della mia cella e gridò: “Perché hai messo il dentifricio al posto dello spazzolino?” Mi accusò di disobbedire deliberatamente alle leggi e ai regolamenti militari e mi ordinò di raccogliere le mie cose. Fui punito per un’intera settimana. Era una ragione sufficiente per punirmi, requisire tutte le mie cose e farmi dormire una settimana per terra, senza materasso né coperte?”.
 
Un’altra volta stavo facendo colazione, che consisteva in un barattolo di cibo freddo. Quando ebbi finito di mangiare, un soldato venne a raccogliere i resti del pasto e i sacchetti di plastica. Si fermò sulla porta della mia cella e cominciò a contare i pezzi di plastica e a metterli insieme. All’improvviso si mise a gridare: “Dov’è il pezzo che manca?” Io cominciai a frugare tra le mie cose, invano. Allora andò a riferire la cosa ai suoi superiori e ritornò con questa sentenza: meritavo una punizione che servisse da esempio per gli altri detenuti. E così mi requisirono le mie cose per tre giorni, e ritornò la vecchia domanda: “Perché mi puniscono, cosa mai avrei potuto fare con quel pezzetto di plastica introvabile?”. 
 
(1. continua)
Categoria: Diritti, Tortura
Luogo: Stati Uniti
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