Non c'è mai un punto di vista che vale per tutti. Prendete la
drammatica vicenda che in queste ore sta interessando il Medio Oriente,
la malattia che ha messo fuori gioco il leader israeliano Ariel Sharon.
Avete letto i commenti sui giornali italiani, le dichiarazioni dei
leader di tutto il mondo? Tutti sono preoccupati per il processo di
pace. L'uomo che una volta era chiamato il buldozer è d'improvviso
diventato l'uomo che avrebbe finalmente portato la pace tra gli
israeliani e i palestinesi. E' il premier che ha
ordinato, contro una parte dell'opinione pubblica israeliana, il ritiro
unilaterale dalla striscia di Gaza. Mi è capitato in questi giorni di
sentire l'altro punto di vista. Quello arabo. Non quello di Hamas o del
Jihad islamico ma quello
degli intellettuali palestinesi cacciati dalla loro terra, che
vivono in Italia da esuli, che amano la democrazia quanto noi italiani.
Dunque, qualche riflessione.

La prima: il conflitto tra Isreale e Palestina è l'unico conflitto
ancora aperto dalla fine della seconda guerra mondiale. E' l'origine
degli altri conflitti di oggi. L'Iraq, per esempio.
Eppure, basterebbe applicare le risoluzioni dell'Onu: avremmo un mondo
più stabile. E invece, l'estremismo di una politica israeliana di
occupazione, di
espansione, di violazioni costanti e quotidiani dei diritti umani e
politici (pensate che per le prossime elezioni palestinesi non si sa
ancora se i palestinesi che vivono a Gersulamme potranno votare, se i
candidati politici potranno fare la loro campagna elettorale nelle
varie città palestinesi) sta alimentando e rafforzando l'estremismo
palestinese, Hamas in testa. Dobbiamo ricordarci sempre che all'interno
del mondo arabo, la componente palestinese è sempre stata quella laica
per eccellenza. Oggi l'intellighenzia
palestinese è frustrata, attaccata, minacciata dall'integralismo
islamico che sta prendendo sempre più piede e che è sempre più
legittimato dall'opinione pubblica che l'appoggia. Mi ha detto un amico
di Gerusalemme che adesso sempre più gente mangia una sola volta al
giorno. Non c'è più mobilità in Palestina. Le merci non possono
spostarsi, non si produce più, non ci sono più banche. Le forze armate
dell'Autorità palestinese non hanno armi. Non ci sono caserme,
distrutte nella cosidetta seconda intifada. Regna il caos e anche la
giusta ma
insopportabile scelta per i palestinesi dell'abbandono unilaterale di
Gaza da parte degli israeliani sta producendo più problemi che
benefici.
Come era previsto dallo stesso Ariel Sharon. L'Anp non è ritenuta un
interlocutore da Israele che decide, dunque, autonomamente la
strategia per il processo di pace. Ma la pace, insegna un vecchio detto
arabo, si fa tra due nemici.

La
delegittimazione dell'Anp rafforza Hamas,
l'anarchia dentro Gaza, fortifica l'estremismo dentro Israele e
mortifica le forze che credono nella pace all'interno dei due paesi.
Non ci vuole
molto ad ipotizzare in un prossimo futuro che Gaza si trasformi in una
piccola Baghdad. Bande che sequestrano occidentali ma anche cittadini
palestinesi per ottenere qualcosa da chi comanda sulla carta oggi
in quella striscia tra l'Egitto e Israele. Ecco perchè c'è pessimismo
per il futuro in Medio Oriente. Diverso sarebbe stato se, accanto al
ritiro unilaterale da Gaza, ci fosse stata una ripresa reale
della road map. Diverso sarebbe stato se Israele avesse
bloccato gli insediamenti in Cisgiordania e avesse incominciato a
ritirarsi dalla stessa Cisgiordania che è il cuore della Palestina.
L'Anp avrebbe contato di più, avrebbe acquisito maggiore forza tra i
palestinesi. L'agonia di Sharon ci dice anche la fragilità della
democrazia israeliana.
Leggendo le cronache da Tel Aviv e da Gerusalemme si ha la
sensazione che l'opinione pubblica israeliana si fidasse del suo
leader, che riponesse in lui la sicurezza di Israele. Ma la democrazia
può contare solo su un uomo solo? E' difficile per un palestinese
cancellare la memoria. Ma un
palestinese capisce anche che la strada obbligata per la pace comporta
il riconoscimento dell'altro. Una trattativa vuol dire un passo
indietro rispetto a quelle che ritiene le sue giuste rivendicazioni.
I palestinesi sostengono di averlo già fatto. Israele non ancora.
Sandro Ruotolo