10/01/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



La Giordania approva una legge che protegge i cittadini Usa dalla giustizia internazionale
“Abbandono l’aula in segno di rispetto per la sovranità nazionale del mio Paese e in difesa dell’onore di tutti i deputati del Parlamento giordano”. Abdul Rahim Malhas, parlamentare indipendente, ha concluso con queste parole domenica 8 gennaio scorso il suo intervento, mentre nella sala del Parlamento della Giordania si discuteva una legge controversa: quella che impegna il regno di Abdullah II a non consegnare cittadini statunitensi, civili o militari, al Tribunale Penale Internazionale se quest’ultimo dovesse accusarli di aver commesso crimini contro l’umanità o crimini di guerra.
 
un momento della discussione sulla legge in parlamento ad ammanUn voto controverso. Con 57 voti a favore e 17 contrari la legge è stata approvata, ma le polemiche non sono mancate. La protesta, che accomuna parlamentari dell’opposizione e attivisti che si battono per la difesa dei diritti umani, è guidata dall’Islamic Action Front, la costola giordana dei Fratelli Musulmani. “L’accordo viola il Trattato di Roma”, ha dichiarato Ali Abu Sukar, un avvocato che rappresenta il Iaf, riferendosi all’accordo internazionale siglato nella capitale italiana nel 1998, che istitutiva il Tribunale Penale Internazionale, “e se c’è un governo che ai giorni nostri commette crimini di guerra è quello degli Stati Uniti d’America”. La violazione, secondo gli oppositori della legge, è evidente in quanto la Giordania ha ratificato il trattato del Tpi nell’aprile del 2002, primo Paese del medio Oriente a farlo. Per impedire che la legge votata domenica diventasse effettiva si erano attivate anche le organizzazioni non governative internazionali che si battono per il rispetto dei diritti umani, in particolare Amnesty International e Human Rights Watch. In una nota congiunta, le due ong hanno fatto sapere che “il Parlamento giordano avrebbe dovuto rigettare una legge che protegge dalla giurisdizione internazionale civili o militari che potrebbero macchiarsi di crimini contro l’umanità, di crimini di guerra e di genocidio”. Un primo tentativo di far passare la legge era stato fatto a luglio di quest’anno, ma l’opposizione era riuscita a mobilitare i suoi sostenitori e aveva convinto il re Abdullah II e i deputati della maggioranza a rimandare il voto. Adesso invece la legge è passata.
 
soldati usa in missione all'esteroRicatti di stato. La spiegazione del voto di domenica scorsa non fa onore a Washington. “Oltre a condannare una legge che umilia la Giordania”, ha spiegato Sukar, “denunciamo il ricatto con il quale l’amministrazione Usa ha ottenuto il voto parlamentare. Ha minacciato di sospendere gli aiuti internazionali alla Giordania”.  I deputati che hanno votato a favore della legge non hanno neanche provato a negare la realtà, ammettendo subito che il voto rivestiva una rilevanza determinante per il futuro della Giordania. Gli Stati Uniti d’America riversano nelle casse della monarchia di Amman la somma annua di 333 milioni di dollari in aiuti umanitari e accordi commerciali. Quasi tutti quelli che hanno votato a favore hanno dichiarato in aula che la Giordania non poteva permettersi il lusso di dare un ‘dispiacere’ a un partner commerciale di questa grandezza.
Gli Usa hanno ostacolato la nascita del Tpi dal primo giorno. Washington teme che, essendo impegnata su diversi fronti internazionali, la corte possa essere strumentalizzata a fini politici per colpire gli interessi di Washington. Ma lo statuto del Tpi è stato approvato lo stesso e le ratifiche diventano sempre di più. Gli Stati Uniti, da subito, si sono organizzati e oltre a non firmare il trattato si sono impegnati a stipulare una serie di accordi bilaterali con i singoli paesi in modo da sancire la non punibilità di cittadini Usa rispetto a eventuali accuse mosse loro dal Tpi, arrogando solo alla giustizia statunitense il potere d’inchiesta sui propri militari o civili impegnati all’estero. Per essere sicura di ottenere quello che voleva, l’amministrazione Bush ha sempre legato la firma dei trattati bilaterali alla concessione degli aiuti internazionali al paese con il quale stipulava un accordo. Una garanzia insomma che, soprattutto in tempo di ‘giustizia infinita’ e di carceri segrete (come nel caso della Giordania), diventa sempre più urgente ottenere. 

Christian Elia

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