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Il 12 luglio scorso, a Riad, in Arabia Saudita, è stata emessa una condanna a
morte di una donna accusata di omicidio. Questa non rappresenterebbe una novità
in un Paese dove, solo nel 2003 (secondo dati di Amnesty International), sono
state eseguite 50 sentenze capitali.
Fin qui sembra un crimine come tanti che, non solo in Arabia Saudita, prevede la pena di morte. Solo che, proprio negli stessi giorni, il 15 luglio 2004 per la precisione, Human Rights Watch, l’associazione statunitense che si batte per il rispetto dei diritti umani, diffondeva un rapporto dal titolo esplicito: ‘Bad dreams: expolitation and abuse of migrant workers in Saudi Arabia’.
Un rapporto di 135 pagine che indica come la condizione dei lavoratori stranieri nel Paese degli Saud, per HRW, rappresenti un esempio di sfruttamento e violazione dei diritti dei lavoratori stranieri che si recano nel Paese più ricco del Medio Oriente in cerca di lavoro e di una vita migliore.
Il processo alla donna dello Sri Lanka, comunque, poco avrebbe a che vedere con lo sfruttamento dei lavoratori, ma il rapporto sottolinea particolarmente l’aspetto delle violazioni dei diritti di difesa dei migranti davanti alla magistratura saudita. HRW parla esplicitamente di processi iniqui, confessioni forzate e torture dei lavoratori stranieri che, in Arabia Saudita, rappresentano ormai un terzo della popolazione totale.
L’associazione denuncia casi di detenuti giustiziati senza che i familiari o l’ambasciata del Paese di provenienza dell’imputato fossero avvisati, se non ad esecuzione avvenuta. Sarah Leah Whitson, direttore esecutivo di HRW per il Medio Oriente e il Nord Africa, denuncia che “gli abusi contro i lavoratori stranieri nel regno degli Saud rappresentano una distorsione terribile nella giustizia criminale. Se il governo dell’Arabia Saudita è serio quando parla di riforme, questo è un buon punto da cui partire”.
HRW fa sapere che, l’anno scorso, il governo saudita ha invitato una squadra di osservatori dell’associazione statunitense per dei colloqui ufficiali, ma il rapporto sottolinea come al gruppo sono state impedite delle indagini accurate sul campo, inclusi degli incontri con le vittime dei presunti abusi. Non a caso, sottolinea HRW, “la maggior parte delle interviste su cui si basa il documento dell’associazione sono avvenute in India, Bangladesh e nelle Filippine, con lavoratori recentemente ritornati dall’Arabia Saudita.
“Abbiamo trovato uomini e donne in condizioni simili alla schiavitù”, dice la Whitson, “un caso via l’altro che dimostra come la magistratura saudita chiuda un occhio sugli abusi che subiscono i lavoratori stranieri in Arabia Saudita, un Paese che non è stato capace di darsi una legislazione sul lavoro accettabile, soprattutto rispetto alle donne”.
Un esempio citato nel documento è quello di 300 donne provenienti dalla Sri Lanka, dalle Filippine e dall’India, che lavoravano come inservienti nell’ospedale di Jeddah, che lavoravano in media 12 ore al giorno, sei giorni la settimana. A fine giornata ad attenderle c’era un dormitorio comune con camerate da 14 posti letto, dove il giaciglio per passare la notte era una dura panca. Le porte delle stanze comuni venivano chiuse a chiave dall’esterno. Lo stesso trattamento è stato riservato loro per tre anni, cioè l’intera durata dell’ingaggio.
Una reclusione di fatto che rischia di essere comunque meno dura della vita nelle carceri saudite. “In una prigione di Riad”, spiega la Whitson, “abbiamo trovato delle donne arrestate per ‘gravidanza illegale’, cioè extra coniugale. In queste realtà gli abusi sessuali sono all’ordine del giorno, come quelli che avvengono fuori dalle carceri. Per abusi sessuali che sconfinano nel rapimento di lavoratrici straniere, la giustizia evita addirittura di perseguire i colpevoli”.
La comunità dei lavoratori stranieri in Arabia Saudita comprende più di 8 milioni di persone. Provengono dal Sudan, dall’Egitto, dalle Filippine, dal Bangladesh, dall’India e dal Pakistan.
Cercano un lavoro in uno dei pochi Paesi del Medio Oriente in grado di fornire un’occupazione e la speranza di un futuro meno drammatico di quello che aspetta queste persone nei Paesi d’origine.
Probabilmente preferiscono emigrare in Arabia Saudita, senza arrivare fino ai Paesi occidentali, magari consolati dal pensiero di trovare una società più accogliente perché più simile alla loro culturalmente. Ad attenderli, troppo spesso, trovano invece la lama del boia.
Christian Elia